Il coraggio di dire no! – Sergio Albesano

L’obiezione di coscienza in Italia, dall’unità alla promulgazione della legge

Il 25 giugno 1862 il ministro della guerra Agostino Petitti-Bagliani di Roreto annunciò ai deputati del Regno, riuniti a palazzo Carignano a Torino, che l’obbligo di leva era esteso a tutte le province italiane. Contemporaneamente alla creazione dell’esercito italiano nacque la contestazione ad esso e il rifiuto di parteciparvi. La vera e propria obiezione di coscienza è però un fenomeno di cui non si conoscono casi accertati dall’unità d’Italia fino alla prima guerra mondiale.

Questa fu un’”inutile strage”. La popolazione, nonostante ciò che poi fu sostenuto dalla retorica fascista, non concepì il conflitto in termini di esaltazione patriottica, ma ne sopportò le pesanti conseguenze sia sociali sia economiche. Furono celebrati 470.000 processi per renitenza e oltre un milione per diserzione e per altri gravi reati (procurata infermità, disobbedienza aggravata, ammutinamento) e ciò ci fa capire quanto vasta e di massa sia stata l’opposizione alla guerra. La repressione si intensificò dopo la rotta di Caporetto che produsse un vero e proprio “sciopero militare”, come lo definì il gen. Cadorna, con le decimazioni a livello di reparto. La protesta contro la guerra investì anche la popolazione civile. Il malcontento popolare culminò nella rivolta di Torino dell’agosto 1917. Durante la prima guerra mondiale si ha notizia di pochi casi di obiezione di coscienza ma si possono considerare obiettori parte dei renitenti, dei disertori e degli imputati davanti ai tribunali militari. E’ però doveroso specificare che dei quattrocentosettantamila processi per renitenza alla leva trecentosettantamila furono contro emigrati che non erano rientrati. Comunque i disertori della guerra 1915-18 furono così numerosi che fu necessaria un’amnistia, promulgata nel 1919 dal Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti.

Un obiettore durante la prima guerra mondiale fu Luigi Lué, nato nel 1878 e morto nel 1954, di San Colombano al Lambro in provincia di Milano, zoccolaio e padre di sei figli. In lui l’avversione alla violenza militare si destò nel 1901, quando faceva parte come soldato di una pattuglia guidata, contro contadini in sciopero, da un brigadiere, che gridò loro: “Lazzaroni, se non ve ne andate vi prenderemo a fucilate come nel 1898”. Nel 1908 egli inviò a Leone Tolstoi una cartolina illustrata con parole di grande entusiasmo, nella quale gli dichiarava il suo rifiuto di essere soldato. Nel 1917 si rifiutò di andare a combattere al fronte e al giudice capitano motivò la sua scelta dicendo che voleva “ubbidire alla legge di Dio” e seguire le sue convinzioni tolstoiane. Il giudice si alzò, gli tese la mano e disse: “Caro, le idee di Tolstoi sono le più nobili che esistano al mondo”. Fu comunque condannato in un primo processo a sette anni di reclusione. In seguito subì un nuovo processo nel quale rischiava anche la fucilazione. Nel dibattimento il pubblico ministero disse: “Signori del tribunale, siamo davanti al caso di un uomo per il quale la nostra legge è impotente. Di questi casi ve ne sono in tutti i Paesi della Terra. Essi vivono della loro fede e non transigono a nessun costo. Ci vuole per loro la massima indulgenza.”. Alla fine gli fu inflitto un altro anno di reclusione militare, in aggiunta ai sette già comminatigli. Lué riferì che i giudici mostrarono nei suoi confronti una commendevole comprensione e umanità. Fu scarcerato due anni dopo con l’amnistia del 1919. Nel 1922 un fascista lo assalì con un pugnale: egli lo disarmò e poi lo lasciò andare libero.

