La Storia è un film che qualcuno gira ma nessuno guarda – Robert Fisk

Ypres e la Palestina, l’Olocausto degli ebrei e il Kurdistan iracheno. Afferrato il nesso? Da ragazzino lo scrittore belga Erwin Mortier e i suoi amici giocavano nei prati vicino casa esattamente dove passava il fronte occidentale durante la prima guerra mondiale. Un giorno Erwin e il suo amico del cuore, scavando trovarono due elmetti, uno integro, l’altro con un foro di proiettile. Presero a discutere animatamente per capire quale dei duevalesse di più: quello che chiaramenteera appartenuto al soldato ucciso da un cecchino o quello del fantaccino probabilmente sopravvissuto all’iprite detto anche gas mostarda?

Mortier, che ha appena pubblicato Divine Sleep, un romanzo sulla Grande Guerra, non molto tempo fa ha tenuto una conferenza a Ypres sul modo in cui sia possibile ricordare il terribile conflitto 1914-1918 ora che quanti vi presero parte sono morti. Con un fotografo aveva fatto vista ai campi profughi in Belgio e aveva appreso che quasi tutti i profughi erano vittime degli sconvolgimenti coloniali concordati dalle potenze europee a Versailles nel 1919, un anno dopo la fine della guerra. C’era un donna del Burundi di nome Doris il cui fratello e i cui nipoti, zie, zii e molti amici erano stati massacrati. Anch’ella era in ultima analisi una vittima della Grande Guerra. La sua terra un tempo faceva parte della colonia tedesca del Ruanda- Urundi ceduta al Belgio dopo la prima guerra mondiale e i cui colonizzatori avevano reso ancor più drammatiche le divisioni interne. Poi c’era Amin, un diciassettenne del Kurdistan iracheno il cui padre era stato fatto a pezzi da una mina anti-uomo tra le montagne lungo il confine turco. Anch’egli si poteva considerare vittima dei vincitori della Grande Guerra che prima avevano promesso una patria ai curdi e poi avevano diviso la loro terra tra Iraq, Turchia, Siria e Iran.

Mortier incontrò anche Lisa Appignanesi, scrittrice britannica di famiglia ebrea polacca che gli diede alcuni dei migliori consigli che mi sia mai capitato di ascoltare. La madre durante la seconda guerra mondiale riuscì a salvare se stessa e il marito dalla persecuzione nazista grazie ad un complesso gioco di identità. Sua madre – disse Lisa – era stata “una regina dell’inganno” e i suoi genitori erano stati sempre combattuti tra il desiderio di ricordare e quello di dimenticare. «Qualche volta si toccavano dei punti delicati e allora dovevano fare un passo indietro e curarsi le ferite. I racconti di mia madre erano alle mie orecchie terribilmente confusi perché doveva venire continuamente a patti, “negoziare” con il passato per il semplice motivo che non voleva vedersi solocome una vittima… Il suomodo di raccontare era grandioso, trionfale ». E quindi, spiegò Lisa Appignanesi a Mortier, «il ricordo prende sempre la forma di un tavolo negoziale ». Questa settimana mi è capitato per puro caso di leggere il testo del breve, ma eloquente discorso pronunciato da Mortier.

L’ho letto il giorno prima di vedere il nuovo film di Julian Schnabel, Miral, che si ispira alla vita di Rula Jebreal,una palestinese-israeliana diventata giornalista, scrittrice e conduttrice televisiva. Julian Schnabel, anch’egli ebreo, vive con Rula Jebreal a New York. Il film inizia e finisce con la morte di Hindi Husseini, una straordinaria e coraggiosa donna palestinese che nel 1948 prese degli orfani scampati al massacro israeliano del villaggio arabo di Deir Yassin e fondò un collegio femminile che esiste ancora oggi. Hindi Husseini è morta nel 1994 e Rula è stata una delle sue alunne. La sua giovinezza è la storia di Miral.

