Il cristianesimo alla prova della condizione animale – Recensione di Andrea Cozzo

Adriano Mariani, Non uccidere. Il cristianesimo alla prova della condizione animale, Gandhi Edizioni, Pisa 2010 (15 €).

Il lavoro, articolato in quattordici informatissimi capitoli, è guidato–come l’autore stessa dichiara-dall’intento di“vagliare, alla luce del ‘principio nonviolenza’, la verità e i limiti del cristianesimo riguardo alla condizione animale” (p.195). Benché questo risulti certamente il nodo centrale dello studio, Mariani intrattiene proficuamente un dialogo continuo con testi che sono non soltanto quelli cristiani ma anche quelli della tradizione antica, induista, buddista, senza trascurare neanche la bibliografia degli studiosi che si sono interessati all’argomento.

Nel volume, tanto ricco ed articolato dal punto di vista dei contenuti quanto coraggioso per la capacità di non risparmiare critichealle posizioni ufficiali del Cattolicesimo, l’autore tenta di costruire una filosofia etica che assegni il primato alla nonviolenza e a ciò che in questa è stato considerato da Tolstoj “la prima tappa”, cioè appunto il vegetarianesimo. In quest’ottica, la tesi fondamentale (di impronta gandhiana), come mostrano in particolare i capp. IV, V e XIII) sostenuta nel libro è che “da un punto di vista etico-teologico la scelta vegetariana discende direttamente dall’allargamento della sfera della compassione e del rispetto a tutte le creature con capacità di soffrire, dato che Dio non può averle create per destinarle all al dolore e alla distruzione” (p. 50).

Per far luce su questa prospettiva, lo studioso presenta criticamente,  con abbondanza di materiali, l’antropocentrismo teologico, esplicito nelle epoche passate, oggi sempre più dissimulato ma non meno forte, che permea tanto il senso comune quanto la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica. Sia l’opinione corrente sia la Chiesa, infatti, sembrano considerare il tema del vegetarianesimo in buona misura superfluo o, in ogni caso, da affrontare con una certa dose di superficialità. Per questo esse si rifugiano in luoghi comuni la cui storia, come ancora mostra Mariani, si dipana al fianco stesso delle riflessioni a favore dell’astensione dalla dieta carnea: In Occidente, nella Grecia antica, e in Oriente, già in alcuni versi biblici. Così, a fronte di una scuola pitagorica, diun Plutarco o di un Porfirio che mostrano le ragioni del vegetarianesimo, o a frontedei versi del Genesi (1, 30) in cui Dio dice all’uomo “ad ogni animale della terra… do per cibo il verde dell’erba”, troviamo i versi, purtroppo (e non casualmente),più noti dello stesso libro biblico (9,3: “Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci sul mare sono messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà da cibo”) o le prese di posizione della filosofia stoica e di gran parte della cultura cristiana, e cattolica in particolare (fino agli articoli pubblicati su riviste come ‘Civiltà cattolica’ o ‘Studi cattolici’) che enunciano la superiorità dell’uomo sugli animali e il suo diritto a servirsi di questi come cibo, limitandosi, al più ad invitare ad una “gentilezza di maniera”, come la definisce opportunamente Mariani (p. 189), o ad una astensione dal consumo di carne in occasioni specifiche o, come nel cristianesimo orientale, per motivi di purificazione.

In realtà, il dialogo tra i sostenitori del vegetarianesimo e i loro avversari, nella lunga conversazione che si è tenuta attraverso i secoli, sembra un dialogo, per così dire bloccato; a volte, un dialogo tra sordi. In esso, gli interlocutori, specialmente (sia detto senza alcuna faziosità) i secondi, non rispondono alle obiezioni dei primi alle obiezioni dei primi ma si limitano a ribadire principi astratti sulla centralità umana nell’ordine cosmico o ad argomentare altrettanto astrattamente, per esempio tirando in ballo il celebre argomento della sofferenza delle piante che suona all’incirca così: se il vegetarianesimo si fonda sul desiderio di non produrre sofferenza, allora esso non riesce nel suo intento perché anche il regno vegetale “sente”e, ciononostante, non è, e non potrebbe diventare, tabù alimentare anch’esso. Al fondo di questa argomentazione, argomenta Mariani riprendendo analiticamente i motivi che i contendenti hanno messo ogni volta in gioco, c’è la pretesa del tutto teorica di mettere sullo stesso piano la sensibilità animale e quella vegetale, mentre possiamo ben decidere di astenerci dalla dieta carnea senza per questo sentirci in obbligo, in nome di una sorta di formale par conditio, a rinunciare anche a quella vegetale, anche solo riconoscendo che la sensibilità, nelle piante, è non necessariamente assente ma almeno minore, come la scienza ci suggerisce, di quella animale. Insomma, se non possiamo astenerci completamente dalla violenza, questo non può diventare un motivo per astenerci dalla violenza da cui, invece, possiamo tenerci lontani.

Infine – ed è un elemento di non minore importanza – Mariani ci fa riflettere sul valore di impatto strutturale che ha la scelta vegetariana. Quest’ultima non va intesa dunque soltanto come fatto di etica individuale ma come vera e propria svolta biocentrica.
L’astensione dal cibo carneo, intesa non solo come possibilità di una dieta più salutare (dunque, di nuovo, in funzione dell’uomo) ma anche come volontà di evitare ad altri esseri viventi sofferenze non necessarie, “significa mettere in crisi un intero sistema industriale-alimentare basato sulla violenza e l’uccisione, significa rompere con una tradizione culturale che ha fatto del cibo carneo un simbolo di civiltà, opulenza, edonismo e benessere, significa dischiudere una civiltà della gentilezza e del rispetto verso tutti gli esseri” (p. 52). L’adesione al vegetarianesimo si configura qui come rifiuto radicale dell’idea della violenza perché, come l’autore mostra nel corso del volume, c’è una continuità di pensiero tra il campo di Auschwitz e il macello; così come c’è continuità, si può forse aggiungere, tra la rassegnazione al mangiar carne per pigrizia rispetto al cambiamento – “per l’abitudine di una vita”, dicono le parole di Peter Singer che l’autore cita a questo proposito (p. 59) – anche quando si riconoscono intellettualmente le ragioni del vegetarianesimo, e la rassegnazione al nazismo che fu propria di quelli, tra i non ebrei, che ne avevano capito la crudeltà ma non facevano nulla per opporvisi. Paragoni “forti” ? Certamente sì, ma non certo privi di sensatezza per chi è convinto che in una struttura sociale gli elementi di livello microscopico hanno una influenza notevole su quelli di livello macroscopico e che pertanto il vegetarianesimo, lungi dall’essere lusso snobistico, può ben essere considerato fattore determinante di un nuovo modo di vivere e di pensare.
Abbiamo a che fare, quindi, con una pratica di vita che è immediatamente edificazione di una società nonviolenta: nei tempi lunghi certo, come quelli previsti da ogni vero programma costruttivo di tipo gandhiano il quale non postula la scoperta di un modo di vivere alternativo, da qualche parte, dietro l’angolo, ma è consapevole che una società non violenta la si realizza poco a poco,dal basso, con perseveranza, e che proprio le pratiche che sembrano piccole, forse di dettaglio, sono la miglior cartina di tornasole della sua effettiva radicalità. E’ questo, credo, che l’autore, in ultima istanza, intende dire quando parla di una necessità di andare “oltre l’orizzonte biblico” (cap. XIV), verso la costruzione di un mondo che si regoli secondo “il principio nonviolenza”; o, se si preferisce dirla con Aldo Capitini, verso la costruzione di un mondo in cui viga una “religione aperta”.

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