Civiltà come modo di vivere – Johan Galtung

Istituto per la Diplomazia Culturale, Berlino – Eccellenze, signore e signori, che bell’idea una conferenza su un mondo senza muri nel paese di Kant che non mise mai all’opera la sua mente brillante sui muri fra le civiltà ma postulava un’ospitalità globale. Non ebbe la vita raminga e tribolata di un Ibn Khaldun, diciamo, né una moglie orientale con altre categorie di pensiero dalle sue. Allora questa conversazione sia anche l’epilogo a un libro imminente, A Theory of Civilization (Una teoria della civiltà), TRANSCEND University Press, 2010.

Sei civiltà definiscono 15 muri, in senso religioso-filosofico, e oggi anche economico-politico, come modelli di sviluppo. Scontri: lo scontro primario, dimenticato da Samuel Huntington nel libro dal titolo preso da Bernard Lewis – ossia l’Occidente contro il Resto del Mondo – è il colonialismo, l’imperialismo; la cui soluzione è vincere, dominare. Ce ne sono altre: il compromesso, il trascendimento, nuove civiltà.

Prima civiltà, quella Occidentale giudaico-cristiana-secolare, in termini politico-economici in due versioni, la liberale, focalizzata sulla crescita economica, la democrazia e i diritti civili-politici; e la marxista focalizzata sulla distribuzione, i bisogni basilari e i diritti socio-economici. Emerse presto un abile compromesso – il capitalismo socialdemocratico, il welfare state basato sul mercato e una rete di sicurezza orientata ai bisogni basilari.

Seconda, la civiltà islamica con cinque pilastri focalizzati sulla convivenza e la condivisione, una base minima economica ma non un massimo, una dinamica politica del consenso basata sul Corano e le hadith e Maometto in quanto politico.

Terza, la civiltà hindu, una culla e un crocevia per tutti quanti, incredibilmente variato, ma con una violenza strutturale che esclude le caste inferiori, i senza casta e i popoli tribali come sub-umani.

Quarta, la civiltà buddhista, focalizzata sulla crescita spirituale con un’economia focalizzata sull’evitare sia il troppo poco sia il troppo, poiché impediscono tutt’e due la crescita spirituale. E la nonviolenza verso tutte le forme di vita.

Quinta, la civiltà cinese, che ingegnosamente combina i tre insegnamenti, i san fa, dell’olismo taoista e della dialettica yin-yang della saggezza confuciana quale base per il potere, e il valore buddhista di tutta la vita come base per la solidarietà. Eclettismo quale mezzo e armonia sociale e mondiale come scopi, però escludendo i vicini dello «hinterland» cinese.

Sesta, la civiltà giapponese, basata sul confucianismo e il buddhismo e un eclettismo che fonde stato e capitale, capitale e lavoro, e intensità di capitale e di manodopera, ma pure sullo shinto che definisce il Giappone come paese divino incentrato sull’imperatore.

E va prendendo forma un settimo modello africano-nero basato sulla condivisione, la distribuzione, la solidarietà e la democrazia come dialogo verso un consenso.

Civiltà e modelli forti. Destinati allo scontro o a isolarsi, oppure sapranno dialogare, selezionare-eclettare, trascendere mediante la diplomazia culturale?

Problema chiave: l’Occidente, ma non per via di assiomi universalistici validi ovunque e in ogni tempo, che salvo l’eccezionalismo statunitense, un giudaismo che esclude i non-ebrei, e l’hinduismo di casta che esclude i senza casta, soddisfano tutti il criterio di Kant di universalizzabilità. Il problema sta nel singolarismo, la pretesa di essere unici. L’incredibile arroganza di una dottrina a senso unico, dell’assistenza allo sviluppo, dell’influenza culturale – di un colonialismo in cui l’Occidente è riuscito a imparare nulla.

Proprio ora l’Occidente dell’Occidente, gli Stati Uniti, sta perdendo non solo il proprio impero, ma dopo le bolle commerciale, immobiliare, finanziaria, indulge alla bolla del dollaro, con il debito federale in aumento di 3.200 milioni di $ al giorno dal 2006, i disoccupati di 7.300 al giorno dal 2008 e 1.400 posti di lavoro persi ogni giorno nell’industria dal 2006. E 2 volte e mezza più denaro circolante, vale a dire stampato, che prima del crollo del 2008 (Der Spiegel #44-2010). Peggio che uno stato fallito: una società fallita.

Ciò renderà forse l’Occidente meno arrogante, capace d’imparare a prestare attenzione ai diritti socio-economici, alla convivialità e alla condivisione, ad evitare il troppo poco come il troppo, alla crescita spirituale, all’eclettismo economico e politico, e alla democrazia mediante il dialogo? All’armonia mediante benefici reciproci e uguali? Qaunto meglio un paese occidentale riesce a imparare dal resto del mondo, non solo a predicare, tanto meglio se la passerà il suo popolo. E quanto più un paese non-occidentale si sviluppa per conto proprio, indipendente dall’Occidente, tanto meglio se la passerà; non sminuendo quanto possa apprendere dall’Occidente in termini di dinamismo, transizioni democratiche e diritti umani.

Tutto questo in quanto a cinque delle 15 relazioni che si ottengono con sei modelli.

E le altre dieci? L’islam ha lo stesso problema che l’Occidente, considerandosi non solo universale ma anche singolare. Ma l’islam è suscettibile alla terza possibilità oltre i regni della pace e della guerra, dar-al-islam e dar-al-harb: il dar-al-ahd, la convenzione, il trattato, come la cooperazione islamo-buddhista che ha fatto funzionare la Via della Seta per quasi mille anni. L’Occidente è molto più dualista e manicheo, propenso a vedere il non-Occidente come inferiore, male.

E in quanto all’hinduismo e gli altri? Molto problematico, probabile che si metta con altri del genere, come gli Stati Uniti eccezionalisti, gli ebrei eletti con una terra promessa popolata da altri, in un triangolo Stati Uniti-Israele-India di stati pariah anti-pariah grevemente militarizzati.

E il buddhismo? Troppo pluralistico e cooperativo, eclettico al punto di essere auto-distruttivo, come i monaci violenti in Sri Lanka, i militari in Thailandia, i kamikaze nel Giappone militar[ista]. Forse bisognerebbe incoraggiare il dialogo, non la fusione, anche per Cina-Giappone? Più autonomia.

Ed esattamente su Cina-Giappone, che cosa impedisce l’approccio europeo CEE-UE in una Unione Est-Asiatica, EAU? Effettivamente solo il Giappone (e la Germania) legato al suo nuovo imperatore (e Führer) dopo il 1945, Washington (hat immer recht = ha sempre ragione). Questo si spegnerà poco a poco con l’impero USA, ed emerge una UE – e una EAU – più forte. Civiltà come regioni auspicabilmente in grado anche di imparare da altri, di selezionare e diventare versatili. E all’orizzonte una [Organizzazione delle] Cilviltà Unite, che ne prenda il meglio da tutte, con l’Alleanza delle Civiltà ONU di Zapatero-Erdögan come buon inizio.

8.11.10 – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale:Civilization as a Way of Life

http://www.transcend.org/tms/2010/11/civilization-as-a-way-of-life/

Una replica a “Civiltà come modo di vivere – Johan Galtung”

  1. Galtung sempre peggio (egocentrico, istituzionale e debole), siamo al sistema binario 0101000 e alle tre righe per continente …Poco serio. E le strutture? la NATO? le polizie? i capitali? Buonanotte! leggiamo Chomksy

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