Politica interna globale – e WikiLeaks – Johan Galtung

Schwerte, Germania:

Signore e Signori, una Weltinnenpolitik – termine che risale al grande Carl Friedrich von Weizsäcker – ossia politica interna globale, ha bisogno di concretizzazione per passare da semplice direttiva a politica effettiva. Viviamo in un mondo ancora largamente strutturato come sistema statuale, basato sul lavoro dei diplomatici per “negoziare accordi ratificabili”, come ha detto in una forma pregevolmente concisa Sir Harold Nicholson. L’idea è trovare qualche equilibrio fra gli interessi nazionali – intendendo quelli della nazione dominante entro gli stati – in contrapposizione reciproca, in un’anarchia mondiale. Le innumerevoli guerre ne testimoniano il fallimento. Oggi le guerre fra stati, come le rivolte contro il colonialismo, stanno calando. Il sistema statuale, che sopravvive negli stati più grossi, si sta dissolvendo, come a suo tempo il sistema coloniale, sebbene tuttora presente nell’impero maggiore, quello USA; che peraltro sta anch’esso dissolvendosi.

Ma le nazioni, le culture strutturate attorno a cosmogonie condivise, che comprendono religione, lingua condivisa, visione condivisa del tempo – passato, presente, storia – e dello spazio – con un attaccamento al luogo geografico – stanno diventando più rilevanti. Sfidano gli stati in cui sono situate, e si confrontano tra loro, come sta avvenendo in Iraq e Afghanistan (WASP contro taliban). E anche le classi non stanno scomparendo: quelle superiori si arricchiscono nel sistema finanziario, ampiamente aiutato dal Fondo Monetario Internazionale, mentre le classi inferiori a livello mondiale usano il sistema delle droghe per scopi analoghi, come si può vedere a Rio de Janeiro. Due sistemi perversi che scaturiscono dall’assurdità dell’iper-capitalismo mondiale, sostenuto da un impero in declino.

Ci serve e meritiamo qualcosa di meglio, nulla di perfetto, ma molto meglio. Non possiamo costruire una globalizzazione su tali assurdità. Eppure un qualche tipo di globalizzazione è inevitabile, strutturato in nuove modalità globali create dai mezzi di trasporto e comunicazione. La chiave essenziale per una politica interna globale è la risoluzione dei conflitti, che vuol dire rispettare gli interessi legittimi di tutte le parti. Che sono essenzialmente due: gli umani, noi, e la natura da cui dipendiamo. Stati, nazioni, classi, razze sono costruzioni.

Se vogliamo una nazione, questa è l’umanità; in uno stato, il mondo, che quindi deve essere fondato culturalmente su qualche tipo di civiltà mondiale e strutturalmente su qualcosa che combini l’unità e la diversità.

La cultura mondiale deve basarsi su ciò che gli umani hanno in comune: corpo, mente e spirito. E non su una qualunque delle civiltà esistenti, ma prendendo il meglio da ognuna di esse, in un processo di mutuo apprendimento, che dia la massima priorità ai bisogni umani fondamentali:

* sopravvivenza, mediante soluzioni ai conflitti empatiche-nonviolente-creative;

* benessere, per esempio mediante un minimo vitale garantito per tutti;

* identità, rispettando tutte le cosmogonie che a loro volta rispettino le altre;

* libertà, per garantire opzioni nella scelta di culture e strutture.

I primi due riguardano il corpo, il terzo la mente considerata una sorta di archivio di quanto abbiamo imparato e sperimentato, e il quarto lo spirito, l’illimitata creatività della specie umana nel riflettere su come essa sia programmata e su come possa cambiare i programmi.

Richiamandosi al meta-diritto contenuto nell’Articolo 28 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Ogni individuo ha diritto a un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati”, la risoluzione dei conflitti diviene a sua volta un diritto e un dovere umano. E questo significa creare un’economia dove siano garantiti i bisogni somatici – trasformando pertanto il salvataggio (di banche) in uno stimolo (di un’economia orientata ai bisogni fondamentali) con un rapporto 10:90, invece che 90:10. Altrettanto vale per il rispetto reciproco, la curiosità e l’apprendimento mediante dialoghi tra le civiltà. E così pure per una federazione mondiale, forse di regioni e grandi stati. Uno stato mondiale unitario imporrebbe l’unità di una civiltà sulle altre, o un interminabile processo per giungere a una combinazione accettabile. Una confederazione mondiale o un sistema cooperativo non è sufficientemente unito. La chiave è una federazione.

Chi sono coloro capaci di realizzare una cultura mondiale basata sui bisogni fondamentali somatici, mentali e spirituali entro una federazione mondiale? Grazie a WikiLeaks è chiara la scritta sul muro: non l’attuale genia di diplomatici. La diplomazia USA è in larga misura nota o prevedibile in quanto fa parte delle politiche imperiali anche in paesi amici, nutrita del narcisismo di considerarsi come una “nazione indispensabile”, e della paranoia di vedere ovunque rivolte e mancanza di servilismo. Essa promuove il proprio “interesse nazionale”, nel caso USA l’egemonia, a spese di chiunque altro e, ovviamente, di una politica interna genuinamente globale.

L’imperatore è nudo. Ma non solo il potenziale imperatore USA, bensì anche l’imperatrice Diplomazia. Che razza di discorso ridicolo è questo, così focalizzato sulla patologia del modo di comunicare dei media prevalenti: negativo, centrato sugli attori, di solito personaggi d’élite, in paesi d’élite? Pettegolezzo, caratterizzazioni puerili, il genere di “analisi” del potere tipico della pubertà, o dell’immaturità per non confondere gli adolescenti coi diplomatici. Dov’è l’analisi di cultura e struttura, anni-luce più importante degli attori, che vanno e vengono? Da nessuna parte, ne sono incapaci. Dove sono le idee positive? Dove sono le idee su come convertire le sfide del mutamento climatico in cooperazione a mutuo e uguale beneficio? Come progetti di distillazione dell’acqua ai confini d’Israele col Libano e la Palestina, alimentati da specchi parabolici? Come una positiva cooperazione USA-Iran sull’energia alternativa?

Questi diplomatici appartengono a un sistema statuale che ci dobbiamo lasciare alle spalle. Occorre riformarli o pensionarli e addestrare migliaia di funzionari pubblici per una politica interna mondiale. Si lasci cadere quella ridicola segretezza e confidenzialità su come essi giocano a carte con noi, umani e natura. Non hanno diritto di nascondere la propria incompetenza dietro veli di segretezza. Democrazia vuol dire trasparenza, non giochi feudali.

WikiLeaks: grazie. Possa diventare WeekLeaks (soffiate settimanali, ndt). Ne abbiamo bisogno.

06.12.10 – TRANSCEND Media Service
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale:
Global Domestic Policy – And WikiLeaks
http://www.transcend.org/tms/2010/12/global-domestic-policy-and-wikileaks/

2 Risposte a “Politica interna globale – e WikiLeaks – Johan Galtung”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *