Eremita, in compagnia senza confini – Recensioni di Enrico Peyretti

Nella storia della spiritualità del Novecento sta emergendo una singolare figura di donna, sorella Maria dell’eremo di Campello (antico convento francescano tra Spoleto e Foligno). La sua vita, i suoi dialoghi, le sue ampie importanti relazioni vengono un po’ alla volta scoperte, studiate e documentate, al di là della cerchia delle conoscenze dirette. Una preziosa pubblicazione recente è la sua corrispondenza con don Primo Mazzolari, il prete scrittore e predicatore determinante nel fermento cattolico che sfociò nel concilio 1. Mariangela Maraviglia, l’attenta curatrice di questo carteggio (L’ineffabile fraternità, Ed. Qiqaion, Bose 2007, pp. 377, € 23,00) ha parlato di sorella Maria a St. Jacques il 17 agosto 2008, invitata dalla Baita Albese e dagli amici che vi frequentavano don Michele Do, fino alla sua morte nel 2005, spirito ardente che fu in intensa comunicazione con l’eremita Maria. Riferisco brevi note (con piccole aggiunte mie) dalla lezione di Mariangela Maraviglia, che la pubblicherà in un più ampio studio.

Valeria Pignetti (1875-1961) nasceva a Torino in ambiente liberale mazziniano. Il padre, non credente, le trasmise grande sensibilità morale. Valeria amava la natura più che la preghiera in chiesa. Ascoltò padre Semeria. Si fece suora tra le Francescane missionarie, ma a 44 anni ne uscì per costruire una libera fraternità cristiana, di vita semplice, senza alcuna istituzione né regola (come avrebbero voluto anche Francesco e Chiara). Non regole, ma «consuetudini disciplinate» servivano all’armonia del piccolo gruppo, per realizzare il «sacrum facere», cioè per rendere sacro ogni gesto e azione della vita quotidiana comune: pregare, memorizzare brani e salmi, fare il pane, filare e ricamare, camminare in fila (metafora del cammino comune della vita), ammirare la natura nelle sue stagioni, vivere con tenerezza la compagnia degli animali, leggere insieme a veglia, tenere la corrispondenza.

Fu una piccola realtà, «minore»: non più di sette sorelle, umili, incolte, soltanto alcune colte, due di loro non cattoliche. Maria ristruttura quel convento, fa abbattere una chiesa barocca in disarmonia con il resto. Attorno alla comunità si forma una cerchia di fratelli e sorelle “non conviventi”, alcuni dei quali sono protestanti o non credenti, e continue visite di ospiti, «amici o contrari», in cerca di pace. Maria, malata alla vista, detta le lettere ad Agnese. Dal 1928 al 1947 ha una corrispondenza con Gandhi (17 lettere di Maria, 10 di Gandhi, più altre tra persone delle due rispettive comunità, pubblicate pro manuscripto presso l’eremo nel 1991). Il gandhiano Lanza del Vasto visita l’eremo e vi manda discepoli. Tra i tanti corrispondenti dell’eremo, oltre Mazzolari, sono Aldo Capitini, Giovanni Vannucci, David Turoldo, Michele Do, Ernesto Buonaiuti, Albert Schweitzer, don Orione, Ambrogio Donini (comunista, senatore, storico del cristianesimo, di cui Maria ha grande stima). La sorella si prende cura di giovani preti inquieti e sensibili, tra cui Michele Do e altri che invece lasceranno la chiesa. Fu eremita, Maria, ma tutt’altro che solitaria, tessitrice di una ricca tela di «amicizie senza confini», e di correnti vivissime.

Ogni fermento di vivacità spirituale, di interiorità e intelligenza, di senso storico, di apertura ai tempi, nella chiesa cattolica cadeva allora sotto la condanna del “modernismo” (enciclica Pascendi, 1906). Questa cappa pesò sulla chiesa fino agli anni ’20-’40 del Novecento. Il protestantesimo era il nemico della verità cristiana. I protestanti potevano “ritornare” alla vera chiesa, ma i cattolici non potevano avere dialogo con loro (enciclica Mortalium animos, 1928). Censure, scomuniche, durissimi ostracismi personali schiacciavano ogni movimento. L’eremo di Campello vive in questo clima. Il vescovo locale vieta di accedervi e proibisce che vi si celebri la messa. Il divieto viene tolto nel 1950 dal nuovo vescovo Radossi.

