Violenza: catena da tagliare – Recensione di Enrico Peyretti e Angela Dogliotti Marasso

In un mondo migliore, di Susanne Bier, Danimarca-Svezia 2010

Anton , generoso medico da campo in Africa, padre di Elias, resiste alla violenza, evangelicamente regge lo schiaffo senza restituirlo, ma insulta e offende l’offensore. Non è, la sua, precisamente la nonviolenza gandhiana, che usa la forza dell’amore e della compassione, è superiore alla resistenza, non è astensione ma azione più forte della violenza. Anton è cercatore di nonviolenza, ma poco nonviolento, come me. Da medico, cura anche il nemico, ne rifiuta l’amicizia perché sarebbe in quel caso complicità coi suoi crimini, espelle le armi dal campo, ma non può, e sembra che neppure lo cerchi, di evitare la vendetta popolare sul criminale.

In questo racconto, la violenza più drammatica è quella degli adolescenti. Non si vede una responsabilità grave dei genitori (eccetto il bimbo del meccanico Lars, che evidentemente imita il padre). Anzi, l’esempio coraggioso di Anton è bello. Forse i genitori tardano a capire, sono distratti. La telefonata intercontinentale tra padre e figlio, sull’orlo della tragedia, non fallisce solo per lo sfinimento comprensibile del padre, ma anche per difficoltà tecniche sulla linea.

Dunque, c’è una violenza giacente nel fondo della natura umana? La violenza dei due ragazzi è fatale, umanamente inevitabile? Dunque, come dimostra Christian domando il sadico compagno maggiore a suon di colpi e con una minaccia terribile, la violenza anti-violenza paga, rende? Ma l’arma efficace rimane come pericolo incombente, di mano in mano. Ogni minaccia si ritorce.

Elias accetta con poca voglia di partecipare alla vendetta su Lars, la quale per lui è pur sempre una forma di amore per il padre offeso. Christian è violento per la morte della madre e perché crede di dover odiare il padre, quindi per un risentimento disperato verso la realtà (i genitori), che si sfoga sui violenti (il bullo e Lars) per giustificarsi. E rischia di rivolgersi su se stesso quando vede gli effetti sul proprio amico.

Compare anche, nel film, sebbene difficile e timido, il valore del perdono. Ma la sostanza del racconto, come è detto chiaramente da Anton, è che la violenza è una catena, e l’unico modo di liberarsene è tagliarla. Non sarà un film gandhiano né evangelico, la nonviolenza di Anton resta ambigua, ma pone efficacemente il vero problema: la violenza non è usabile, per vivere bisogna uscirne, nel modo migliore possibile.

Enrico Peyretti, 5 gennaio 2011

…e l’integrazione di Angela Dogliotti Marasso

caro Enrico, ho visto anch’io il film e il messaggio mi sembra chiarissimo: la violenza va interrotta, respinta. Anche se questo non è facile. Trovo la figura di Anton più positiva di come la descrivi tu. La sua non è ambiguità: contrasta la violenza con forza e coraggio, vuole trasmettere ai ragazzi questo messaggio (e per questo va dal meccanico); usa parole dure e forse offensive, nei confronti di Lars, è vero, ma gli dice la verità. Il punto più drammatico mi sembra quello della vendetta popolare sul criminale, in Africa. Non credo voglia dire, però,  che solo la violenza fa giustizia. L’ho letto, piuttosto, come una presa d’atto sgomenta di quanto la violenza sia pervasiva e di come si imponga in certe situazioni estreme, di fronte alle quali anche la nonviolenza, almeno quella individuale, è insufficiente, è come impotente. Questa è certamente un’amara riflessione, che tiene conto della realtà e non la piega ad alcuna ideologia. Ma l’orientamento di tutto il film mi pare valorizzi un atteggiamento assertivo e sostanzialmente nonviolento.
Ciao,
Angela

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