Perché la pace è affare degli uomini (ma non dovrebbe) – Ann Jones

Una modesta proposta per l’immodesta Fratellanza dei Grandi Uomini

In cerca di un’uscita dall’Afghanistan? Forse è ora di provare qualcosa d’interamente nuovo e diverso. Allora che ne sarebbe di attivare per la prima volta nella storia documentata la risoluzione più illuminata mai emanata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: la Risoluzione 1325?

Approvata il 31 ottobre 2000, oltre un decennio fa, quella risoluzione è una “pietra miliare” che fu salutata in tutto il mondo come una gran “vittoria” per le donne, la pace e la sicurezza internazionali. In breve, la SCR 1325 chiede che le donne partecipino in modo uguale e pieno ai livelli decisionali in ogni procedimento di risoluzione del conflitto, realizzazione della pace (peacemaking) e ricostruzione. Senza l’attiva partecipazione delle donne nella realizzazione della pace in ogni sua singola fase, concludeva il Consiglio di Sicurezza, non si sarebbe potuta conseguire ovunque una pace giusta e durevole.

“Durevole” era la parola chiave, lo si tenga a mente.

Quasi tutte le guerre calde di recente memoria, piccole e grandi, sono state risolte o avviate verso una conclusione mediante quello che si chiama un accordo di spartizione dei poteri (power-sharing). I grandi uomini di tutte o quasi le parti belligeranti — e la guerra è sostanzialmente una cosa maschile, qualora non l’aveste notato — si fanno largo per arrivare al tavolo delle trattative e ritagliarsi una fetta della torta regionale militare, politica, e finanziaria; dichiarando poi l’accordo raggiunto come “pace”.

Ma come ho imparato di prima mano nella mia esperienza di operatrice nel settore aiuti in un cosiddetto paese post-guerra dopo l’altro, quando gli uomini al potere smettono di spararsi addosso intensificano spesso la guerra nei confronti dei civili — specialmente donne e ragazze. Sembra difficile per gli uomini spegnere la violenza, una volta che hanno preso la mano.  Dalla Liberia a Myanmar, stupro, tortura, mutilazione e assassinio continuano invariati o addirittura aumentano di frequenza. In altre parole, dal punto di vista dei civili, la guerra spesso non è finita quando è dichiarata “finita”, e la “pace” non è affatto davvero pace. Si pensi alla Repubblica Democratica del Congo, la famigerata “capitale mondiale dello stupro”, dove migliaia e migliaia di donne subiscono stupri multipli ripetuti indefinitamente benché il paese sia ufficialmente in “pace” dal 2003.

Inoltre, gli accordi di spartizione del potere fra i combattenti tendono a creare attriti crescenti e per metà degenerano di nuovo in guerra entro pochi anni. Si consideri la Liberia per tutti gli anni 1990, l’Angola nel 1992 e nel 1998, la Cambogia nel 1997, e l’Iraq nel 2006-2007.  Al momento assistiamo al crollo di un accordo di spartizione del potere in Costa d’Avorio, e certamente alle conseguenze femminicide di un altro, sancito nel 2001, in Afghanistan.

È questo ripetuto ricorso alla guerra e l’incessante abuso e abbandono dei civili durante fugaci episodi di “pace” che ha indotto il Consiglio di Sicurezza a cercare soluzioni più durevoli. Ci si è resi conto che gli uomini al tavolo delle trattative brigano ancora per potere e ricchezza — tipicamente per il controllo delle risorse naturali di un paese — mentre le donne incluse a qualunque livello dei negoziati comunemente promuovono interessi che coincidono perfettamente con quelli della società civile. Le donne si preoccupano dei propri figli e di conseguenza di un tetto, dell’acqua pulita, degli impianti igienico-sanitari, dell’occupazione, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, e di cose del genere — che rendono tutte vivibile la vita ovunque per uomini, donne e bambini pacifici.

