Il tramonto della democrazia nell’era della globalizzazione – Danilo Zolo

Il declino dei modelli classici e post-classici della democrazia

Oggi non è chiaro che cosa significhi la parola “democrazia”. Coloro che usano disinvoltamente il termine “democrazia” lo fanno o per pigrizia intellettuale o per scarsa conoscenza dei problemi. Molto spesso si tratta di retorica politica e di presunzione ideologica occidentale. Negli Stati Uniti d’America, in particolare, i leader politici usano il termine democracy per esaltare il proprio regime e per discriminare sul piano internazionale quelli che essi chiamano “Stati canaglia” (rogue states).

Non c’è dubbio che il significato classico di “democrazia”, risalente all’esperienza ateniese, appartiene ad una storia remota che ormai ha ben poco da insegnarci. Oggi, in tempi di espansione globale del potere politico, economico e militare, nessuno studioso serio pensa che il modello della agorà e della ecclesia abbia una qualche attualità. E nessuno oggi crede che i partiti politici siano realmente delle organizzazioni “rappresentative” che trasmettono fedelmente ai vertici del potere statale le esigenze e le aspettative degli elettori.

Oltre a tutto ciò, oggi si deve riconoscere che anche la “dottrina pluralistica” della democrazia, affermatasi in Occidente dopo la seconda guerra mondiale, è ormai in declino. Nelle società moderne – aveva sostenuto Joseph Schumpeter (1) – la democrazia si fonda su tre principi: il pluralismo delle élites in concorrenza fra loro per la conquista del potere politico; il carattere alternativo dei loro programmi; una libera e pacifica competizione elettorale per la scelta da parte del popolo dell’elite che deve governare. Autori come Robert Dahl, John Plamenatz, Raymond Aron, Giovanni Sartori (2) hanno sostenuto, nella scia di Weber e di Schumpeter, che la gestione del potere deve essere necessariamente affidata ad una ristretta classe dirigente, composta di politici di mestiere, dotati di competenze specifiche. Al pubblico “incompetente” dei cittadini può essere riservata esclusivamente la funzione di scegliere l’élite alla quale affidare il potere di comando e alla quale ubbidire disciplinatamente.

Negli ultimi decenni, nel contesto di società “globalizzate”, sempre più differenziate e complesse, anche la dottrina pluralistica della democrazia si è rivelata poco realista. In questi anni l’Occidente è passato dalla società dell’industria e del lavoro alla società postindustriale, dominata dalla rivoluzione tecnologico-informatica e dallo strapotere di corporations internazionali che hanno diffuso l’economia di mercato in ogni angolo della terra. Il potere politico ed economico si è concentrato nelle mani di poche superpotenze e il diritto internazionale è ormai subordinato alla loro volontà assoluta. La sovranità politica degli Stati nazionali si è molto indebolita, mentre la funzione dei Parlamenti è stata limitata dal potere delle burocrazie pubbliche e private, inclusa la burocrazia giudiziaria e le corti costituzionali. Nello stesso tempo il potere esecutivo ha assunto una funzione egemonica, alterando la divisione dei poteri che era stata la caratteristica del Rechtsstaat eurocontinentale e del rule of law anglo-americano.

Oggi non è chiaro neppure che cosa siano i “partiti politici”. Come hanno sostenuto Leslie Sklair e Luciano Gallino, le democrazie sono dominate dall’egemonia di alcune élites economico-politiche al servizio di intoccabili interessi privati (3). È la cosiddetta “nuova classe capitalistica transnazionale” che domina i processi di globalizzazione dall’alto delle torri di cristallo di metropoli come New York, Washington, Londra, Francoforte, Nuova Delhi, Shanghai. In questo contesto il sistema dei partiti è un apparato “autoreferenziale”, nel senso che i partiti operano circolarmente come fonte della propria legittimazione e riproduzione.

I partiti non svolgono il ruolo di aggregare le domande politiche emergenti dalla società e di metterle in concorrenza fra loro nel Parlamento. I partiti non sono in nessun senso dei canali della rappresentanza politica, volontariamente sostenuti dai propri militanti ed elettori. Usando sistematicamente lo strumento dalla Televisione, i leader politici si rivolgono direttamente ai cittadini-consumatori mettendo in mostra i propri “prodotti propagandistici” secondo abili strategie di marketing televisivo. La loro funzione è in sostanza quella di investire il loro potere e il loro denaro entro circuiti finanziari informali e spesso occulti, attraverso i quali essi distribuiscono risorse finanziarie, vantaggi e privilegi. In questo modo alimentano la solidarietà e gli interessi sui quali essi si reggono e che spesso hanno dimensioni transnazionali (4).

Oltre a questo, ci sono analisi attendibili che hanno mostrato che i partiti tendono ad accordarsi fra di loro su tutto ciò che per loro è essenziale in quanto apparati burocratici del sistema politico nazionale. Un esempio clamoroso è l’imponente auto-finanziamento dei partiti: è un finanziamento sottratto a qualsiasi effettiva regolazione normativa, controllo e sanzione (5). Si pensi, ad esempio, che in Italia le spese pubbliche per il finanziamento dei partiti superano le spese sanitarie, che sono imponenti. E la solidarietà collettiva consente all’insieme dei partiti la concorrenza con gli altri soggetti della “poliarchia corporativa”. In Italia, si tratta di organizzazioni che non è esagerato chiamare “quasi-statali”, come la mafia, la “n’drangheta” calabrese, la camorra, la chiesa romana, le banche più potenti, la grande industria, i trafficanti di droga, i “servizi segreti”. In sintonia con questi soggetti “pubblico-privati” la maggioranza dei partiti opera al di fuori del sistema politico formale e, talora, contro l’ordinamento giuridico dello Stato. Si pensi – sempre con riferimento all’Italia – alla fittissima rete degli appalti pubblici, che sono la casa-madre miliardaria della corruzione e della concussione di leader politici, di funzionari pubblici e di managers di alto livello.

Come hanno sostenuto Alan Wolfe (6) e Norberto Bobbio (7), nelle democrazie contemporanee convivono le strutture di un “doppio Stato”. È un doppio Stato nel senso che accanto ad uno Stato visibile esiste nelle democrazie occidentali uno “Stato invisibile”, una sorta di sottofondo insondabile delle formalità democratiche. Bobbio indica un particolare ambito di invisibilità del potere: è il duplice intreccio fra la politica nazionale e l’economia mondiale. In modo speciale in Italia, la classe politica esercita un ingente “potere invisibile” attraverso la gestione diretta o indiretta di attività economiche sottratte di fatto al controllo e all’ispezione della giurisdizione amministrativa e ordinaria. Le pratiche occulte riguardano una grande varietà di funzioni connesse alle migliaia di enti che dipendono da amministrazioni pubbliche, in particolare dalle Regioni, dalle Provincie e dai Comuni. In questo modo la classe politica condiziona i progetti urbanistici delle città, l’amministrazione dei servizi sanitari, gli enti di previdenza e assistenza, il credito delle imprese, il commercio con l’estero e persino l’amministrazione della giustizia (8).

Quanto alla capacità degli elettori democratici di giudicare la competizione politica e di scegliere l’élite meritevole di svolgere funzioni governative, essa è molto incerta. Persino in relazione alle issues più semplici e coinvolgenti – l’inquinamento ambientale, la guerra, il sistema penale, il carcere, l’energia nucleare, la distribuzione dell’acqua, ecc. – l’opinione pubblica e quindi il consenso politico difficilmente si basa su un’informazione controllata e su una valutazione razionale. Alla complessità delle questioni si aggiunge la barriera degli strumenti di comunicazione di massa, la Televisione anzitutto. Ciò che rimane è la libertà di voto “negativa”, nel senso che l’elettore è libero di partecipare o di non partecipare alle elezioni e di esprimere una preferenza elettorale. Ma non sono gli elettori a decidere quali questioni politiche devono essere sottoposte al loro giudizio: qualcuno prima di loro e al loro posto stabilisce che cosa sottoporre alla loro decisione e che cosa invece riservare ad accordi segreti, eliminando ogni rischio di destabilizzazione istituzionale. Siamo dunque in presenza di un regime che a mio parere si può chiamare “tele-oligarchia post-democratica”: una post-democrazia nella quale la grande maggioranza dei cittadini non “sceglie” e non “elegge”, ma ignora, tace e obbedisce (9).

L’opinione pubblica all’interno di uno Stato non dispone di fonti di informazione indipendenti dal sistema telecratico nazionale e internazionale. Le Televisioni locali sono collegate alla grande struttura internazionale dell’industria multimediale. Le corporations transnazionali che hanno il monopolio dell’emittenza televisiva sono in maggioranza insediate negli Stati Uniti e sono tutte appartenenti all’OCSE: fra queste Aol-Time-Warner, Disney, Bertelsmann, Viacom, Tele-Communications Incorporated, News Corporation, Sony, Fox. La comunicazione pubblicitaria diffonde in tutto il mondo messaggi simbolici fortemente suggestivi che esaltano la ricchezza, il consumo, lo spettacolo, la competizione, il successo, la seduzione del corpo femminile. La comunicazione “subliminale” stimola le pulsioni acquisitive in una chiave politica fortemente conservatrice e ispirata ai valori dell’economia capitalistica ormai dominante a livello globale (10). Grazie alla Televisione l’espansione della produzione industriale e del consumo non solo ispira le strategie delle élites politiche al potere, ma domina anche l’immaginazione collettiva: è un conformismo profondo e generalizzato che influenza i ritmi di vita, le scelte di valore e le propensioni politiche della grande maggioranza dei cittadini. Bobbio ha sostenuto che lo strapotere del mezzo televisivo ha causato un’inversione del rapporto fra i cittadini controllori e i cittadini controllati: sono le ristrette minoranze dei funzionari di partito e degli eletti a controllare le masse degli elettori e non viceversa (11). E un’ulteriore causa alla subordinazione politica dei cittadini sono gli opinion polls. Sotto l’apparenza del rigore scientifico i “sondaggi” vengono usati non per analizzare ma per manipolare la cosiddetta “opinione pubblica”. Le agenzie demoscopiche, al servizio delle élites più influenti, registrano le risposte del pubblico ai loro questionari e grazie alla televisione influenzano l’opinione pubblica attraverso la divulgazione selettiva dei risultati dei sondaggi.