Gli scritti di sorella Maria sono soltanto lettere, più due fascicoli di detti, raccolti da una sorella. Maria non elabora teorie. Le sue lettere sono sapienza per frammenti: parla della vita quotidiana, con intuizioni di grande intensità. La sua spiritualità è ecumenica, nelle chiese, oltre le chiese. Scrive, in una lunga franca lettera a Pio XII, il 21 giugno 1942: «Ho bisogno di più largo respiro». Si dice “pancristiana” (termine condannato dall’enciclica del 1928). In una lettera del 1924 dice che la chiesa è la comunione di chiunque crede, spera, ama. Si è tanto più cristiani quanto più uniti a tutti, quindi veramente “cattolici” (universali). Ha un rispetto particolare per la chiesa di Roma, la “chiesa madre”, in quanto «presiede all’amore» (Ignazio di Antiochia): in essa è l’elemento sostanziale, che è l’amare di più, perciò non può non essere in comunione con tutti i cercatori di Cristo, «un solo pane con i fratelli che cercano Cristo», «ma anche con il fratello israelita, o pagano, che crede, spera, ama».

Scriveva a Gandhi nel 1928 e1932: «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità». «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la chiesa del mio cuore è l’invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità». Gandhi, per lei è «pietra miliare verso la vastità del Regno».

Sorella Maria ha la «religiosità del cuore, l’unica che vale». Impara da tutte le grandi tradizioni religiose. Si definisce “panica”, nel senso di partecipe del tutto, vicina a tutti, a tutto. Percepisce una comunione universale, con un senso dell’infinito, oltre l’umanità, per ogni vita animale e vegetale, per il cosmo. Non si tratta di vaghezza, perché il suo orizzonte è chiaramente cristocentrico. Risponde ad un inquisitore: «Nel Cristo è tutto, egli penetra tutto, omnia in ipso facta sunt». Le creature rivelano Cristo, sono un raggio della sua bellezza. Questo “panismo” è definibile come un «cristocentrismo con irradiazione universale».

Da qui l’esigenza di purificazione della chiesa, di ecumenismo, di libertà e primato della coscienza. Nella lettera a Pio XII racconta che, nel 1927, trovandosi malata in pericolo di vita, il confessore le impose di abiurare la sua grande amicizia con Buonaiuti, lo scomunicato da evitare come un appestato. Maria gli rispose: «Ho sempre cercato di non tradire la mia coscienza. Non potrei farlo in quest’ora estrema». E aggiunge che il prete le diede ugualmente l’assoluzione.

Spicca, secondo me, tra le lettere a Mazzolari, quella del 13 dicembre 1949, in cui gli rimprovera l’accento polemico usato in una discussione con Quasimodo; riguardo a un prete “smarrito” afferma il dovere di rispettare la coscienza che «crede di trovare nell’eresia un maggior lume di vero», tanto più che dovrebbe bastare per fare umili noi cattolici «il tremendo fardello di assurdità costituita dal Vaticano, che è l’insieme di tutti i nostri gravami di stoltizia demoniaca».

Oltre tutte le gerarchie, i dissensi, le istituzioni e le dottrine, Maria cerca la «pura semplicità» e pensa che «nell’ora del vespro brillerà una luce, e tutto sarà chiarito».

Questi squarci su cuori umani semplici, illuminati, puri e nascosti, in cui vive lo Spirito di Dio che riempie tutta la terra e rinnova tutte le cose, rendono piccine e ridicole le beghe e pretese ecclesiastiche. Noi ne riceviamo un soffio di speranza nelle forze di vita che scorrono nel cuore della terra, come falde vitali invisibili, e resistono alle ondate di violenza, di dominio, di cecità che infieriscono anche oggi sul corpo dell’umanità, fino a che brilli una luce di giustizia, di misericordia e salvezza.