La conclusione è ovvia. Si portino al tavolo le donne in ruoli decisionali in numero uguale ai maschi e la natura dei negoziati di pace cambierà del tutto. E insieme il risultato. O quanto meno è quello che s’aspetta il Consiglio di Sicurezza. Non ne possiamo essere sicuri perché in oltre un decennio dall’entrata in vigore la SCR 1325 non è mai stata messa alla prova.

A suo tempo, l’alba esilarante del nuovo millennio, tutto il mondo applaudì alla SCR 1325 come un gran risultato delle Nazioni Unite, che indicava la via per la pace mondiale. Poi, quando si negoziò la pace in paesi disfatti dalla guerra, spesso sotto la guida ONU, venne dimenticata, con la scusa di dover fare in fretta, essendo la velocità più importante che la giustizia o la durevolezza o che le donne stesse. In momenti critici, si sa bene, le donne non fanno altro che impicciare.

La pace? Nessuna chance

Il mio cruccio speciale riguarda l’Afghanistan, e sono impaziente. Vorrei anch’io una rapida conclusione. Sono nove anni da quando cominciai il mio lavoro nell’ambito degli aiuti, e da allora parecchie giovani afghane mie colleghe e frattanto diventate mie amiche sono morte di malattie cui sarebbero sopravvissute in tempi migliori sotto gli auspici di un governo che si curasse del benessere dei suoi cittadini. Anche delle donne.

Eppure adesso, in qualunque occasione presenti la mia modesta proposta per un’attuazione della SCR 1325 a grandi uomini americani — pensatori, ispiratori di movimenti e agitatori — che si fregiano di essere esperti di Afghanistan, la maggior parte di loro muove delle riserve. Conoscono la teoria, dicono, ma la pratica è ancora una volta diversa, e si precludono la possibilità di far pesare la loro opinione sulla SCR 1325 con delicate considerazioni di “relativismo culturale”. Mi rammentano che l’Afghanistan è una cultura “tradizionale” che considera le donne come subumane. Come occidentali, dicono, dobbiamo stare particolarmente attenti a rispettare tale opinione.

Tuttavia sembra eccessiva questa smania degli uomini occidentali di deferenza a tale “tradizione”, e la loro tenerezza per i sentimenti dei barbuti che non sono riusciti a superare la sicurezza aeroportuale di Iowa City mi colpisce come deliberatamente ottusa, specialmente perché tali sentimenti sarebbero stati condivisi da pochissimi fra gli uomini afghani che hanno effettivamente governato l’Afghanistan fra il 1919 e il 1989.

La cultura afghana è, e non è al tempo stesso, tradizionale. Idee moderne, fra cui quella sull’uguaglianza fra i sessi, sono al centro delle lotte culturali interne afghane da almeno un secolo. Negli anni 1920, il re Amanullah fondò la prima scuola superiore per ragazze e il primo tribunale famigliare competente in reclami coniugali femminili; proclamò l’uguaglianza di uomini e donne, bandì la poligamia, gettò via il burqa, e bandì i mullah islamisti ultra-conservatori come “persone inadeguate e cattive” che diffondevano propaganda estranea agli ideali moderati sufi dell’Afghanistan. Le sue idee moderne gli costarono la corona, ma gli afghani ricordano ancora Amanullah e la moderna regina Suraya, senza velo, per il loro sforzo coraggioso di trascinare il paese nel mondo moderno.

Migliaia di cittadini afghani hanno condiviso le vedute moderne del re Amanullah, espresse in seguito da successivi leader, re e comunisti indifferentemente. Ma almeno dal 1979, quando gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si unirono al Pakistan nel promuovere l’ideologia e l’addestramento militare degli estremisti islamisti che cercavano di ripiombare il paese nel settimo secolo del profeta, i modernisti liberali afghani sono fuggiti in Nord America, Europa e Australia.