Anche in questo caso l’esperienza italiana è esemplare. Il potere che da quasi un ventennio domina l’opinione pubblica italiana è essenzialmente quello televisivo, sotto il monopolio di un leader – Silvio Berlusconi – che deve il suo successo alla sua straordinaria ricchezza, alla proprietà di larga parte delle emittenti televisive private e al controllo politico della televisione pubblica.

La dottrina post-classica della democrazia era arrivata a sostenere che la nozione di “rappresentanza” conservava un senso soltanto come divisione sociale del lavoro. Kelsen si era spinto sino a sostenere che il Parlamento rappresentava il popolo in modo non diverso da come, secondo la dottrina monarchica, la persona del sovrano ereditario o i funzionari da lui nominati rappresentavano il popolo, la nazione o lo Stato. Nella democrazia moderna la volontà del potere esecutivo – il Parlamento è ormai sostanzialmente privo di funzioni autonome – si sostituisce di fatto alla presunta volontà del “popolo sovrano”, mentre la sovranità popolare non è più che una “maschera totemica” (12). In una visione realistica della “post-democrazia” contemporanea i “rappresentanti” sono in realtà dei burocrati e dei managers che “rappresentano” gli elettori soltanto nel senso che fanno qualcosa al loro posto, qualcosa che i singoli elettori non hanno la competenza, le risorse finanziarie o la possibilità di fare. In questo senso i regimi democratici si differenziano dai regimi dispotici o totalitari soltanto per la maggiore complessità delle procedure di nomina delle élites e per il cambiamento nel tempo delle maggioranze e delle minoranze parlamentari. Ma l’alternanza delle élites al potere non comporta un effettivo cambiamento degli obiettivi politici perseguiti e degli interessi economici garantiti. Le élites economico-politiche sono fortemente condizionate da interessi di parte, dalle strategie internazionali e dagli obiettivi globali delle grandi potenze.

Nelle analisi di Bobbio la democrazia era intesa come un complesso di regole procedurali il cui rispetto garantiva un contenuto politico minimo: la tutela giuridica delle libertà civili, la pluralità dei partiti e la periodicità delle elezioni (13). Bobbio non solo aveva rinunciato ad una difesa più ampia delle istituzioni democratiche, ma aveva redatto un severo catalogo delle “promesse non mantenute” della democrazia moderna. Fra le altre egli aveva indicato la paralisi dell’autodeterminazione popolare dovuta all’incontenibile espansione delle burocrazie pubbliche; l’autonomia intellettuale delle persone minacciata dall’industria culturale; l’eguaglianza sociale contrastata dal permanere delle forme capitalistiche della produzione; la trasparenza delle decisioni politiche vanificata dall’intervento dei partiti nei settori dell’economia e dell’informazione pubblica (14).

Per conto suo, Niklas Luhmann aveva sostenuto che il consenso politico dei cittadini stava diventando sempre più debole. La procedura elettorale, basata sui principi della generalità del suffragio, dell’eguaglianza del voto e della sua segretezza non esprimeva la cosiddetta “volontà popolare”, né consentiva di scegliere gli uomini migliori e più competenti. La sua funzione era ormai solo quella di neutralizzare e rendere puramente formale il ruolo degli elettori, consentendo loro di esprimere la propria volontà soltanto con un “sì” o con un “no” nei confronti di alternative molto generiche e ridotte di numero. In questo modo gli elettori venivano inseriti in una procedura auto-obbligante che consentiva alle élites al potere di dare per scontato il sostegno popolare delle proprie decisioni. Il cosiddetto consenso democratico era ormai una finzione istituzionale, un formula rituale di giustificazione ideologica della politica, non certo la ricerca di un consenso effettivo, fondato sulle reali convinzioni dei cittadini (15).

La mia opinione è che le analisi di Kelsen, di Bobbio e di Luhmann, nonostante il loro realismo e la loro acutezza, siano oggi teoricamente insufficienti di fronte alla sfida globale lanciata negli ultimi decenni dalla rivoluzione tele-informatica, dai processi di globalizzazione economico-finnanziaria e dalla concentrazione del potere politico internazionale nelle mani di alcune superpotenze occidentali. Gli Stati Uniti d’America, in particolare, hanno usato la loro supremazia politico-militare per dar vita ad una serie di guerre di aggressione – dalla guerra del Golfo del 1991 alle guerre di aggressione della Serbia nel 1999, dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003. È chiaro, secondo me, che le guerre di aggressione rendono sempre più improbabile la conservazione dei delicati meccanismi delle procedure democratiche, sia negli Stati aggrediti che negli Stati aggressori. Negli Stati aggressori la democrazia viene di fatto sostituita da un esercizio del potere molto più “efficiente”, perché concentrato nelle mani di esperti senza scrupoli moralistici, capaci di un impiego spregiudicato delle risorse economiche e finanziarie e soprattutto decisi a limitare pesantemente i diritti di libertà dei cittadini. E non si può trascurare il fatto che la guerra contro il global terrorism, in nome della quale viene usata la violenza e repressa la libertà, è essa stessa una guerra che diffonde il terrore facendo strage di persone innocenti con mezzi di distruzione di massa (16).

Non sembra dubbio che ci troviamo di fronte ad una notevole perdita di capacità evolutiva delle istituzioni democratiche. La loro evoluzione, almeno negli ultimi due secoli, aveva segnato un progresso costante: dalle conquiste rivoluzionarie dei diritti umani all’universalità del suffragio elettorale e dei diritti politici, alla tutela dei diritti sociali nell’ambito del Welfare state. Nelle aspirazioni dei progressisti – si pensi in particolare a Thomas H. Marshall – questa parabola evolutiva avrebbe portato gradualmente al socialismo e cioè ad una democrazia fondata sull’eguaglianza economico-sociale dei cittadini e sulla scomparsa delle classi sociali. Ma l’evoluzione si è interrotta definitivamente nel corso degli ultimi decenni. La globalizzazione ha posto bruscamente in crisi il Welfare state e ha favorito il costituirsi di regimi che, pur sventolando ancora la bandiera della “democrazia”, sono in realtà oligarchie elitarie, tecnocratiche e repressive. Sono regimi orientati alla pura efficienza economico-politica, al benessere delle classi dominanti e alla discriminazione dei cittadini non abbienti e, in modo tutto particolare, dei migranti extracomunitari, trattati e sfruttati non di rado come servi o come schiavi.

2. Il crepuscolo dello Stato sociale e le due nozioni di “sicurezza”

In aggiunta a tutto quanto ho sinora sostenuto, non si può non riconoscere che anche il modello democratico dello Stato sociale o Welfare State è oggi in crisi nei principali paesi occidentali. Il livello più alto raggiunto in Occidente da un sistema politico nel tentativo di regolare democraticamente i rapporti economico-sociali e di ridurre l’insicurezza è stato senza dubbio il Welfare state (17). Le libertà fondamentali, l’habeas corpus, la proprietà privata, l’autonomia negoziale, il suffragio universale e in genere i diritti politici erano già stati formalmente garantiti dallo Stato di diritto liberaldemocratico. Ma lo Stato sociale, a partire dagli anni trenta del Novecento, aveva tentato di andare oltre lo Stato di diritto liberaldemocratico tutelando i cosiddetti “diritti sociali”: il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione e il diritto alla salute, oltre a una serie di prestazioni pubbliche di carattere assicurativo, assistenziale e previdenziale. Si può dire che lo Stato sociale si è fatto carico dei rischi – e quindi dell’insicurezza e della paura – strettamente legati all’economia di mercato, fondata su una logica contrattuale e concorrenziale che suppone la diseguaglianza economico-sociale degli individui e la riproduce senza limiti.

Oggi è largamente condivisa l’idea che lo Stato sociale attraversi una grave crisi a causa dei processi di trasformazione economica e politica che vanno sotto il nome di globalizzazione. Autori come Ulrick Beck, Loïc Wacquant, Luciano Gallino, Joseph Stiglitz, Robert Castel (18) hanno riconosciuto che la globalizzazione ha segnato il trionfo dell’economia di mercato moltiplicando in pochi decenni la quantità globale dei beni prodotti e quindi la ricchezza complessiva. Nel 2000 il prodotto interno lordo del pianeta è stato di 42.000 miliardi di dollari, sette volte più che nel 1950. Per un altro verso, però, la globalizzazione ha incrementato la discriminazione fra paesi ricchi e paesi poveri: oggi le 20 persone più ricche del mondo dispongono di una ricchezza complessiva pari a quella del miliardo più povero (19).

Per quanto riguarda la crisi del Welfare state, l’onere di un’ampia serie di rischi sociali è stato posto sempre più a carico dei singoli cittadini, anziché della comunità, secondo un approccio orientato a privatizzare la responsabilità del rischio e dell’incertezza. Si tratta di un approccio individualistico e autoritario nello stesso tempo, sempre più lontano dai valori della democrazia, in tutte le sue possibili concezioni. Questa privatizzazione del rischio vale in particolare per la sanità, l’istruzione, il lavoro e le pensioni, settori nei quali le prestazioni del bilancio pubblico tendono in molti paesi occidentali ad una progressiva restrizione.

Nel frattempo le nuove guerre “globali”, l’instabilità dei mercati, i cambiamenti demografici, le grandi migrazioni e l’evoluzione dei sistemi produttivi dei paesi più ricchi hanno contribuito a determinare una contrazione delle retribuzioni del lavoro e una diffusa instabilità dei rapporti contrattuali. La competizione globale impone criteri di concorrenza soprattutto nell’area dei fattori produttivi più deboli, a cominciare dalla forza-lavoro. In presenza di una accresciuta concorrenza, le imprese tendono a liberarsi della quasi totalità dei tradizionali lavoratori dipendenti a favore di prestazioni lavorative “flessibili” – a tempo determinato, a tempo parziale o di carattere interinale – che consentono di utilizzare la minor quantità possibile di forza-lavoro per unità di prodotto

La crescente “flessibilità” del lavoro sta portando a un indebolimento dell’intero apparato delle tutele democratiche garantite sinora ai lavoratori e alle loro famiglie: pensione, liquidazione, malattie, gravidanza, e così via. Le tecniche di flessibilizzazione tendono ad attribuire al rapporto di lavoro dipendente una dimensione di puro diritto privato. Il suo carattere sempre più “atipico” separa il lavoratore dipendente da qualsiasi dimensione collettiva. La tutela sindacale diviene problematica, assieme alla stessa possibilità di una regolazione pubblica dei rapporti di lavoro: l’esito finale che si profila è la pura contrattazione individuale fra il datore di lavoro e il singolo lavoratore (20).