Un altro obiettore durante la prima guerra mondiale fu Giovanni Gagliardi di Castelvetro Piacentino in provincia di Piacenza, che oltre alla prigione soffrì la reclusione in manicomio, anche dopo la fine della guerra. Nel suo libretto manoscritto intitolato Guerra e Coscienza, composto tra il 1915 e il 1918, spiegò i motivi della sua opposizione alla guerra. “Ogni popolo, che abbia una storia”, scrisse “ha sempre due pagine diverse: una di difesa e una di conquista. Ma le due pagine si fondono in una sola: ché lo spirito di conservazione o di difesa lascia tosto il posto allo spirito di rapina e d’aggressione appena il pericolo di perdere ciò che si possiede sia scomparso. I soldati dicono: quando adunque cesserà questa guerra? Ecco: essi continuano, con le loro mani, a far girare una ruota e dicono: quando adunque questa ruota cesserà di girare? (…) La soluzione sta solo nella coscienza dell’individuo decisamente compenetrata dall’imperativo categorico: ‘Non uccidere’. (…) Perciò la vostra più grande vittoria rappresenta la vostra più grande sconfitta. Sconfitta del cuore, sconfitta della mente, del buon senso, della ragione e della coscienza.” Inizialmente egli fu ateo, ma, dopo una crisi religiosa, dal 1920 divenne un cristiano evangelico indipendente, non iscritto ad alcuna Chiesa protestante. La polizia fascista lo classificò come “anarchico” e dal 1939 al 1943 venne confinato all’isola di Ventotene e fu anche di nuovo internato.

Altro obiettore italiano fu Remigio Cuminetti, nato nel 1890 a Porte di Pinerolo in provincia di Torino e morto nel 1938. Egli fu un fervente cattolico, fin quando la lettura di un libro di C. T. Russel lo orientò verso i testimoni di Geova. Volle essere ossequiente al comandamento cristiano di ‘Non uccidere’ e quando fu sotto le armi nel 1915 si rifiutò di portare le stellette sulla divisa militare e di andare al fronte e per questo soffrì il carcere e il manicomio. Dopo la guerra il fascismo lo vessò con angherie d’ogni sorta.

Un altro resistente alla guerra, anche se di grado differente dai precedenti, fu il pittore Amleto Montevecchi di Imola. Nel 1915, poco prima che l’Italia entrasse in guerra, scrisse parole ardenti contro il conflitto: “I socialisti – internazionalisti per antonomasia – dovrebbero rifiutarsi di partecipare a qualsiasi guerra. (…) L’antimilitarismo pratico deve fondarsi sulla renitenza. (…) L’eroismo guerriero è un pregiudizio. (…) Chi uccide comunque commette un crimine. (…) La guerra è il crimine collettivo, l’omicidio legale che trasforma l’uomo normale in delinquente. (…) Son contrario a tutte le guerre.” Un anno dopo fu chiamato sotto le armi e quando gli diedero il fucile chiese in sua vece un pennello, dicendo: “Con un pennello posso sparare, con quest’arnese mi è impossibile.” Alla fine riuscì a evitare il fronte e fu impiegato quale disegnatore.

Una personalità che si impegnò in campo pacifista fu il fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo. Per diversi anni andò ripetendo a livello europeo la necessità di rifiutare il servizio militare attraverso l’obiezione di coscienza, sia in tempo di pace sia in quello di guerra, come mezzo indispensabile per far cessare ogni conflitto armato. Egli scrisse: “L’obiezione di coscienza non è che una negazione pratica e cosciente del diritto dello Stato a fare la guerra. (…) Si dirà: – Così si fomenta la ribellione e l’anarchia. – Inesatto: se la gran parte dei cittadini fossero ‘obiettori’ di coscienza, cesserebbero le guerre”.

Le difficoltà che incontrarono i pacifisti a esprimere e a vivere le loro idee durante il ventennio fascista divennero ancora più ardue durante il periodo bellico. Non siamo a conoscenza di casi di obiezioni di coscienza in Italia durante la seconda guerra mondiale, ma possono essere considerati tali molti episodi di diserzione o di rifiuto. Tra i tanti casi citiamo quello del soldato delle SS Leonhard Dallasega di Proves in val di Non che si rifiutò di uccidere un innocente e per questo venne fucilato nel 1945.