L’estate scorsa in Afghanistan ho conversato con molti progressisti – uomini e donne – candidati a parlamentari, speranzosi di lasciarsi alle spalle l’ordine disordinato del governo afghano impersonato dal presidente Hamid Karzai, che a loro sembra sempre più smanioso di fare accordi con gli islamisti più estremi, all’opposto di tutti i loro sogni di progresso per il proprio paese. Ma in agosto, quando il presidente Karzai flagrantemente rubò l’elezione presidenziale, il presidente Obama telefonò per congratularsi con lui e gli Stati Uniti ufficialmente dichiararono “abbastanza buoni” i risultati dell’elezione fraudolenta. Potremmo chiederci: in questa gara fra estremisti islamisti impermeabili e progressisti in favore dell’uguaglianza e della democrazia, perché gli Stati Uniti stanno dalla parte sbagliata? Perché stiamo dalla parte di una concezione erronea della “tradizione” afghana?

Il nostro plenipotenziario a Kabul

Nel 2001, gli USA e per estensione tutta la comunità internazionale puntarono su Hamid Karzai. L’abbiamo messo al potere dopo una di quelle conferenze per la spartizione dei poteri a Bonn, in Germania, alla quale, a proposito, furono invitate solo due afghane. Abbiamo pagato centinaia di milioni di dollari per inscenare due elezioni presidenziali, nel 2004 e nel 2009, e abbiamo guardato altrove mentre gli uomini di Karzai riempivano le urne. Adesso, pare, siamo bloccati con lui e le sue “tradizioni” misogine, sebbene un numero crescente di osservatori considerino il governo Karzai come il massimo problema singolo che gli USA hanno di fronte in questa guerra interminabile.

Avremmo potuto accorgercene se avessimo tenuto d’occhio come il presidente Karzai tratta le donne. George W. Bush fece la famosa dichiarazione di aver “liberato” le donne dell’Afghanistan, ma se ne perse una: la moglie di Hamid Karzai. Che pur essendo una ginecologa con competenze disperatamente necessarie, è tenuta sotto chiave in casa. A oggi, la moglie del presidente resta la donna più eminente in Afghanistan a vivere ancora secondo regole domestiche stabilite dai taliban. Questo piccolo particolare, tra il resto, dovrebbe rammentarci perché ci si dovrebbe occupare di quel che accade alle donne: sono i canarini nella miniera di carbone politica afghana.

E che cosa ha fatto il presidente Karzai per le altre donne del paese? Nulla.

Questa è anche la conclusione di un recente rapporto emesso dall’Human Rights Research and Advocacy Consortium ( HRRAC, Consorzio di Ricerca e Promozione dei Diritti Umani), un’associazione di gruppi eminenti della cooperazione e di ricerca indipendente in Afghanistan, che comprende ONG molto rispettate come Oxfam, CARE, e Save the Children. I ricercatori afghani di questo studio hanno condotto interviste particolareggiate con importanti studiosi religiosi e leader politici maschi e leader donne a livello locale, provinciale, e nazionale.

Il rapporto annota che il presidente Karzai ha sostenuto leggi sempre più repressive verso le donne, soprattutto la notoria Shia Personal Status Law (Legge sullla Condizione Personale) in “stile talebano”, entrata in vigore nel 2009, che non solo legittima lo stupro maritale ma “impedisce alle donne di uscire di casa” senza il consenso del marito, privandole di fatto del diritto di prendere qualunque decisione riguardante la propria vita. Il rapporto fa notare che questa legge nega alle donne perfino le libertà basilari garantite a tutti i cittadini dalla Costituzione afghana, approvata nel 2004 come parte di una serie di riforme democratiche che segnarono l’inizio della prima legislatura di Karzai come presidente eletto. Lo spasmo di democratizzazione è passato e il presidente Karzai, pur legato da giuramento alla difesa di quella Costituzione, ha mancato al suo compito.

