Dart Fader ha le orecchie di Topolino? – Recensione di Dario Cambiano

Frederic Martel, Mainstream, Feltrinelli, Milano 2010

A dispetto dell’illustrazione di copertina, l’elmo terrificante di Dart Fader, il cattivo di “Guerre Stellari” a cui sono spuntate le orecchie di Topolino, non c’è – sembra – nessun complotto, nessuna anima nera che gestisce l’industria culturale mondiale.

Se nella seconda metà del Novecento l’Impero (cioè gli Stati Uniti) ha monopolizzato di fatto la cultura dei paesi industrializzati (e l’autore ci ricorda come già negli anni Venti l’America avesse colonizzato il mondo con il jazz), negli ultimi due decenni lo sviluppo dell’industria culturale mondiale ha visto l’emersione di nuovi e potenti soggetti. Sicuramente di forti culture locali, che nascono nei paesi di nuova industrializzazione (Cina, Brasile, India e Russia) e che di fatto, almeno sul loro territorio, contrastano il diffondersi della cultura statunitense. A cui si aggiungono culture commerciali altrettanto aggressive di quella statunitense, ma dal mercato contenuto dalla forte connotazione etnica o religiosa: le culture islamica e giapponese. Oltre naturalmente alla industria culturale europea, capace di essere il primo importatore di tutte le culture del mondo ma solo il secondo esportatore.

Una “industria hip” come la definisce Martel, che si è decentrata e complicata, con un modello difficile da tratteggiare: la complessità strutturale cui fa da contraltare però la costante semplicità dei contenuti.

Ecco, forse è questo ciò che manca alla approfondita analisi di questo libro: l’aver parlato per 400 pagine di “dove” si produce la cultura “di massa” (l’autore ha viaggiato per anni da Hollywood a Riad, da Bollywood a Shangai, intervistando centinaia di manager coinvolti nel processo di produzione dell’enterteinment globale); l’aver scritto nelle 30 pagine finali un breve saggio sul “come” e sul “perché” si è modificata l’industria culturale intercontinentale. Ma senza mai parlare del “cosa” si produce, e se questo “cosa” si è modificato nel corso dei decenni.

Che esista una industria dello spettacolo, dell’evasione, della cultura del divertimento, è ormai assodato. Sarebbe interessante capire come si è evoluta, quali valori veicola a cavallo del nuovo millennio. Tutto questo non ce lo dice Martel.

Resta tuttavia un libro di utile consultazione per chi volesse farsi un’idea della complessità delle joint venture che detengono il capitale delle grandi major produttrici di cultura. Ma, come lo stesso Martel ammette, gli spostamenti di capitale, il continuo passaggio dei pacchetti azionari, rendono provvisorio anche questo lavoro: tra dieci anni chissà chi avrà il monopolio della Paramount, o della Sony, o della Time Warner. Certo è che sarebbe interessante capire se continueranno a produrre lo stesso chiché culturale. Va però dato atto a Martel che un simile interrogativo richiederebbe un lavoro forse troppo vasto per una persona sola.

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