La conseguenza generale che ne deriva è la tendenza a riassorbire la le istituzioni democratiche entro lo schema dello “Stato liberale puro” o della “società di diritto privato”. Le nuove parole d’ordine sono ovunque: privatizzazione, subordinazione di tutti i lavoratori, pubblici e privati, alle regole del rapporto di lavoro subordinato, contrazione di ogni erogazione pubblica che non sia motivata da un’assoluta emergenza, abbandono delle politiche di pieno impiego e comunque di sostegno del diritto al lavoro, attenuazione delle difese sociali predisposte a favore degli anziani e dei disabili.

Naturalmente tutto ciò approfondisce il divario fra una classe media economicamente garantita e un variegato campionario di soggetti emarginati: dai pensionati poveri ai senza fissa dimora, alle prostitute, ai tossicodipendenti, ai malati di Aids, agli ex-detenuti, ai sofferenti psichici, agli extracomunitari regolari e clandestini, ai rom, e così via. Ne deriva un’ulteriore frammentazione del tessuto sociale, soprattutto in termini di demotivazione all’impegno civile, di attenuazione del senso di appartenenza. E la crescente aspettativa di sicurezza canalizza la paura in una diffusa richiesta di una spietata repressione dei “malvagi” e di un esercizio autoritario del potere contro i rischi del disordine e dell’anarchia.

A tutto questo si aggiunge, in molti paesi, l’antagonismo fra le popolazioni dei paesi occidentali e le masse crescenti di migranti provenienti da aree continentali senza sviluppo e con un elevato tasso demografico. Si tratta di soggetti molto deboli ma che, a rischio della vita, esercitano una forte pressione per l’ingresso e l’accettazione nei paesi occidentali e per l’eguaglianza di trattamento. La replica da parte delle cittadinanze minacciate da questa pressione “cosmopolitica” si esprime in termini sia di rigetto o di espulsione violenta degli immigrati, sia di negazione della loro qualità di soggetti civili, sia infine di discriminazione giuridica e politica nei confronti dei “barbari invasori”. Questo conflitto sta scrivendo e sembra destinato a scrivere nei prossimi decenni alcune fra le pagine più luttuose della storia civile e politica dei paesi occidentali, a cominciare dall’Italia. Il governo italiano, con la sua decisione di sanzionare come un crimine l’ingresso irregolare degli stranieri extra-comunitari nel territorio dello Stato (21) e, soprattutto, con la proposta del giugno 2008 di registrare le impronte digitali dei bambini, ha dato una prova di inciviltà giuridica e di squallida discriminazione razzista, assolutamente antidemocratica. In questo modo il governo ha assecondato di fatto l’ondata di isteria giustizialista e di xenofobia che in Italia aveva già investito, assieme, i cittadini romeni e le minoranze Rom e Sinti.

3. Dallo Stato democratico alla società penitenziaria

Il trionfo dell’economia di mercato non ha soltanto messo in crisi lo Stato democratico nella sua forma di Welfare state: ha coinvolto l’intera esperienza delle istituzioni liberaldemocratiche occidentali. Il termine “sicurezza” è sempre meno associato ai legami di appartenenza sociale, alla solidarietà, alla prevenzione, all’assistenza, in una parola alla sicurezza intesa come garanzia democratica per tutti di trascorrere la vita al riparo dall’indigenza, dalle malattie, dallo spettro di una vecchiaia invalidante e miserabile, da una morte precoce. Si tratta di un drastico passaggio da una concezione della sicurezza come riconoscimento dell’identità delle persone e della loro partecipazione alla vita sociale ad una concezione della sicurezza intesa come difesa poliziesca degli individui da possibili atti di aggressione e come repressione e punizione della devianza.

Zygmunt Bauman, nel suo Liquid Fear, ha sostenuto che in tempi di globalizzazione la sicurezza all’interno degli Stati è sempre più concepita come “incolumità individuale” sulla base dell’assunzione – in larga parte fondata su interpretazioni distorsive dei dati statistici – che ci troviamo di fronte ad un costante aumento della criminalità (22). La “cultura del controllo” si concentra sulla difesa del territorio, sulla militarizzazione delle città e delle singole residenze abitative, sulla messa sotto tutela di alcune categorie sociali considerate “pericolose”, sull’uso di guardie private e sul rigore penale (23). Ai processi di globalizzazione corrisponde nella maggioranza dei paesi occidentali (e in alcuni altri paesi latinoamericani, come il Brasile, la Giamaica e il Messico, che ne hanno seguito l’esempio), una profonda trasformazione delle politiche penali e repressive: una trasformazione per la quale Loïc Wacquant ha coniato l’espressione “dallo Stato sociale allo Stato penale” (24).

In una larga parte dei paesi occidentali l’amministrazione penitenziaria tende a occupare gli spazi lasciati liberi dalla smobilitazione istituzionale di ampi settori della vita politica, sociale ed economica del Welfare state (25). Gli Stati occidentali accordano un’importanza crescente al controllo poliziesco delle persone e alla lotta armata contro la criminalità. Lo fanno all’insegna dell’ideologia penale della Zero tolerance, che si è affermata negli Stati Uniti e che la deriva della globalizzazione ha poi rapidamente diffuso in molti paesi occidentali. Oggetto di un minuzioso controllo del territorio e di una repressione inflessibile sono i comportamenti devianti, anche di lievissima entità, dei soggetti marginali che non si adeguano ai modelli del conformismo sociale e che sono pertanto considerati i massimi responsabili del disordine e dell’insicurezza.

Un caso esemplare è rappresentato dalle politiche penali e penitenziarie praticate negli Stati Uniti nell’ultimo trentennio. La superpotenza americana occupa il primo posto sia nella lotta contro la criminalità, sia nell’incarcerazione di un numero crescente di detenuti (solo la Federazione russa si avvicina alle quote statunitensi). A questo primato si aggiunge, come è noto, l’ostinata applicazione della pena di morte. Dal 1980 ad oggi negli Stati Uniti la popolazione penitenziaria si è più che triplicata, raggiungendo nel 2007 la cifra di oltre 2.300.000 detenuti. Il tasso di detenzione è il più alto del mondo: 753 cittadini incarcerati ogni 100.000 (26), sette volte più che in Italia.

Questi dati appaiono ancora più rilevanti se si considera che negli Stati Uniti i detenuti sono soltanto un terzo della popolazione soggetta a controllo penale. Ci sono infatti oltre quattro milioni di cittadini sottoposti alle misure alternative della probation e della parole, e questo porta complessivamente a oltre sei milioni le persone che sono sottoposte a una qualche forma di misura penale per “ridurre la paura” nel paese della libertà (27).

A tutto questo occorre aggiungere che negli Stati Uniti è in corso la tendenza alla privatizzazione del carcere. È il cosiddetto correctional business, il cui volume di affari ha segnato una crescita esponenziale e la cui struttura ha assunto le caratteristiche di una “multinazionale delle sbarre”, diffondendosi in paesi come la Gran Bretagna, l’Australia, Israele e il Cile. Negli Stati Uniti, in un numero crescente di istituti penitenziari privati, molti dei quali quotati in borsa, sono oggi rinchiusi oltre trecentomila detenuti, pari a circa un quinto della popolazione carceraria complessiva. La logica di questa impresa economica è ovviamente il profitto e questo incide in misura rilevante sulla qualità del trattamento carcerario: è ormai del tutto abbandonato il modello del carcere come luogo di “rieducazione” e di “risocializzazione”. I penitenziari sono delle discariche umane che, non diversamente dal patibolo, hanno il compito di incapacitare e annientare i soggetti devianti, come vuole il diffuso fervore giustizialista e vendicativo – si pensi all’imponente fenomeno del Victim’s Rights Mouvement – che oggi esalta le virtù terapeutiche del carcere e della pena di morte (28).

4. Sicurezza, libertà, autonomia cognitiva

Di fronte a questo panorama allarmante sorge spontanea la domanda: che cosa fare? che cosa fare in Italia, in Europa, nel mondo? Che cosa fare nella Federazione russa? Che cosa possono fare le forze progressiste in presenza di una deriva “post-democratica” che investe l’Occidente intero, diffonde la povertà, l’insicurezza e la paura, ricorre a crudeli strategie repressive inclusa la pena capitale? La risposta è drammaticamente difficile e non sono certo in grado di tentare qui una risposta adeguata. Di più, non nego il mio pessimismo. Personalmente ritengo che il pessimismo sia un dovere morale, un atto di coraggio. Condivido l’idea di Oswald Spengler che sosteneva che “l’ottimismo è viltà” (29).

Dirò semplicemente che a mio parere il primo compito di un movimento progressista che sia in sintonia con i problemi posti dai processi di globalizzazione è quello di lasciarsi alle spalle il codice delle certezze marxiste, ma senza abbandonare la visione generale del mondo che il marxismo ci ha lasciato in eredità. Come ha scritto Norberto Bobbio (30), il marxismo ci ha insegnato a vedere la storia umana dal punto di vista degli oppressi e a mettere da parte il moralismo politico per una scelta realista e conflittualistica.

Occorrerebbe anzitutto tentare di salvare alcuni valori e alcuni diritti umani che oggi sono fra i più calpestati: anzitutto i diritti sociali e i “nuovi diritti” come, fra gli altri, i diritti degli stranieri migranti, il diritto all’ambiente, il diritto all’acqua, il diritto a non essere torturati e degradati dalla “giustizia” degli Stati, il diritto alla pace e, non ultimo, il diritto alla vita, oggi brutalmente calpestato dal terrorismo delle guerre di aggressione occidentali e dalla replica altrettanto violenta e terroristica degli aggrediti (31). Si tratterebbe inoltre di resistere al tentativo neo-liberale di smantellare anche gli ultimi residui del Welfare state, cercando di subordinare la logica discriminatrice del mercato alla logica di status dei diritti soggettivi e alla loro funzione protettrice e “rassicurante”. Questa potrebbe essere la premessa non certo per restaurare le forme classiche o postclassiche della democrazia – obiettivo ormai irraggiungibile – ma almeno per restituire un minimo di autonomia ai soggetti individuali e un senso di solidarietà all’interno delle comunità in cui vivono. In altre parole, si tratterebbe di recuperare il significato positivo sia della sicurezza che della libertà, assumendo che sicurezza e libertà non possono sopravvivere al di fuori di strutture politiche che puntino, nello stesso tempo, sull’autonomia individuale e sulla solidarietà sociale, sull’identità dei cittadini in quanto titolari di diritti soggettivi e sui loro legami di appartenenza alla comunità nella quale sono politicamente e culturalmente inseriti. Questa scelta richiederebbe un superamento sia della retorica dell’uguaglianza sociale, sia del mito cosmopolita dell’unificazione politica del mondo con la conseguente cancellazione della nozione stessa di cittadinanza e di identità etnica.