Nel dicembre 1944 in Sicilia scoppiò una rivolta che fu in seguito definita “dei nonsiparte”. Essa ebbe inizio quando ai giovani di età compresa tra i venti e i trent’anni cominciarono ad arrivare le cartoline precetto con le quali dovevano presentarsi ai rispettivi distretti per essere arruolati e mandati al fronte a combattere contro i tedeschi. Era un’operazione che avrebbe consentito la ricostruzione dell’esercito, dopo la sua dissoluzione seguita all’8 settembre, e si decise di reclutare anche gli ex sbandati, in modo da ricambiare le classi di combattenti più anziane, alcune delle quali avevano raggiunto anche i cinque anni di servizio. La maggior parte dei giovani, però, non voleva più sentir parlare di guerra, anche per la fame e la disoccupazione che non concedevano tregua, e non si presentò ai distretti. Per la sola Sicilia, secondo le stime più ottimistiche, lo stato maggiore dell’esercito disponeva di circa quindicimila unità, appena un quinto di quante ne erano state previste. I richiamati non si nascosero, ma dimostrarono pubblicamente il loro rifiuto, organizzando cortei di protesta davanti alle prefetture, ai distretti militari e alle caserme dei carabinieri e chiesero che il governo fosse informato della loro intenzione di non obbedire agli ordini impartiti. La fine della fase pacifica della rivolta e l’inizio dell’insurrezione popolare si ebbero a Catania il 14 dicembre 1944, quando i militari del distretto spararono su un gruppo di dimostranti, uccidendo uno studente. L’esercito impiegò due giorni per ristabilire l’ordine a Catania, ma focolai di rivolta si estesero immediatamente a Ragusa, Comiso, Avola, Scicli, Giarratana, Rosolino, Noto, Modica e Vittoria. A Giarratana e a Comiso i ribelli proclamarono addirittura una repubblica, con tanto di governo provvisorio, di proclami e di distribuzione giornaliera di viveri alla popolazione. Se il motivo della rivolta nacque con la chiamata alle armi dei giovani, i tumulti in seguito si estesero per motivazioni più ampie. “A mio parere”, ricorda Giacomo Cagnes, deputato comunista che partecipò da studente ai moti insurrezionali di Comiso “il movimento di rivolta, specie a Comiso, fu assolutamente spontaneo e popolare, stimolato dal richiamo alle armi, ma alimentato dalle antiche esasperazioni proprie delle popolazioni del sud.” La rivolta dei nonsiparte fu una dimostrazione dell’incapacità della sinistra di comprendere i motivi di avversione del popolo, già sottoposto a enormi sacrifici durante la guerra, alle strutture militari. Sintomatico è il giudizio politico che la direzione del Partito Comunista applicò nel 1945 ai moti: “Si tratta di un vero e proprio rigurgito di fascismo che in collusione con certi gruppi del movimento separatista, sfruttando le tragiche condizioni di esistenza del popolo lavoratore (…), vuole impedire la partecipazione alla guerra di liberazione dei siciliani per mantenerli nell’attuale stato di prostrazione e aggravare la disgregazione politica e sociale dell’isola. I criminali fascisti tanto del ventennio mussoliniano quanto promotori dei torbidi recenti vanno dunque ricercati e puniti col massimo rigore come traditori della Patria in armi”. Ma che la rivolta fosse un “rigurgito di fascismo” è improbabile e lo dimostra la grande presenza degli anarchici, soprattutto a Ragusa dove diffusero un periodico manoscritto dal titolo “La scintilla darà la fiamma”. Caduto il fascismo, riconquistata la libertà, finita la guerra nel sud, per chi e per che cosa le popolazioni locali sarebbero dovute tornare a combattere? Per quel re e per quella classe che avevano imposto la guerra fascista e che ora ne volevano un’altra? Questa volta, era la parola d’ordine, se una guerra sarà necessaria, sarà quella contro i padroni e gli sfruttatori. La rivolta, però, alla fine fu repressa militarmente e le denunce per renitenza e diserzione furono centinaia di migliaia.

Dopo la seconda guerra mondiale il primo caso di obiezione di coscienza che si ebbe in Italia fu quello di Ro­drigo Castiello di Cuneo, membro del gruppo religioso dei penteco­stali, che fu giudicato nell’aprile 1947 e che venne in se­guito prosciolto per amnistia.

Nel gennaio 1948 fu giudicato Enrico Ceroni, testi­mone di Geova. Egli, appartenente alla classe 1926, fu inviato al Centro di addestramento di Casale Monferrato il 17 gennaio 1948. L’indomani fu sottoposto alla prova di selezione attitu­dinale e svolse regolarmente parecchi compiti, ma quando sotto dettatura avrebbe dovuto scrivere “la bandiera è sacra” scrisse invece “secondo la Sacra Scrittura nessuna bandiera è sacra”. Successivamente rifiutò le stellette e il fregio della fanteria. Interrogato sulla ragione dei rifiuti, rispose che la sua fede gli vietava di impugnare le armi, di indossare qualunque distintivo e di salutare i superiori. Aggiunse che era pronto a qualsiasi disobbedienza pur di non mancare alla sua fede, mentre era disposto a prestare tutti quei servizi che non sarebbero stati in contrasto con tale fede. La perizia psichiatrica a cui fu sottoposto, dopo aver dichiarato che Ceroni non soffriva di nessuna malattia mentale, valutò se le dottrine predicate dai suoi compagni di religione avessero provocato in lui una sorta di suggestione. Dopo un’accurata analisi del soggetto, il pe­rito affermò: “Si deve concludere che, se anche la propaganda alla quale fu esposto aveva potere suggestivo, il Ceroni l’ha assunta dopo averla vagliata e perciò egli è un convinto, non un suggestionato”. Il giovane venne condannato a cinque mesi e venti giorni di reclusione con i benefici della condi­zionale e della non iscrizione.