***

L’epistolario tra Maria e Gandhi è stato pubblicato nel 1991, come semplice pro-manoscritto, col titolo Frammenti di un’amicizia senza confini. Gandhi e Sorella Maria, dall’Eremo di Campello (un vecchio convento francescano isolato tra Spoleto e Foligno), a cui sorella Maria appartenne. L’opuscolo, di 64 pagine, di cui sono reperibili ormai poche copie (sarebbe desiderabile oggi una riedizione critica), contiene sedici lettere scritte direttamente da Maria e dieci di Gandhi, più diverse altre scambiate tra membri delle due rispettive comunità, per un totale di cinquanta documenti. Si trova anche nella biblioteca specializzata del Centro Studi Sereno Regis (via Garibaldi 13, 10122 Torino, tel 011-53 28 24; www.serenoregis.org ).

Maria scrive a Gandhi la prima volta il 24 agosto 1928, presentando se stessa e la vita nell’eremo con le sue compagne: preghiera, povertà, semplicità, ospitalità, silenzio. Ha sentito parlare di lui da un’amica e sorella inglese, miss Turton (chiamata sorella Amata). A quella data, in Italia, Gandhi era conosciuto assai poco e in maniera vaga (cfr. Gianni Sofri, Gandhi in Italia, Il Mulino 1988, p. 111 e ss.). Sorella Maria contribuirà al suo ascolto in Italia, per esempio facendolo conoscere a don Primo Mazzolari, il quale fu, nel mondo cattolico, fra i primi a scoprire, comprendere, abbracciare e diffondere la nonviolenza gandhiana2.

Maria scrive nella prima lettera a Gandhi: «Io sono creatura selvatica e libera in Cristo, e voglio con Lui, con te, con voi, con ogni fratello cercatore di Dio, camminare per i sentieri della verità». Conclude così: «Il Signore Gesù venga verso di te, verso l’Oriente, verso l’India amata! E ti dia aiuto per venire tu stesso, pellegrino d’Oriente, verso l’Occidente, ove ti aspettano dei cuori fraterni. Se verrai, come ho fede e speranza, non dimenticare noi, piccole abitatrici dell’Eremo, che siamo pronte».

Così si avvia la corrispondenza, lo scambio di affetto e di preghiere, e anche il dono di piccoli pezzi di stoffa, tessuti e lavorati a mano nelle rispettive comunità. Nel 1931, passando in Italia, di ritorno da Londra all’India, Gandhi si ricorda di telegrafare all’Eremo e così Maria con due sorelle può incontrarlo a Roma, il 13 dicembre. Conversano seduti a terra insieme per mezz’ora, mentre Gandhi fila. Il giorno stesso Maria scrive ad una sorella, in una breve relazione (ma racconterà nuovamente in seguito l’incontro): «Gandhi è un fanciullo! Filava, s’intende, ma si è divertito molto a guardare la tovaglietta, il pane, e soprattutto a leggere da sé, compitando, in italiano, mie parole!». Nell’accurato libro di Sofri citato sopra non c’è notizia di questo incontro.

Le lettere seguenti di Maria assicurano a Bapu (papà, titolo usato dai compagni e discepoli) pensieri, preghiera, speranza, amore per l’India.

È noto che Gandhi recitava testi delle varie religioni nella preghiera serale quotidiana con i collaboratori. Quando, pochi giorni prima di venire ucciso, interruppe il digiuno ad oltranza, perché aveva ottenuto di far cessare le violenze a Delhi, la preghiera cristiana fu l’inno “Quando contemplo la mirabile croce” (cfr . Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. 351). Ora, l’8 giugno 1932 il pastore anglicano Elwin Verrier, che vive in India vicino a Gandhi, scrive a Maria che il Mahatma (in quel periodo in prigione), ha accettato il suggerimento di cantare, in unità spirituale con tutti i suoi amici sparsi dovunque, al tramonto del venerdì, l’inno di Newman “O cara luce” nella versione gujarati3. Maria scrive a Gandhi, nella lunga lettera dell’11 luglio, che è felice di poter condividere fedelmente con lui questa preghiera, mentre gli descrive la composizione, il lavoro e le abitudini del suo Eremo. Gli comunica che due delle sorelle dell’Eremo sono anglicane e di sé dice; «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la chiesa del mio cuore è l’invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità».

Gandhi risponde personalmente dalla prigione il 10 agosto: «Mentre leggevo la descrizione delle vostre attività, mi sembrava di avere rubato a voi il nostro modo di vivere a Saharmati, o voi a me! È meraviglioso come diversità di clima e d’ambiente non fa diversità per le cose di valore permanente. Ora che Verrier ci ha avvicinati di più e ha creato tra noi un legame vivente, stabilendo una preghiera in comune ogni venerdì fra quelli di affinità d’anima, voi dovreste scrivermi spesso e parlarmi delle vostre attività».

Infatti, così fa Maria nel seguito della corrispondenza. Gandhi la ricambia: racconta che sta riprendendo forze dopo il digiuno (4 ottobre 1932). Maria parla di Gandhi anche in lettere ad altre sorelle: «Oh, se penso a Bapu in questo suo sforzo supremo per vincere la durezza dei cuori! Dio, come si vorrebbe fargli sentire affetto, riverenza, partecipazione, amicizia indefettibile!…» (20 settembre 1932). Maria a Gandhi, riferendosi al suo digiuno: «Caro Bapu, … Ti ho seguito nel tuo sacrificio. Quanto io ti sia umilmente vicina, potrai sapere solo nella vita eterna. … Sono sempre più, con umile e fermo cuore, la tua piccola amica Maria» (22 ottobre 1932). Gli assicura di pregare per l’India, per tutti i suoi cari e amici, per l’Oriente e l’Occidente, per il suo ashram (13 dicembre 1932, ricordando l’incontro di Roma di un anno prima). «La tua saviezza è lampada che rischiara. Tu sei veramente un Savio per la grazia di Dio» (17 aprile 1933). Gandhi usa volentieri il termine affettuoso e umile “Allodole” con cui si chiamavano le sorelle dell’Eremo: «Mie care Allodole, com’è bello ricevere la vostra affettuosa lettera proprio quando sto per entrare nei miei 21 giorni di digiuno. So che avrò la vostra spirituale cooperazione che mi sosterrà» (7 maggio 1933). Maria: «Di tutto ti benedico e ti ringrazio, e soprattutto di ciò che insegni con la tua vita. Possa tu essere sorretto dallo Spirito Superno, e aiutare l’India cara e noi tutti a raggiungere purificazione!» (22 luglio 1933).

Dalle lettere confidenziali appaiono anche stanchezze, debolezze e fatiche interiori di Gandhi. Mira (Mirabehn), la discepola più vicina al Mahatma, scrive: «Mie care sorelle, …vi mando un articolo che ho appena finito di scrivere e che vi dà un’idea di ciò che Bapu ha attraversato. Ora la sua salute è migliorata, ma lo stress mentale è grande» (30 agosto 1933). Maria a Mira: «… Trasmetti tutto a Bapu, ti prego. Io voglio che egli ci senta presenti attorno a lui, pellegrine insieme a lui, verso la celestiale dimora della Verità e pronte indefettibilmente a lavorare per la non violenza fino all’estremo respiro» (30 ottobre 1933). Il 13 dicembre Maria scrive a Bapu ricordando l’incontro a Roma di due anni prima, chiedendogli di benedirla, e, nell’avvicinarsi del Natale, gli dice: «Io chiedo a Gesù di venire verso di te insieme a Rama e a tutti i Grandi e agli Innocenti, e di illuminarti la via». Rama è uno dei nomi induisti della divinità, il più positivo, e Gandhi, negli anni seguenti, dirà che lo invoca continuamente, anche nel sonno. Come fa ogni buon indù in punto di morte, egli invoca questo nome mentre muore ucciso: «Eh Ram». Dunque, Maria prega Rama insieme a Gesù perché venga su Gandhi.

Mira si rammarica di non riuscire, in un viaggio di ritorno dall’Europa in India, a passare per l’Eremo, come avrebbe voluto (8 novembre 1934). Gandhi scrive a Maria: «Cara Allodola, … apprezzo molto la vostra preghiera in questo periodo in cui ne ho veramente bisogno. Non posso dimenticare le Allodole e do sempre loro la mia benedizione per quanto sta in me» (9 novembre 1934).