L’idea classica di “eguaglianza sociale” è difficilmente proponibile entro le moderne società postindustriali. Stretti fra il bisogno di identità e una crescente pressione omologatrice, prodotta dai mezzi di comunicazione e dal mercato, gli individui sembrano attratti da una sorta di “bisogno di diseguaglianza”, dall’aspirazione a realizzare e proclamare la propria differenza. E lo fanno non necessariamente per raggiungere posizioni di privilegio, ma per realizzare in qualche modo la propria libertà di fronte alla muraglia del conformismo. Soprattutto fra i più giovani la paura fondamentale è di non essere se stessi, di non essere nessuno, di fallire come esseri umani. Ciò di cui le nuove generazioni sentono bisogno non è però semplicemente la libertà “negativa”, la libertà di non essere impediti da costrizioni esterne, secondo la formulateorizzata da Isaiah Berlin (32). Si aspira a qualcosa di più e di diverso: ciascuno vorrebbe disegnare il profilo della propria vita. Ciascuno vorrebbe che il suo destino fosse il risultato di un suo progetto su se stesso, non di un disegno altrui. Vorrebbe controllare i suoi processi cognitivi, i suoi sentimenti e le sue emozioni: in poche parole, aspira alla sua “autonomia cognitiva”.

Per autonomia cognitiva, come essenza stessa della libertà individuale, si può intendere la capacità del soggetto di controllare, filtrare e interpretare razionalmente le comunicazioni che riceve. Entro società informatizzate la garanzia giuridica dei diritti di libertà e dei diritti politici rischia di essere un guscio vuoto se non include l'”autonomia cognitiva”: se questa manca, è impensabile che si formi un’opinione pubblica indipendente rispetto ai processi di autolegittimazione promossi dalle élites politiche al potere. In presenza di una crescente efficacia persuasiva dei mezzi di comunicazione di massa il destino delle istituzioni politiche occidentali sembra dipendere dall’esito della battaglia a favore di questo fondamentale “diritto umano”, l'”autonomia cognitiva”, che potrebbe essere anche chiamato habeas mentem.

Vorrei concludere aggiungendo, contro l’utopia cosmopolita à la Bauman o à la Habermas, che l’autonomia individuale non esclude ma anzi implica il senso di appartenenza a un particolare gruppo sociale e culturale. Non c’è autonomia e libertà senza radici nella particolarità di un territorio, senza identificazione intellettuale, sentimentale ed emotiva con una storia, una cultura, una lingua, un destino comune. E non c’è sicurezza ma dispersione e solitudine senza solidarietà, condivisione, un senso di omogeneità, una qualche spontanea intimità nei rapporti sociali. Solo chi dispone di solide radici identitarie riconosce l’identità altrui, rispetta la differenza, cerca il dialogo con gli altri, rifugge da ogni fondamentalismo e dogmatismo, è sicuro che l’incontro fra le diverse culture e civiltà del pianeta non è soltanto la condizione della pace ma è anche un patrimonio evolutivo irrinunciabile per la specie umana.

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Note

1. Si veda J. Schumpeter, Capitalism, Socialism and Democracy, London, Allen and Unwin, 1987.

2. Si veda R. Dahl, Democracy and Its Critics, New Haven, Yale University Press, 1989; J. Plamenatz, Democracy and Illusion, London, Longman, 1973; R. Aron, Démocratie et totalitarisme,Paris, Gallimard, 1965; G. Sartori, Democrazia e definizioni, Bologna, il Mulino, 1957.

3. Si veda L. Sklair, The Transnational Capitalist Class, Oxford, Blackwell, 2001; L. Sklair, “The end of capitalist globalization”, in M.B. Steger (a cura di), Rethinking Globalism, Maryland, Rowman and Littlefield, 2004, pp. 39-49; L. Sklair, “The globalization of human rights”, Journal of Global Ethics, 5 (2009), 2, pp. 81-96; L. Gallino, Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia, Torino, Einaudi, 2009, pp. 123-40.

4. Si veda N. Luhmann, Politische Planung, Opladen, Westdeutscher Verlag, 1971, particolarmente alle pp. 9-45, 53-89.

5. Rinvio al mio saggio “Il ‘doppio Stato’ e l’autoreferenza del sistema dei partiti”, in D. Zolo, Complessità e democrazia, Torino, Giappichelli, 1987, pp. 137-53.

6. Si veda A. Wolfe, The limits of Legitimacy: Political Contradictions of Contemporary Capitalism, New York, The Free Press, 1977, trad. it. Bari, De Donato, 1981.

7. Cfr. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, pp. 16-8, 75-100.

8. Cfr. il mio Complessità e democrazia, cit., pp. 137-42.

9. Sul tema si veda C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.

10. In particolare nell’ultimo decennio il processo di integrazione comunicativa è stato talmente intenso e rapido che ha legittimato l’idea di un “globalismo cibernetico” capace di mettere in rete il mondo, e cioè di avvolgerlo in una fitta trama di connessioni informative e comunicative, non escluse le reti di monitoraggio e spionaggio cibernetico-satellitare a fini sia industriali che militari e di repressione del terrorismo. Ne sono un esempio Echelon e l’accordo Uk-Usa, che integra le agenzie di spionaggio elettronico dei cinque principali paesi anglofoni. La tappa successiva, già largamente avviata, non potrà che essere l’industrializzazione e la militarizzazione informatica dello spazio extraterrestre.

11. Cfr. N. Bobbio, L’utopia capovolta, Torino, La Stampa, 1990, p. XV.

12. Cfr. H. Kelsen, General Theory of Law and State, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1945, trad. it. Milano, Comunità, 1954, pp. 69, 126.

13. Cfr. N. Bobbio, Il futuro della democrazia, cit., in particolare alle pp. 3-31.

14. Cfr. il mio Il principato democratico. Per una teoria realistica della democrazia, Milano, Feltrinelli, 1992, in particolare alle pp. 121-34.

15. Cfr. N. Luhmann, Rechtssoziologie, Reinbek bei Hamburg, Rowolt, 1972, trad. it. Sociologia del diritto, Roma-Bari. Laterza, 1977, pp. 82-3, 260-1.

16. Ha scritto Yadh Ben Achur: “Le terroriste est en fait un terrorisé” (Y. Ben Achour, Le rôle des civilisations dans le relations internationales, Bruxelles, Bruylant, 2003, p. 240).

17. In proposito mi permetto di rinviare al mio saggio Teoria e critica dello Stato di diritto, in P. Costa, D. Zolo (a cura di), Lo Stato di diritto, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 17-88.

18. Si veda U. Beck, Was ist Globalisierung?, Frankfurt a.M., Suhrkamp, 1997, trad. it. Roma, Carocci, 1999; U. Beck, D. Zolo, What is Globalisation? Some Radical Questions, 1999; L. Wacquant, Les prisons de la misère, Paris, Editions Raisons d’Agir, 1999, trad. it.Parola d’ordine: tolleranza zero, Milano, Feltrinelli, 2000; L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Roma-Bari, Laterza, 2000; J. Stiglitz, Globalization and its Discontents, New York, W.W. Norton & Company, 2002, trad. it. Torino, Einaudi, 2002; R. Castel, L’insécurité sociale, Paris, Seuil, 2003.

19. Sul tema si veda L. Gallino, Con i soldi degli altri, cit., pp. 5-26; mi permetto di rinviare anche al mio Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. 27-49.

20. Si veda G. Gareffi, M. Korzeniewicz, R.P. Korzeniewicz, Commodity Chains and Global Capitalism, Westport, Greenwood Press, 1994.

21. Decreto governativo sulla Sicurezza, entrato in vigore il 7 luglio 2009.

22. Si veda Z. Bauman, Liquid Fear, Cambridge, Polity Press, 2006; Z. Bauman, Globalization. The Human Consequences, New York, Columbia University Press, 1998, trad. it. Roma-Bari, Laterza, 2001.

23. Sul tema si veda D. Garland, The Culture of Control: Crime and Social Order in Contemporary Society, Oxford, Oxford University Press, 2001, trad. it. La cultura del controllo, Milano, Il Saggiatore, 2001.

24. Si veda L. Wacquant, Le prisons de la misère, cit., passim.

25. Si veda L. Wacquant, Le prisons de la misère, cit., passim.

26. Il tasso di detenzione citato è stato accertato il 31.12.2008 (fonte: Prison Brief for United States of America).

27. Sul tema si veda L. Re, Carcere e globalizzazione. Il boom penitenziario negli Stati Uniti e in Europa, Roma-Bari, Laterza, 2006.

28. Sul tema del carcere come strumento di esclusione e immobilizzazione cfr. Z. Bauman, Globalization: The Human Consequences, Cambridge, Polity Press, 1998, trad. it. Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 116- 129; si veda inoltre T. Mathiesen, Prison on Trial: A Critical Assessment, London, Sage, 1990.

29. Si veda O. Spengler, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., München, Beck, 1919-22

30. Cfr. N. Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, p. 281.

31. Sul tema mi permetto di rinviare al mio Terrorismo umanitario. Dalla guerra del Golfo alla strage di Gaza, Reggio Emilia, Diabasis, 2009, in particolare all'”Introduzione”, pp. 9-38.

32. Si veda I. Berlin, Two Concepts of Liberty, in I. Berlin, Four Essays on Liberty, Oxford, Oxford University Press, 1969, ristampato in I. Berlin, Liberty, a cura di H. Hardy, Oxford, Oxford University Press, 2002, trad. it. Due concetti di libertà , in I. Berlin, Libertà , Milano, Feltrinelli, 2005.

28/12/2010 http://www.juragentium.unifi.it/it/surveys/wlgo/tramonto.htm

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