Il primo obiettore di coscienza nell’Italia repubblicana per motivi politici fu Pietro Pinna. Egli fu processato il 30 agosto 1949 dal Tribunale Militare di Torino che lo condannò a dieci mesi con la condizionale. Ma Pinna aveva già scontato sette mesi di carcere prima del processo. La condanna non esentava il giudicato dall’obbligo del servizio militare, che doveva essere ripreso dal punto in cui era stato interrotto. Pinna oppose quindi un nuovo rifiuto e le autorità militari gli proposero di risolvere la questione con un compro­messo: sarebbe stato destinato agli uffici dei comandi con mansioni di scrivano. Il giovane rifiutò e fu nuovamente imprigionato e processato per direttissima il 5 ottobre a Na­poli. Questa volta la condanna fu di otto mesi. A fine dicembre Pinna fu scarcerato per l’anno santo, ma la procura militare lo invitò a terminare i suoi obblighi di leva nel IX reggimento di fanteria di Bari. Nel capoluogo pugliese il giovane oppose un nuovo rifiuto; fu sottoposto quindi a una visita me­dica, dalla quale risultò che era affetto da una nevrosi cardiaca tale da giustificare la riforma e l’esenzione dal servizio militare, nonostante che la sua ot­tima salute fosse stata riconosciuta nelle precedenti perizie.

Il 18 gennaio 1950 fu arrestato Elevoine Santi, che aveva rinviato l’iscrizione al quinto corso della fa­coltà di architettura, rinunciando così al beneficio della di­lazione della chiamata militare, proprio per farsi arrestare. Infatti in quei giorni si credeva imminente la discussione del progetto di legge relativo all’obiezione di coscienza presentato il 23 novembre ad opera del sociali­sta Calosso e del cattolico Giordani e Santi pensò che la presenza di un obiettore in carcere avrebbe aiu­tato la possibilità del riconoscimento. Ma il progetto, inviato all’esame della commis­sione legislativa competente, non tornò mai in Parla­mento. Santi fu condannato una prima volta a un anno di reclusione senza il beneficio della condizionale. Il giorno in cui gli si schiusero le porte del carcere venne inviato al distretto di Bologna, dove gli notificarono una nuova destinazione: il II C.A.R. di Cuneo. A questo punto diversi ufficiali cercarono di sbarazzarsi di lui utilizzando lo stesso metodo usato per Pinna. Infatti lo mandarono a casa in convalescenza per una malattia immaginaria (adenopatia bi­laterale) che egli non ha mai avuto e che non ha mai saputo che cosa fosse. Dopo novanta giorni di convalescenza un medico militare di Bologna che lo visitò sconfessò i suoi colleghi, dichiarandolo sanissimo e rimandandolo a Cuneo. Ma Santi era stanco del braccio di ferro con le autorità militari e nel 1951 attraversò clandestinamente il confine ed emigrò in Svezia.

Seguirono altre obiezioni. Pietro Ferrua di La Spezia, anarchico, com­parve il 3 aprile 1950 dinanzi al Tribunale Militare della sua città per essersi rifiutato di indossare la divisa della ma­rina italiana e d’imbracciare le armi. Anche Pietro Ferrua, dopo aver scontato la sua pena, emigrò in Svezia per non dover essere nuovamente processato. Mario Barbani di Ozzano Emilia il 23 giu­gno durante una rivista militare nel cortile della ca­serma dell’XI C.A.R. di Palermo, giunto con il suo reparto all’altezza della tribuna delle autorità, abbandonò le file e si presentò davanti al capo di stato maggiore dell’esercito, deponendo ai suoi piedi il fu­cile e dichiarandosi obiettore di coscienza. Fu condannato a un anno di reclusione. Nel 1952 fu nuovamente posto in prigione e il 27 gennaio 1953 fu condannato per diserzione ancora a cinque mesi e dieci giorni di reclusione.

Negli anni Cinquanta i casi di obiezione furono gesti isolati e profetici. Nel decennio successivo invece essi diventarono azioni col­lettive e dietro a ogni singolo obiettore c’era un gruppo che si adoperava per pubblicizzare la sua scelta.