Nel suo diario, sorella Jacopa annota il 16 agosto 1935 che per sorella Maria «il solo Gandhi ha preso alla lettera il comando della non violenza» che è nel vangelo: «Se uno vuole il tuo mantello dagli anche la tunica, se ti percuote una guancia porgi l’altra, se vuole obbligarti a fare un miglio, fanne due». Mentre questo vangelo è solitamente interpretato come invito alla mitezza paziente e passiva, è interessante che sorella Maria lo intenda collegato alla nonviolenza gandhiana, che già allora si qualificava come attiva, nonviolenza del forte e non del debole. Una esegesi recente crede di potere riconoscere precise tecniche nonviolente ante litteram nei tre esempi fatti da Gesù (cfr Walter Wink, Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di dominio, edizioni EMI, Bologna 2003, riassunto nella mia nota Gesù non era scemo, in “il foglio” n. 313, giugno-luglio 2004, www.ilfoglio.info ).

Quasi ogni anno, all’approssimarsi del 2 ottobre, compleanno di Gandhi (nato nel 1869), Maria gli manda gli auguri. «Caro Bapu, … che il tuo nuovo anno di vita sia benedetto, e ti porti innanzi nel cammino verso la Verità eterna. Che tu possa durante il tuo cammino illuminare e sorreggere altri viandanti, e ricevere del loro pane. Ieri venerdì, pensando a te, all’India cara, e cantando con le sorelle “Oh, cara luce”, interrogavo l’anima mia: sono io fedele all’amicizia per Bapu? Non gli scrivo, non faccio nulla per lui. E l’anima mia rispondeva: sì, sei fedele, perché tu pure vivi, soffri, lavori, gioisci, ami, per la purezza o per la purificazione, per la non violenza e per la dolcezza matura, per la ricerca umile e appassionata della verità. Così, mio grande Amico, io ti offro il mio fedele mazzetto di amore, di venerazione e di riconoscenza» (14 settembre 1935). Gandhi ringrazia, anche perché le allodole, come altri amici, scrivono raramente e brevemente: questa è una grazia, perché «se mi scriveste di più, io dovrei impiegare molto più del mio tempo a scrivere», mentre dice di avere «poco tempo da dedicare alla mia sempre crescente corrispondenza» (4 ottobre 1935).

Mahadev Desai (segretario e discepolo di Gandhi) scrive ad Amata, un’altra sorella (23 aprile 1936): «Vinoba è uno dei più puri esponenti del Vangelo di Bapu, se non il più puro». Vinoba Bhave (1895-1982) è il più grande, fedele e colto dei discepoli e continuatori di Gandhi. Di lui si può leggere ora Discorsi sulla Bhagavadgita. I principi spirituali dell’azione nonviolenta, Libreria Editrice Fiorentina 2006. Prosegue la lettera di Mahadev: «Sarà attraverso rappresentanti come questo che vivrà il lavoro di Bapu». Poi aggiunge che Gandhi sta per ritirarsi qualche tempo solo con la moglie, senza collaboratori, in un vicino villaggio per realizzarvi il suo ideale di ricostruzione rurale: «Io prego soltanto che possa sopportare le condizioni primitive della nostra campagna. È certo che ha nervi d’acciaio e una costituzione di ferro, ma è avanzato negli anni e questo dà pensiero a molti di noi. Ma Dio lo custodirà». Forse con un riferimento sottinteso alla visita a Roma del ’31, Mahadev scrive: «Era una statua, non una pittura di Cristo che piaceva tanto a Bapu. Mi ricordo anche il posto dov’era». Sappiamo dal citato libro di Sofri (p. 66) che Gandhi si commosse molto, come ricorderà più volte, davanti al crocifisso (che sarebbe la “statua”) nella Cappella Sistina, e che Mahadev era con lui a Roma.

Mahhadev Desai scrive il 14 agosto 1936 una breve lettera da cui colgo questa frase: «Ciò che voi scrivete circa il vostro accordo sui pensieri di Bapu sulla “conversion” è profondamente commovente». Sappiamo che Gandhi era contrario a ogni proselitismo. Ammetteva in linea di principio la conversione come approdo autonomo di una profonda ricerca spirituale personale, però riteneva che per avvicinarsi il più possibile alla verità bastava che ciascuno approfondisse la propria fede, per giungere infine a quel centro comune di tutte le fedi, senza bisogno di conversioni. Ora, dal cenno di Desai, sembra di capire che sorella Maria, cattolica «senza confini», e le sue compagne abbiano condiviso questa idea.

