London River – Recensione di Laura Operti

LONDON RIVER, regia di Rachid Bouchareb, 87′, Algeria/Francia/Gran Bretagna 2009. Presentato in concorso al Festival di Berlino 2009

Gli attentati terroristici di Londra nel luglio del 2005 fanno da sfondo alla vicenda umana che tratta con grande maestria il regista Rachid Bouchareb. Una donna inglese, un uomo africano si incontrano, intrecciano i loro destini, alla ricerca dei figli scomparsi nei giorni dell’attentato. Elisabeth è vedova, vive in un’isola della Manica, coltiva la terra con passione e allegria. Quando la donna apprende dalla televisione della tragedia di Londra, con molti morti e feriti , chiama la figlia Jane al telefono e lei non risponde . Non risponderà più. Lei parte per Londra e la cerca in ogni modo e con sempre maggiore ansia, paura, disperazione. E così che incontra Ousmane, che vive e lavora in Francia, in una foresta, prendendosi cura degli alberi, e cerca anche lui il figlio Ali di cui non ha più nessuna notizia. I due si incontrano perché si scopre che i due ragazzi vivono insieme. Lei va a lezioni di arabo e frequenta la moschea.

Quel che il film vuol raccontare, con delicatezza e profondità è l’incontro, all’inizio difficile, diffidente, inquieto di due mondi, di due culture in una Londra multietnica che vive con lo spettro del terrorismo di radici islamiche. Soprattutto Elisabeth cristiana stenta ad accettare che la figlia frequenti un ragazzo musulmano e si avvicini alle sue tradizioni religiose. Ma non ci sono toni aspri e tutto si dissolverà in un comune immenso dolore: nell’apprendere che i due ragazzi erano sulla metropolitana che è saltata in aria per le bombe fatte esplodere Due solitudini : quella di una vedova, il cui marito è morto nelle Falkland e quella di un uomo costretto dalla miseria ad emigrare, da lunghi anni lontano dalla moglie che vive in Africa, a cui manda i suoi guadagni.

Da lei aveva appreso che il figlio, andato a studiare in Inghilterra non rispondeva più al telefono, non chiamava più.

Tutto dunque si sfascia, ma il film ci lascia intravedere un’ombra di solidarietà tra questi infelici, che supera il pregiudizio, che fa sentire tutti uguali …e non solo nella sofferenza.

Il film deve molto della sua perfetta riuscita ai due attori principali, la bravissima attrice “inglesissima” Brenda Blethin che ricordiamo in Segreti e bugie (1996) e al maliano Sotigui Kouyatè, recentemente scomparso, grande attore di cinema e di teatro con Peter Brook , fin dai tempi della straordinaria messa in scena del Mahabarata (1985)

Ma soprattutto la firma del regista franco- algerino Rachid Bouchareb ci dice come il film nasca da un’ispirazione profonda che porta Bouchareb a trattare temi che vedono sempre protagonista la compresenza sul palcoscenico della vita di più culture, ma anche il dominio, gli scontri, il dolore . Ricordiamo Indigènes presentato e premiato al Festival di Cannes (2006 )per la miglior interpretazione maschile corale, che racconta, attraverso le vicende di quattro personaggi emblematici, la storia dei 233.000 soldati berberi che provengono dalle colonie francesi del Nordafrica e combattono come saldati di serie B, per difendere le sorti della “madrepatria” Francia nella seconda guerra mondiale.

E andando alle origini della carriera del regista riscopriamo Cheb (1991) un meraviglioso film che fu tra i primi ad aprire gli occhi e il cuore su certe realtà. Ci parla di Merwan , un giovane beur che viene espulso dalla Francia per aver commesso piccoli reati e si ritrova in Algeria, paese d’origine della sua famiglia , di cui non conosce nemmeno la lingua. Viene mandata al “sud” dalle autorità algerine ad assolvere il servizio militare e qui scopre la sua “differenza” perché per gli altri è “il francese”.Insieme ad una ragazza, anch’esse allontanata dalla Francia e mandata dai parenti in Algeria, decide di tentare il ritorno in Francia, perché entrambi sentono che quella è la loro patria. Due storie che parlano di identità cercate e ricostruite con sofferenza, di zone meticce della società e soprattutto di vitalità insopprimibili.

Laura Operti

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