Gli anni ’60 si aprirono con un processo simbolico all’obiettore organizzato dal centro valdese di studi reli­giosi Agape a Prali in provincia di Torino, tenutosi dal 31 dicembre 1959 al 3 gennaio 1960. L’accusa sostenne la tesi che gli obiettori volevano far le­gittimare con una legge la loro trasgressione allo Stato, il quale non poteva non esercitare una certa dose di coercizione sugli individui e sui gruppi di minoranza, e concluse chie­dendo la condanna dell’obiettore. Dal canto suo la difesa, te­nuta dal pastore Tullio Vinay, cercò di smontare i pregiudizi e i luoghi comuni che alteravano la figura morale dell’obiettore, proponendo al tribunale di riconoscere la tesi che l’obiezione di coscienza rappresenta un atto di obbedienza a Cristo, il quale ha imposto l’imperativo categorico di non uccidere. Il processo si concluse con la condanna simbolica alla pena di un mese di reclusione con le attenuanti generiche per il “particolare valore morale e sociale” della scelta obiettrice.

Il primo obiettore di coscienza in Italia per motiva­zioni religiose cattoliche fu Giuseppe Gozzini, che fu condannato a sei mesi di reclusione l’11 gennaio 1963. L’obiezione di Gozzini fu una spina nel fianco per le autorità militari, poiché era laureato in legge e partiva da motivazioni cattoliche e quindi non poteva essere semplicisticamente bollato come un ignorante sovversivo. Inoltre c’era una comunità religiosa che pregava per lui, che portava all’attenzione dell’opinione pubblica il suo gesto e che quindi lo politicizzava.

Con il terzo scaglione del 1964, all’età di ventisei anni, andò a svolgere il servizio militare Fabrizio Fabbrini, il quale rifiutò la divisa a soli dieci giorni dalla fine del periodo di leva, compromettendo una brillante carriera univer­sitaria, poiché era uno studioso già affermato di diritto ro­mano. Per il suo gesto fu condannato nel febbraio 1966 a un anno e otto mesi di carcere. Troppo spesso ve­niva affermato che gli obiettori erano vigliacchi, perché non volevano svolgere il servizio militare, e pertanto Fabbrini con la sua decisione, presa quando ormai aveva svolto presso­ché tutto il suo servizio, dimostrò che non poteva di certo essere accusato di vigliaccheria.

Un discorso a parte meritano i testimoni di Geova, che hanno costituito il gruppo più numeroso di obiettori e di disertori ospitati nelle carceri militari. Essi per fedeltà alle loro convinzioni hanno affrontato anni e anni di galera con incrollabile tenacia e con discre­zione così assoluta che il grosso pubblico neppure sa della loro esistenza. Il fondamento della loro obiezione è l’estraneità alle questione politiche e alle controversie terrene, in quanto mirano all’avvento di uno Stato mondiale teocratico retto da Dio e di conseguenza non si arruolano nell’esercito di nessuna nazione perché gli interessi egoi­stici li farebbero combattere l’uno contro l’altro. Ammantati di profetismo mistico e non legati a motivazioni po­litiche, essi, comunità chiusa a qualunque con­fronto e dibat­tito, rappresentano il gruppo che più di altri ha affidato al rifiuto del servizio militare il massimo scon­tro con lo Stato, con la conseguenza di costituire per anni la stragrande mag­gioranza degli obiettori in pri­gione. Inoltre non sono stati rari i casi di testimoni di Ge­ova inviati dopo anni di carcere militare in manicomi crimi­nali per “delirio religioso” e ob­bligati al servizio militare anche una volta dimessi. In ge­nere le autorità militari dopo un certo numero di condanne trovavano un pretesto per esonerare l’obiettore, scoprendogli un difetto fisico, talvolta prodotto dagli anni trascorsi in car­cere. Essi, quindi, non avevano nulla di sovversivo e ci tenevano a sottoli­nearlo; così il loro rifiuto del servizio di leva non veniva in alcun modo pubblicizzato e non costituiva un pericolo per la sopravvivenza dell’esercito, anche perché il loro rigido te­nore di vita non incoraggia certo facili imitazioni. Secondo una stima dell’avvocato Bruno Segre, che difese in tribunale tantissimi testimoni di Geova e che attraverso il suo giornale “L’incontro” diede notizia di molti processi a loro carico, i testi­moni di Geova condannati sarebbero stati fra seicento e mille, con almeno due condanne a testa. Quindi i testimoni di Geova, che pur non volevano creare un caso poli­tico intorno al loro rifiuto di vestire la divisa, di fatto lo crearono ugual­mente, proprio per la gran quantità di obiettori espressi, molto più numerosi di quelli che partivano da con­cezioni antimilitariste.

Dopo un lungo iter giuridico e come risultato di un compromesso fra varie posizioni, il 15 dicembre 1972 la legge sull’obiezione di coscienza venne defi­nitivamente approvata dal parlamento. Il maggior limite pratico della legge era quello re­lativo alla durata del servizio civile, più lungo di otto mesi rispetto al servizio militare. Soltanto nel 1989 i due tipi di servizi furono equiparati con una sentenza della Corte costituzionale.

L’aver inse­rito nella legge una punizione per gli eventuali obiettori, tramite l’allungamento del servizio civile, dimostra chiara­mente la posizione di inferio­rità nella quale si trovava il legislatore. Egli, infatti, si rendeva conto che il servi­zio civile sa­rebbe stato più allettante di quello mi­litare e per evitare una scelta generalizzata del primo pose la puni­zione della ferma più lunga. Durante il fascismo non ci sa­rebbe stato bisogno di un simile accorgi­mento, a causa della diffusa mentalità guerresca (a prescindere dal fatto che al­lora una legge che ammet­tesse l’obiezione di coscienza sarebbe stata impensa­bile). Ma se nel 1972 il parlamento considerò che una simile legge fosse necessaria e che altrettanto necessario fosse inserirvi una clausola punitiva per gli obiettori, ciò significa che in Italia trent’anni dopo la caduta del fascismo si era diffusa una cultura della pace così vasta che il legisla­tore, o perlomeno quel legislatore, reputò di non poter fare a meno di assecondare, ma che al tempo stesso cercò anche di contrastare. Dunque la conno­tazione punitiva della legge fu un’affermazione di debolezza della struttura militare, non di forza. An­che perché, imponendo all’obiettore un costo da pa­gare per la sua idea, il legislatore gli fece acqui­stare pre­stigio morale.

L’obiezione di coscienza e il servizio civile non sono sinonimi; infatti si fa il servizio civile, ma si è obiettori. Dunque, senza addentrarci in speculazioni ideologi­che o anche solo lessicali, possiamo affermare che il rifiuto di un sistema che impone una scelta armata e militarizzata è il momento dell’obiezione, che poi, grazie alla normativa ap­provata, si esplica attraverso il servizio civile. In altri termini, l’obiezione è la volontà politica o religiosa di op­porsi a un fatto ritenuto ingiusto; il servizio civile è l’alternativa offerta dallo Stato.

Il merito maggiore avuto dalla legge del 15 dicembre 1972 è stato quello di aver cambiato il modo di pensare della gente. Prima di essa, infatti, il servizio militare era un obbligo inderoga­bile, che attendeva tutti i ragazzi giunti all’età necessaria per svolgerlo. Con l’introduzione del servizio civile sostitu­tivo il pensare comune è stato lentamente ma progressivamente scardinato. A poco a poco quasi tutti accettarono come un fatto normale la possibilità di obiettare e i giovani in età di leva sapevano che potevano senza conseguenze optare per il servizio militare o per quello civile. Gli obiettori, che un tempo era puniti dalle autorità, divennero addirittura contesi dalle amministra­zioni pubbliche.

La legge, però, ha anche tolto tensione alla scelta di rifiutare l’esercito. Infatti se dopo di essa i giovani erano faci­litati nella loro decisione e potevano optare di svolgere il servizio militare o quello civile come se scegliessero di an­dare in vacanza al mare o in montagna, il rischio fu che non tutti si resero conto che dietro a queste due scelte esistevano imposta­zioni di vita diametralmente opposte. Era il pericolo che de­nunciava Pietro Pinna, quando su “Azione Nonviolenta” scriveva: “L’accettazione del servizio civile si risolve in una compro­missione di principio e di fatto. Di principio, perché si viene a fornire un avallo di legittimità al diritto (potere usurpato) che si arroga lo Stato alla coscrizione forzata; di fatto, in quanto attraverso il meccanismo della legge esso ha sempre nelle sue mani l’assoluta possibilità di contenere il rifiuto del servizio militare in limiti tollerabili (…) col vantaggio sussidiario che, una volta elargita ed accettata l’alternativa del servizio civile, lo Stato può continuare con una parvenza di buona ragione la mistificazione secondo cui coloro i quali prestano ‘servizio in armi alla Patria’ lo stanno facendo per libera elezione. (…) Qualunque servizio civile non potrà mai colmare questa perdita, compensare questo vuoto di contestazione diretta la quale è invece la ragione fondamentale, costitutiva, dell’obiezione, massima spina per il militarismo dello Stato e pietra d’inciampo, grido di con­traddizione per tutti coloro – partiti di sinistra in linea – che con buona coscienza vi consentono (e che con soddisfatta coscienza hanno appunto accolto l’idea di regolare l’obiezione) d’accordo col potere di tarparla”.