Ora Maria scrive a Gandhi una volta all’anno, per il suo compleanno: «Tu sei sempre per me e per quelli che ti intendono e ti amano, una “lucerna sul monte”, come dice Gesù. Grazie a Dio di averti creato, grazie a te fratello che porti il carico della vita con animo incorrotto» (2 ottobre 1936). Gandhi risponde, «scrivendo sul treno in moto», «riconoscente dell’affetto di tutte le Allodole» (24 ottobre 1936).

Di nuovo per gli auguri scrive Maria il 7 settembre 1937: «Che il tuo nuovo anno di vita sia un cammino sempre più diritto e illuminato dalla luce dell’Eterno». Gli manda una immagine della testa del Cristo, «che io contemplo pensosa e trovo singolarmente bella», di un grande pittore italiano (non dice chi).

Ricordando di nuovo, in una lettera ad un diverso amico, l’incontro del ’31, Maria dice di Gandhi: «Nell’espressione del viso e nei modi e nelle parole, rivela una semplicità e una fermezza e dirittura assolute. Ride come un fanciullo. Io gli sarò sempre, come posso nella mia pochezza, una piccola amica fedele. Gli portai del nostro pane scuro, e della tela filata e tessuta da noi (io filo). Egli scrisse poi nel periodico Harijan (= Gli intoccabili), organo della sua parola e della sua attività, che quella mezz’ora passata con le “Allodole di San Francesco” rimaneva in lui come uno dei suoi ricordi più cari. E anche per noi, quanto! Immacolatella ed io gli chiedemmo di benedirci» (lettera del 21 febbraio 1938).

Si apprende da lettere seguenti che le sorelle sono abbonate a Harijan (quanti potevano essere allora in Italia?) e procurano altri abbonati.

Contravvenendo al desiderio di Gandhi di ricevere lettere brevi, Maria scrive a lungo il 24 ottobre 1938. «Caro Bapu, vorrei sempre fare penitenza e purificarmi prima di scrivere a te, prima di avvicinarmi all’uomo di Dio. Tale io ti credo. E tu fa di essere come sei creduto, e avrai sempre più potere di benedizione su noi che ti amiamo, su tutti quelli che soffrono, sull’India cara e sul mondo. Così sia». Quindi gli racconta che la sera precedente leggevano insieme, nella veglia della comunità, il numero di settembre 1924 dell’Harijan. «Quanto mi ha fatto bene la parola con cui chiudi il tuo articolo: “Sia fatta la volontà di Dio”». Questa parola cristiana è stata spesso deformata in senso di rassegnazione anche al male, come se fosse voluto da Dio. Per Maria, questa parola, detta da Gandhi, non poteva significare altro che attiva volontà di bene e di amore, anche col coraggio della sofferenza. Prosegue Maria: «Ho anche raccolto molto della nota sul silenzio. Io pure considero il silenzio una delle più grandi forze del mondo, e le ore del silenzio nella nostra giornata mi sono sacre. … Voglio, aiutata dal tuo esempio, essere più devota al Silenzio, alla Verità e alla Pace. Immancabilmente ogni giorno verso il tramonto io ti vengo vicina con la mia piccola oblazione di pace. Ti sarò sempre fedele, nel cammino sulla terra e oltre la terra». «Che Dio ti conservi in salute, e rinnovi le tue forze, e accresca sempre più il vigore del tuo spirito. Che Dio benedica ognuno dei tuoi operai. E tu benedici noi piccole sorelle italiane coi nostri fratelli e amici, con la nostra Patria, con i nostri Sacri Poveri». Maria chiede a Gandhi preghiera per la Patria Italia, nel 1938, non per le sue presunte grandezze di quel momento, ma come un tutt’uno insieme ai “nostri Sacri Poveri”, e scrive con la maiuscola questi come quella.

Mahadev Desai, il segretario di Gandhi, scrive a una sorella dell’Eremo, il 16 luglio 1939: «È una benedizione pensare che nella lontana Italia ci sono dei cuori che battono all’unisono e pregano Dio perché ci guidi in questo nostro difficile periodo».