In effetti, la storia di Karzai in quanto ai diritti umani, come documenta il rapporto HRRAC, si fa per lo più notare per quanto non ha fatto. Ha poteri straordinari di nomina politica — un altro indicatore della natura peculiare di questa “democrazia” afghana per cui combattono le nostre truppe — ed è ormai da quasi 10 anni in carica, un tempo sufficientemente ampio per condurre anche la società tradizionale più riluttante verso condizioni sociali più eque. Eppure oggi, solo un ministero è detenuto da una donna, quello per gli Affari Femminili, che incidentalmente è l’unico ad avere solo poteri consultivi. Karzai ha nominato solo una governatrice provinciale rispetto a 33 uomini. (E’ forse un caso che Bamyan — la provincia diretta da quella donna — sia generalmente considerata come la più pacifica del paese?)  A capo delle amministrazioni municipali in tutta la nazione, ha nominato solo una donna sindaco. E all’Alto Consiglio della Corte Suprema nessuna donna del tutto.

La scusa di Karzai di non poter trovare donne qualificate è inconsistente – e tradizionale. Molti fra coloro che ha nominato alle posizioni governative più alte sono criminali di guerra notori, uomini considerati dalla gran maggioranza dei cittadini afghani auto-squalificati dall’occupare funzioni pubbliche. Il non sapere governare onestamente e giustamente, o anche solo farsi trovare al lavoro, da parte di molti di costoro, è una lamentela crescente dei comandanti NATO che trovano a consegna avvenuta di un “govero in scatola”, che la scatola è piuttosto vuota.

Se c’è carenza di donne pienamente qualificate, essendo state confinate e deprivate per anni grazie ai combattimenti e al governo taliban, non è quella forse una ragione in più per un presidente tenuto per giuramento a sostenere l’uguaglianza, ad agire alla svelta al fine di assicurare ampie opportunità d’istruzione, formazione, lavoro, e cose del genere? Il rapporto HRRAC sensatamente raccomanda che un’“ampia riforma sociopolitica” provveda a “opportunità d’istruzione ed economiche per una vera leadership femminile”.  Ashraf Ghani Ahmadzai, ex-ministro delle finanze, ex-presidente dell’Università di Kabul, ed ex-candidato presidenziale, ha parlato a favore di un tale “processo sensato e regolare”. Notando tuttavia che “Il nostro governo non è un governo sensato”.

Pure inconsistente è l’argomentazione che le tradizioni culturali afghane eliminino le donne dal servizio pubblico.  Uzra Jafari, sindaco donna di Daikundi, riferisce che gli abitanti della città non credevano che una donna potesse fare il sindaco, ma che hanno presto “accettato che una donna possa essere loro più utile di un uomo”.  “Gli ostacoli sociali si possono superare”, dice, “ma il probema principale sono gli ostacoli politici. Abbiamo problemi ai più alti livelli”. Il problema, in altre parole, è il presidente Karzai, la sola persona in Afghanistan col potere di nominare donne in funzioni politiche e che però rifiuta di farlo. In breve, il presidente è ben più “tradizionale” che la gran parte della gente.

Senza il sostegno della leadership maschile, le leader donne (e le loro famiglie) diventano facili bersagli d’angherie, minacce, intimidazioni, e assassinii. Quando tali minacce provengono dagli ultra-Islamisti che dominano il parlamento afghano, impediscono alle parlamentari di unirsi a sostegno delle donne e, nella maggior parte dei casi, di pronunciarsi come individui per i diritti delle donne. Le minacce di morte producono un terribile effetto silenziatore, che disgrega i processi di governance, eppure il presidente Karzai non ha preso posizione una sola volta contro le tattiche terroristiche dei suoi tirapiedi.

La fratellanza degli uomini

Riconosciamo che ci sono limiti a quanto l’Occidente può e non può fare nella cultura molto diversa e più tradizionale dell’Afghanistan. A giudicare da quel che abbiamo già fatto, sembra essere perfettamente ammissibile per l’Occidente – noto anche come USA — far piovere bombe su questo paese agricolo, con la sua lunga tradizione di sufismo moderato, e imporre un governo islamista ultraconservatore e un capitalismo da libero mercato (sebbene ne facciano le spese i mercati agricoli indigeni) mediante la partecipazione di migliaia di “assistenti tecnici” privati USA profumatamente pagati. Ma non è ok a quanto pare che chiunque fra quei così numerosi consulenti politici ed economici USA strapagati tiri la manica serica del chapan (tipico abito maschile simile a un caffetano, ndt) al presidente Karzai dicendogli: “Hamid mio, devi proprio arrivare a qualche donna in più qui dentro”. Che sarebbe disdicevole per le tradizioni afghane.

Non me la bevo. Quel che dobbiamo affrontare qui non è solo l’intrattabile misoginia del presidente Karzai e di altri potenti mullah e mujahideen, ma altresì la misoginia dei mediatori (di potere) a Washington.

Si prenda ad esempio la seconda più diffusa obiezione che sento dagli esperti USA di Afghanistan quando faccio la mia modesta proposta; obiezione che chiamano “pragmatica” o “realistica”. Le donne non possono presentarsi al tavolo delle trattative, dicono, perché i taliban non si siederebbero mai con loro. Di fatto, taliban, “ex-taliban” e simpatizzanti taliban si siedono tutti i giorni con donne nel parlamento afghano, come pure occasionalmente dal 2001 in loya jirgas (assemblee deliberative). Chiaramente, qualunque taliban che rifiuti del tutto di parlare con donne si squalifica come negoziatore di pace e non dovrebbe neppure stare al tavolo. Ma quel che sorprende nell’opinione di tali esperti USA è il noncurante cedimento alla pretesa dei più estremisti misogini taliban di escludere metà della popolazione del paese dalle trattative di pace. (Lo si dica alle nostre soldatesse che si giocano la vita al fronte.)

Eppure di questi tempi ogni cosiddetto esperto di Afghanistan a Washington ha un piano per il futuro del paese. Alcuni paiono relativamente ragionevoli mentre altri sono assolutamente deludenti, ma hanno comunque quasi tutti in comune l’assenza della parola “donne”. (Ci sono alcune piccole ma pregevoli eccezioni.)

Nella categoria Loony Tunes [motivetti demenziali, nota serie di cartoons surreali, ndt] c’è il “Piano B in Afghanistan” dell’ex-diplomatico e vice del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Robert D. Blackwill pubblicato su Foreign Affairs, che richiede che i militari USA sgombrino il Sud, creando così una “partizione de facto” dell’Afghanistan abbandonando tra l’altro — come ci si aspettava — “le donne di quelle zone” e chiunque altro che al Sud intenda “resistere ai taliban”.  Questo scenario può rievocare immagini di elicotteri in partenza dall’ambasciata USA a Saigon nel 1975, ma Blackwill rimane aggrappato alla sua “strategia” definendo il destino crudele di chi viene lasciato indietro “una tragica conseguenza di realtà locali impossibili da cambiare da parte di estranei”.

Nella categoria relativamente ragionevole c’è il piano del Gruppo di Studio sull’Afghanistan: “Una nuova via in avanti: Ripensare la strategia USA in Afghanistan”. La sua prima raccomandazione è “Gli USA dovrebbero disegnare d’urgenza un processo di pace tale da decentralizzare il potere in Afghanistan e incoraggiare un equilibrio di condivisione del potere fra le parti principali”. Whoops! Niente citazione di donne qui. E la condivisione del potere? Sappiamo bene dov’è diretta. L’Afghanistan, capitale mondiale indubbia [di detenzione] delle armi leggere, potrebbe facilmente consumarsi nel falò di una guerra civile.