Dopo il 15 dicembre 1972 i giovani amici della nonviolenza hanno comunque potuto agire dentro la legge, anziché contro di essa. Ciò è senz’altro un fatto positivo, poiché gli obiettori sono citta­dini che cercano di modificare la normativa ritenuta inade­guata.

Il fine ultimo dell’obiettore non è quello di evitare di partecipare personalmente alla guerra, accettando che siano altri a farlo, ma quello di far ces­sare tutte le guerre, così come il suo obiettivo non è quello di svolgere un servizio smilitarizzato, ma quello di smilitarizzare la società. L’obiezione di coscienza non deve quindi essere finalizzata alla salvaguardia della propria integrità intellettuale, filosofica o religiosa, poiché ciò ne rappre­senta soltanto un momento. Così come deve essere fase interme­dia, e non scopo, il riconoscimento della propria opzione di coscienza. In altre parole l’obiezione non deve servire per affermare il diritto soggettivo di chi obietta, ma il diritto che l’azione cui si obietta andrebbe a violare. In pratica: chi obietta e si rifiuta di sparare non lo deve fare tanto per affermare il proprio diritto a non sparare, anche se ciò è fondamentale, quanto il diritto di vivere di colui contro il quale avrebbe dovuto sparare.

Benché diverse ma­nifestazioni di antimilitarismo, di pacifismo e anche di obiezione di coscienza si siano verifi­cate nella storia ita­liana prima della seconda guerra mon­diale, il gesto di Pietro Pinna non trovò in esse radici cul­turali o po­litiche. La sua obiezione fu l’atto spontaneo di un giovane che non voleva accettare di essere inserito nella struttura militare. La sua azione acquistò in seguito una forte valenza politica, ma nel momento in cui egli rifiutò di continuare il servizio militare si trattò di una ribellione personale. Pinna non aveva appoggi politici, né si curò di procurarseli prima di obiettare. La sua fu un’azione profe­tica, nata improvvisamente nella realtà sociale italiana, e fu anche una scelta geniale, poiché mise in moto un fermento che non si sarebbe più assopito.

Come abbiamo già rilevato, esiste una grande diffe­renza fra le lotte per il diritto di obiettare attuate negli anni ’50 e quelle dei decenni successivi. I pochi emulatori di Pinna furono testimoni coraggiosi, ma isolati. Negli anni Ses­santa, invece, si trattò di una lotta di gruppo. I nonvio­lenti si organiz­zarono e trasformarono il gesto prima profetico in un’azione politica. L’opinione pubblica veniva a conoscenza del problema non tanto per gli obiettori che venivano incarcerati, ma per il rumore che veni­va organiz­zato intorno ai loro casi. Dopo la promulgazione della legge le lotte degli obiettori si ridus­sero a contenziosi con il Ministero della Difesa per una mi­gliore attuazione della legge e alla battaglia parlamentare per la riforma della stessa.

Le lotte a favore dell’obiezione non furono distri­buite omogeneamente su tutto il territorio italiano, ma si concentrarono nella zona rappresentata dall’asse Perugia-Fi­renze. Solo in un periodo seguente, intorno alla seconda metà degli anni Sessanta, sorse un altro polo nella città di To­rino. Non esiste corrispondenza fra le dimensioni dei centri abi­tati e il numero degli obiettori da esse prove­nienti. Ta­lune delle più popolose città non hanno fornito nep­pure un obiettore, mentre piccoli comuni hanno visto nascere gruppi radicali di opposizione alla guerra. Ciò può essere spiegato con il fenomeno dell’emulazione, per cui un giovane era por­tato a seguire nel suo gesto di disobbedienza civile l’amico più vecchio, con il quale aveva condiviso gli ideali di mili­tanza politica e che lo aveva preceduto in tribunale e in carcere. In generale, però, prima del 1972 l’obiezione di co­scienza è stata soprattutto un fenomeno indi­viduale, anche per le pesanti conseguenze giuridiche che com­portava e che pote­vano scoraggiare i meno decisi.

Dal punto di vista della composizione sociale, i gio­vani che obiettavano ave­vano un titolo di studio medio-supe­riore e provenivano da una classe di piccola borghesia.

Cercando le motivazioni che li spingevano all’obiezione, il motivo più ricorrente fu quello religioso. Pure negli obiettori politici i motivi religiosi furono quasi sempre presenti, anche se svincolati da una chiesa co­stituita. Soltanto gli anarchici si basavano su motivazioni esclusivamente materialistiche. Un discorso a parte meritano i testimoni di Geova, come abbiamo già evidenziato. Non risultano casi di obiettori ebrei. I catto­lici arrivarono solo negli anni ’60, ma divennero via via sem­pre più numerosi. Ciò dipese dal fatto che la gerarchia catto­lica pre­conciliare si oppose decisamente alla possibilità di ricono­scere il diritto di obiettare e tanto più di accettare, per la scelta dell’obiezione, motivazioni nate dalla fede cat­tolica. Dopo il Concilio le posizioni divennero più aperte e sorsero persino gruppi di preti che lottarono a fianco degli obiet­tori, anche se all’interno della Chiesa restavano ampie fasce che continuavano a rifarsi a concetti meno sensibili al problema. A livello ufficiale vennero comunque redatti docu­menti che prendevano chiaramente le parti degli obiettori.

La forza politica che più strenuamente lottò per il diritto di obiettare furono i radicali. I comunisti si oppo­sero alle scelte degli obiettori fino agli anni Sessanta, quando iniziarono a guardarli con maggiore simpatia; non eb­bero, però, una chiara e univoca visione del fenomeno, a causa dell’impostazione che li portava a prediligere un eser­cito di popolo quale baluardo per la difesa della democrazia. Maggior aiuto gli obiettori ebbero dai socialisti, che erano l’unica forza politica che aveva una tradizione storica di op­posizione alla guerra o, per lo meno, di non appoggio ad essa. All’interno di quasi tutti gli altri partiti la questione se­gnò una differenza generazionale, in quanto spesso, nonostante le decisioni contro l’obiezione as­sunte dai dirigenti, le forze giovanili mostravano aperte sim­patie verso il fenomeno. E’ il caso della Democrazia Cristiana e del Partito Repubbli­cano Italiano.

Senza ombra di dubbio i giovani che hanno sopportato il carcere per obiettare, coloro che hanno lottato opponendosi alla struttura militare e tutti quelli che hanno rifiutato di entrare a far parte dell’esercito hanno costruito una piccola parte della storia italiana del dopoguerra e contemporanea­mente hanno contribuito a rendere più vicina la meta, impegna­tiva e affascinante, di “far uscire la guerra dalla storia”. Gli obiet­tori di coscienza, soprattutto coloro che prima dell’approvazione della legge hanno pagato con il carcere la fedeltà ai loro ideali, non sono vigliacchi, come spesso con troppa faciloneria è stato affermato da più fronti. Essi, per coe­renza, hanno affron­tato l’indifferenza, la derisione, la ca­lunnia e la repres­sione. Oggi meritano il nostro rispetto.

3 Risposte a “Il coraggio di dire no! – Sergio Albesano”

  1. Strano che in una ricostruzione così ampia del fenomeno dell'obiezione in Italia non si citi don Milani ed il suo opuscolo l'obbedienza non è più una virtù che gli costo un proceso ed una condanna, ma su cui tanti obiettori cattolici si sono formati

  2. Ciao, Sergio.

    Il testo che è stato pubblicato era quello originariamente preparato per una conferenza sulla storia dell'obiezione di coscienza nella quale mi era stato assegnato un quarto d'ora di tempo per parlare di tutto lo scibile sull'argomento. Pur riducendo all'osso i vari temi, il testo era comunque troppo lungo ed è stato alla fine sostituito con un testo diverso. Il Centro studi mi aveva chiesto l'autorizzazione a pubblicare comunque il mio scritto e io ho accettato con piacere. Si tratta quindi di un testo necessariamente parziale, nel quale ho parlato soltanto di personaggi che hanno operato l'obiezione di coscienza e non dei tanti che, pur non obiettando direttamente, hanno contribuito alla lotta per affermare questo diritto. Infatti, come puoi vedere, oltre a don Milani non è citato neppure Aldo Capitini.

    Spero di aver chiarito la motivazione della lacuna

    Ciao e grazie per aver letto il mio testo.

    Sergio

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