Maria scrive di nuovo, il 2 ottobre di quel 1939: «Caro Bapu, oggi comincia per te un nuovo anno di vita. Che grande dono, che terribile responsabilità ogni anno della nostra vita, specie verso il tramonto, e ogni nuovo giorno! Io vi penso con te! La mia amicizia verso di te è indefettibile e sacra. Ti amerò e benedirò la tua personalità e la tua missione anche oltre la terra». «Stamattina mentre pregavo per voi (io prego quanto amo e quanto respiro) ed ero vicina ad una sacra immagine che esprime il culto dell’amicizia, è venuta a posarsi lì una colomba bianchissima, e mi è sembrata un segno di pace in quest’ora oscura e terribile. Ti prego ricordare sempre le piccole sorelle italiane che ti sono fedeli, e venerano la tua missione sulla terra in servizio della verità, della purezza e della pace. E donami la tua benedizione per sempre».

La guerra è cominciata il 1° settembre. In quel periodo Mira si occupa della corrispondenza e scrive: «Bapuji, e ne sono così grata, sta magnificamente bene. In questi giorni è nell’estremo nord dell’India a spiegare l’arte della nonviolenza ai Pamans che sono dei guerrieri. (…) Durante questi giorni di ansietà e di discorsi di guerra, siete state in modo particolare nel mio pensiero. Bapuji ha scritto due begli articoli sulla situazione europea, in Harijan. Spero li riceverete bene» (16 ottobre 1939).

Poche righe di Maria a Gandhi per il compleanno del 1940: «Caro Bapu, ti mando il mio fedele augurio, e benedico Iddio di averti creato e tuo Padre e tua Madre per averti generato. Io ho fede in te, e so che il tuo cammino sarà diritto fino all’estremo, perché Dio ti guida».

Durante i seguenti anni di guerra non ci sono lettere. Sorella Maria parla di Gandhi scrivendo ad una amica il 20 agosto 1946, e riferisce qualcosa che egli scriveva, prima della guerra, «con la sua abituale e assoluta sincerità» alla cerchia degli amici. Sembra, questa, una confessione diretta di Gandhi raccolta da Maria. «Aveva avuto un periodo di esaurimento grave, in cui non trovava pace né spirituale né fisica, nonostante la forza di carattere che tutti ammiravamo in lui. Ebbene, egli chiamava quel suo periodo “il suo fallimento”. Diceva: “Credevo che la mia fede (ha una religiosità profonda) potesse sostentarmi nelle ore più disperate. Credevo che il pensiero dei miei cari e dei miei discepoli dovesse aiutarmi a dominare me stesso, per non accrescere a loro stupore e turbamento. Invece è stato tutt’altro. Da questa malattia non ho imparato se non a conoscere qualcosa di ciò che sono: un debole, un uomo soggetto alla nervosità, e allo scoraggiamento assoluto, incapace di dominio, di pazienza e di volontà” Se Gandhi ha potuto parlare così del suo fallimento, che dovremo dire noi?…», conclude Maria.

L’ultima lettera di Maria è nell’ultimo compleanno di Gandhi, il 2 ottobre 1947. In agosto è stata proclamata l’indipendenza dell’India, ma anche la divisione dal Pakistan. Gandhi non partecipa ai festeggiamenti e dice: «Siamo liberi dal giogo inglese, ma l’India è smembrata, è una giornata di gioia ma anche di lutto». Nella lettera, Maria gli si rivolge in modo singolare, inusuale: «Caro Mahatma Gandhi», ma subito torna all’appellativo più caro: «o meglio caro Bapu, perché io sono una vostra piccola vecchia amica fedele». Ricordatagli la visita a Roma del 13 dicembre 1931, scrive: «Immancabilmente ogni sera verso il tramonto, mentre andiamo in fila lungo le arcate del chiostro e do la pace a tutti i presenti e ai cari assenti, chiamo voi pure, con profondo rispetto e fedeltà. Dico: la pace al grande Amico Gandhi». «Tutti i nostri amici conoscono il vostro nome, e sanno qualcosa di voi, e ricevono un raggio di luce dal vostro esempio e dalla vostra personalità rara: io direi unica». Gli comunica che miss Turton, che l’ha messa in contatto con lui nel 1928, è «andata vanti» – cioè, è morta, secondo l’espressione usata da sorella Maria – nel 1942: «Certo la ritroveremo nella vita senza fine». «Spesso accendo la mia piccola lucerna alla vostra lampada. Per esempio raccoglievo da una relazione su voi questa parola: “Quando dormo meno la notte è perché non ho pregato abbastanza durante la giornata”. Io pure cerco di non venire meno alla preghiera, anche se ho molto compito e poche forze: ma il pensiero della vostra fede sempre mi aiuta. Siate benedetto». Un’altra parola di Gandhi che Maria ha sentito riferire è che accetterebbe di vivere fino a 125 anni pur di servire ancora all’India. «Voi servirete finché vivrete sulla terra e oltre: perché anche quando sarete andato avanti, molti, e non solo dell’India, continueranno a sentire la vostra voce, e a ricevere un raggio di luce attraverso voi».