Ad essere onesti non è il miglior film palestinese – Paradise Now di Any Abu-Assad, la storia tremenda e cinica di due attentatori suicidi che si apprestano a compiere un attentato vestiti a lutto per confondersi tra quanti partecipano ad un funerale, resta l’immagine più potente del senso di perdita mentale e fisico – e non ha avuto recensioni particolarmente favorevoli. Non senza ragione. La sceneggiatura scricchiola e c’è un momento in cui gli stessi personaggi parlano tra loro, alternativamente in inglese, arabo ed ebraico: un tentativo, temo, di arrivare ad un maggior numero di spettatori. C’è anche il collage di brani di repertorio, di immagini in bianco e nero alternate a perfette sequenze cinematografiche. Mi piace l’idea, ma non il modo in cui è realizzata: le macchine da presa producono una realtà diversa rispetto a quella dei vecchi cinegiornali, insomma un “tavolo negoziale” che per qualche ragione non funziona. E tuttavia i cosiddetti “amici” di Israele anche negli Stati Uniti hanno stroncato il film principalmente per due scene. Nella prima Rula viene picchiata fino a perdere i sensi da una torturatrice israeliana. Nella seconda un bulldozer israeliano demolisce una casa palestinese. Lacrime di coccodrillo, per favore! Gli israeliani hanno torturato sia gli uomini che le donne per anni – dozzine di rapporti di Amnesty International stanno lì a dimostrarlo – e io ho sentito personalmente gli urli dei prigionieri che venivano torturati nel carcere di Khiam, gestito su mandato israeliano, nel sud del Libano. Ho assistito ad innumerevoli demolizioni di abitazioni da parte delle truppe israeliane a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Il giorno dopo aver visto Miral, un telegiornale di Al-Jazeera ha mostrato in diretta scene dello stesso tipo – palestinesi buttati fuori di casa e case abbattute dai bulldozer israeliani – molto più drammatiche di quella vista nel film. Ma non è questo il punto. Il film è stato tacciato di “antisemitismo”, la solita vecchia accusa che mi sento sbattere in faccia da oltre mezzo secolo. Il vero problema, ovviamente, è che il cinema palestinese sta lentamente imponendosi e i presunti “amici” di Israele vogliono farlo morire in culla. Il peccato di Miral è che esiste. La storia di una giovane donna araba – un’altra vittima della Grande Guerra (cioé a dire della Dichiarazione di Balfour) – non va raccontata. Qualunque film che celebri Israele, compreso il terribile Exodus, può essere prodotto e deve essere amato. Una volta ho visto un film hollywoodiano nel quale le truppe israeliane arrivavano nei campi profughi di Sabra e Chatila nel 1982 per salvare la vita dei palestinesi che venivano massacrati. In realtà furono i palestinesi a inviare gli assassini nei campi profughi e stettero a guardare senza muovere un dito mentre venivano massacrati degli innocenti. Io c’ero. Dalla mia casa di Beirut ho telefonato a Rula Jebreal a New York e le ho detto con franchezza cosa pensavo di Miral. Ma tutti e due abbiamo convenuto che la vera ragione degli attacchi politico-razziali contro il film andava individuata nel semplice fatto che il film esisteva. «Perché una donna palestinese non può raccontare la sua storia?», mi ha chiesto. E ha assolutamente ragione anche se il film viene proiettato in un solo cinema di New York. Le ho dato un duplice consiglio: mai chiedere scusa se non hai fatto nulla di sbagliato e non arrendersi mai, mai, mai, mai. Grazie Churchill!

E ci risiamo con il “tavolo negoziale”. Mortier ha concluso il suo discorso a Ypres con un pensiero preciso, ma inquietante. «I morti prima opoi verranno dimenticati, ma può anche darsi che ricordandoli finiamo per perderli… Per quanto profondo possa essere il silenzio nei cimiteri e nei paraggi dei cimiteri, non dobbiamo giungere troppo affrettatamente alla conclusione che i morti riposino in pace». Vale per Ypres, per Auschwitz, per il Burundi, per il Kurdistan, per la Palestina…

Fonte: «L’Unuità», 20 dicembre 2010
da The Independent, traduzione di Antonio Biscotto

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