Ma che cosa ne sarebbe delle donne? Perfino Matthew Hoh, che si è dimesso nel 2009 da funzionario politico del servizio estero per protesta contro la politica USA in Afghanistan e ora dirige il Gruppo di Studio sull’Afghanistan, non sembra in grado d’immaginare di portare donne al tavolo negoziale. (Dice che “ci sta lavorando“). Invece, decide per le donne che “questa strategia gioverà al meglio ai [loro] interessi”. Dichiara che “la cosa peggiore per le donne è che l’ Afghanistan rimanga paralizzato in una guerra civile in cui non evolve alcun sostegno organicamente radicato al loro avanzamento sociale”. Beh, no. Effettivamente, la cosa peggiore per le donne è che una manica di uomini — e neppure afghani, in quanto a quello — decida ancora una volta che cos’è meglio per le donne.

Mi chiedo se sia rilevante che il Gruppo di Studio Afghano, più o meno come la Conferenza di Bonn che istituì il governo Karzai in origine, sia essenzialmente un circolo di maschi. Vi sono tre donne fra 49 uomini e poi un “centro” o “consiglio” (anch’ essi senza dubbio quasi di soli uomini).  Quando ho chiesto a Matthew Hoh perché ci siano così poche donne al Gruppo di Studio, non ha potuto far a meno di ridere, dicendo “questo è Washington, va’ a qualunque incontro importante a Washington, sono uomini”.

Può darsi che sia l’atmosfera inebriante dovuta a tutti quei raduni di abiti eleganti in sale chiuse ad aver ispirato il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia ad abbandonare ogni discrezione in una recente dichiarazione che la promessa di uguale protezione nel 14° Emendamento alla Costituzione USA non si estende alla protezione delle donne dalla discriminazione sessuale. Se degli stati [della federazione] emanassero leggi discriminatorie contro le donne, opinava che non sarebbero incostituzionali. (Si può star certi che qualche legislatore si è messo subito a lavorare in tal senso).

Questa opinione pone il giudice Scalia comodamente a letto coll’ex-giudice capo Shinwari, primo nominato del presidente Karzai alla Corte Supreme della Repubblica Islamica dell’ Afghanistan, che interpretò l’articolo 22 della Costituzione afghana, che stabilisce uguali diritti e responsabilità di uomini e donne di fronte alla legge, dicendo che gli uomini hanno diritti e le donne hanno responsabilità verso i loro mariti. (Forse questo vuol dire che anche gli Stati Uniti sono una cultura tradizionale?)

Le donne leader in Afghanistan lamentano che il loro governo non le consideri “umane”, ma le usi solo come pegni o simboli, presumibilmente per acquetare quei donatori internazionali che ancora la menano con i diritti umani.  George W. Bush usò in questo modo le donne afghane. Obama non le cita. Qui negli USA c’è da scegliere fra sfruttamento cinico, estrema trascuratezza, e piatta discriminazione.

In Afghanistan, Karzai nomina un Alto Consiglio di Pace per negoziare con i talebani: sessanta uomini; i soliti sospetti: signori della guerra, wahabiti, mujahideen, con barba lunga e denti lunghi, ma in lotta per il potere a ogni costo. Thomas Ruttig della Rete di Analisti Afghani, riferisce che fra di loro ci sono 53 uomini collegati a fazioni armate delle guerre civili degli anni 1980 e 1990 ivi inclusi 13 collegati al Hezb-e Islami di Gulbuddin Hekmatyar, attualmente alleati con i taliban. Altri 12 membri dell’Alto Consiglio di Pace avevano funzioni nel governo dell’Emirato dei talebani fra il 1996 e il 2001. Sotto una qualche pressione internazionale, Karzai ha tardivamente aggiunto 10 donne, i soli membri dell’Alto Consiglio di Pace senza legami con milizie armate passate o presenti; esse rappresentano gli interessi della società civile, vale a dire della gente cui potrebbe effettivamente interessare vivere in pace, tanto per cambiare, e fare del loro meglio per sostenerla. Gli USA hanno approvato un tale Consiglio sbilenco. E così Hillary Clinton, una donna che, in quanto Segretario di Stato, ha solennemente promesso ripetutamente di non abbandonare mai le donne dell’ Afghanistan, benché non si ricordi affatto d’invitarle a una conferenza dove uomini internazionali e afghani decidono il futuro del loro paese.

D’accordo, la mia modesta proposta non ha dunque una chance. Il palco è gremito contro la partecipazione delle donne, sia qui che là. Del pari non m’aspetto che gli uomini al potere prendano seriamente il concreto proposito che le donne debbano essere coinvolte ugualmente e pienamente nella realizzazione della pace altrimenti non si ottiene una pace durevole.  Troppi uomini, sia afghani che statunitensi, se la cavano egregiamente, grazie agli attuali schemi tradizionali delle rispettive culture. Quindi, cercando alla cieca qualche eventuale via d’uscita e gravati dalle loro fraintese nozioni di “pace,” i funzionari USA e NATO s’affaccendano ripetutamente a trasportare a Kabul, con enormi costi, un solo mullah taliban d’alto rango per negoziare accordi segreti di pace e di spartizione del potere con il presidente Karzai. I funzionari USA sostengono questi negoziati uomo-a-uomo per dimostrare che la strategia USA alla fine funziona, fintanto che il “mullah” si scopre essere un impostore che sta giocando uno scherzetto lucroso ai presunti poteri. Le donne afghane, che già soffrono gli effetti del crescente potere taliban, non ridono.

Si consideri questo. Qui non stiamo parlando solo di diritti delle donne. I diritti delle donne sono diritti umani. Le donne che esercitano i loro diritti umani sono semplicemente donne che s’impegnano in quelle cose che gli uomini di tutto il mondo prendono per scontate: andare a scuola, andare al lavoro, andare in giro. Ma in Afghanistan oggi — ecco di nuovo in ballo la tradizione — quasi ogni donna e ragazza che eserciti i suoi diritti lo fa col sostegno dell’uomo o degli uomini che le permettono di uscire di casa: padre, marito, fratelli, zii, figli. Si escludano le donne dalla loro giusta parte uguale di decisionalità nel processo di realizzazione della pace e si tradiranno anche gli uomini che stanno loro dietro, uomini per auto-definizione dediti al sogno di un futuro più egalitario e democratico per il loro paese.

La triste notizia dall’Afghanistan è che un bel po’ di progressisti si sono già mentalmente preparati la loro strategia di uscita. Come generazioni d’afghani prima di loro, diventeranno parte di una delle più vaste diaspore mondiali da un solo paese. Ironicamente, scommetto che molti di quegli afghani progressisti si porteranno le famiglie negli Stati Uniti, dove le donne appaiono libere ed è confortante immaginare che la misoginia sia morta.

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Ann Jones è autrice di War Is Not Over When It’s Over: Women Speak Out from the Ruins of War [La guerra non è finita quand’è finita. Le donne parlano dalle rovine della guerra] (Metropolitan 2010) sul modo in cui la guerra influisce sulle donne dall’Africa al Medio Oriente all’Asia. Ha scritto delle lotte delle afghane in Kabul in Winter [Kabul d’inverno] (Metropolitan 2006). Attualmente è membro dell’Istituto Radcliffe per Studi Avanzati a Harvard.

(Nota su ulteriori letture: Il rapporto HRRAC su “Women and Political Leadership [Donne e leadership politica]” si può trovare online all’indirizzo www.afghanadvocacy.org.af/englishweb/Data/…/English%20File%20PDF.pdf )

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale:
Why Peace Is the Business of Men (But Shouldn’t Be)
http://www.transcend.org/tms/2011/01/why-peace-is-the-business-of-men-but-shouldn%E2%80%99t-be/

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