Gandhi viene ucciso il 30 gennaio 1948. Sorella Maria apprende la notizia della morte da sorella Jacopa nel pomeriggio del 7 febbraio, ma soltanto il 9 sa che è morto ucciso. Nella preghiera vespertina del giorno 8 e quella della mattina del 9, Maria dice che «il pellegrino le gira attorno come avesse una cosa da dirmi, una cosa che devo sapere». Ha come una visione interiore di lui, «non con gli occhi del corpo». Chiama Gandhi “il pellegrino” perché preferisce di lui quella immagine, diffusa anche oggi, che lo mostra di spalle, in cammino, e perché così le è rimasto nel ricordo quando lo vide uscire dalla stanza dell’incontro romano del 1931. La sera dell’8 in memoria di lui nell’eremo fu suonata l’Eroica di Beethoven.

Negli appunti di sorella Maria, in data 20 febbraio 1955, si trovano due elenchi paralleli degli undici voti che venivano ripetuti ogni sera, alla fine della preghiera, dai discepoli di Gandhi, e degli undici obiettivi a cui l’Ashram dell’Eremo voleva dare «dedizione intrepida», molto simili a quei voti.

Sorella Maria, che non risulta incline a immaginazioni o fantasie misticheggianti, pensa sinceramente di avere una specie di rapporto misterioso o di telepatia con lo spirito di Gandhi, come abbiamo sentito dalle lettere. Scrive ad un’amica, il 27 settembre 1960 (Maria morirà nel 1961), comunicandole un vivo ricordo del 30 gennaio 1948, quando Gandhi fu ucciso, un fatto che sembra realizzare gli auspici espressi al tramonto di altre giornate (p. es., 2 ottobre 1939 e 2 ottobre 1947). Scrive Maria: «In quello stesso giorno, Jacopa, Agnese ed io, guardando il cielo giù da Santa Fina all’ora del crepuscolo, vedemmo una meravigliosa luce spandersi su tutto l’orizzonte. Non potremmo mai dimenticare quel fenomeno. Poi sapemmo che Gandhi in quel momento veniva immolato».

Enrico Peyretti, 21 agosto 2008

NOTE

1 Si veda anche la corrispondenza con Giovanni Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte, Ed. Qiqaion 2006.

2 Cfr Mariangela Maraviglia, Primo Mazzolari nella storia del Novecento, Ed. Studium 2000, p. 72, e poi, della stessa Autrice, Don Primo Mazzolari. Con Dio e con il mondo, Qiqaion 2010. Di Mazzolari si veda la travagliata storia del suo libro Tu non uccidere, in varie edizioni di La Locusta di Vicenza, fino all’ultima nelle edizioni San Paolo 2002.

3 La versione italiana usata all’Eremo è questa: «O cara luce, guidami tu nell’oscurità del cammino! La notte è buia, ed è forse ancora così lontana la dimora della pace! Sostieni il mio cuore vacillante! Non chiedo di vedere oltre: solo passo per passo guidami tu! Un tempo volevo scegliere da me la via. Oh svanisca l’errore del mio passato! Il tuo potere misterioso che ormai io conosco, mi guidi fino all’estremo, fra lande e paludi, fra torrenti e scogli, finché passata la notte, allo spuntare dell’alba eterna mi sorrideranno i volti angelici che avevo visto scomparire e che amai un tempo e amerò per sempre».

Pubblicato col titolo “Un’amicizia senza confine: Gandhi e sorella Maria di Campello” in «Lo Straniero», n. 105, marzo 2009, [email protected] , pp. 67-76, e poi su «Azione Nonviolenta», rivista mensile fondata da Aldo Capitini, n. 6, giugno 2009, pp. 3-9 [email protected]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *