Henri Dunant, Croce Rossa, cos’altro dopo? – Johan Galtung

Signore e signori,

è un grande onore commemorare, insieme al presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, un grande uomo, Henri Dunant, che senza dimenticare Florence Nightingale, ne fu il promotore. Egli morì 100 anni fa in questo piccolo meraviglioso salutare luogo di villeggiatura dove trascorse gli ultimi 23 anni della sua vita. E il suo momento della verità, come tutti noi conosciamo, fu la battaglia di Solferino in Lombardia, il 24 giugno 1859, poco più di 150 anni fa, dove fu testimone di una indicibile sofferenza provocata da una delle più stupide battaglie, che mise 300.000 soldati gli uni contro gli altri, in una guerra ancora più stupida, tra Francia e Austria di quel tempo; combattuta principalmente dalle loro classi alte che sacrificarono i loro subalterni.

E tuttavia questa battaglia ha un’aria di innocenza rispetto a ciò che succede oggi. I soldati soffrirono e morirono per i traumi, meccanici e termici. Le armi ABC non c’erano ancora. Non c’era l’uranio impoverito, così caro al modo di fare la guerra USA, che infligge una morte radioattiva lenta e orribile, e non c’erano neppure agenti biologici e chimici con le loro conseguenze durature, e neppure le mine. E la propaganda di guerra non aveva ancora raggiunto i livelli di stupidità e di falsità odierni.

Sono passati 90 anni dalla fondazione della  Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa, 80 anni dalla Convenzione di Ginevra relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, e 60 anni dalla revisione e dalla firma delle quattro Convenzioni di Ginevra. E tutto ciò poteva essere iniziato solo da un paese neutrale, la Svizzera, in qualche modo al di sopra delle parti belligeranti dopo la neutralità di fatto del 1515, scioccata dalla lotta di svizzeri contro svizzeri come mercenari a Marignano, sempre nel Nord Italia, con la neutralità imposta dal congresso di Vienna nel 1815, e la neutralità costruita de jure nella costituzione svizzera del 1848.

Vero, soldati feriti o liberati sono riabilitati e inviati di nuovo nei campi di battaglia; e ogni esercito ha una considerveole unità non neutrale di Croce Rossa che usa lo stesso simbolo; talvolta nascondendosi dietro ad essa. E tuttavia non è un argomento per non alleviare la sofferenza, di chi è colpito direttamente e dei suoi cari. Ma è un forte argomento per andare oltre.

Le prime fasi furono in bello, per ridurre il dolore durante la guerra, sia nel campo di battaglia, sia come prigionieri di guerra e come popoli occupati da eserciti stranieri. La seconda fase riguardò più ad bellum, considerando attentamente l’ “intervento umanitario”; cercando continuamente di ottenere fiducia, accesso, possibilità di parlare con tutte le parti coinvolte, aprire linee di comunicazione, umanizzare il non umanizzabile, che nel frattempo divenne via via peggiore. Quindi, di nuovo, dove dobbiamo andare a partire di qui? Verso né in ad, ma a nessuna guerra del tutto. All’abolizione della guerra, come istituzione sociale, come male sociale.

Ma questo è possibile? Naturalmente lo è. Vale a dire:

– nel 19° secolo abbiamo abolito la schiavitù;
– nel 20° secolo abbiamo abolito il colonialismo:
– nel 21° secolo stiamo abolendo il patriarcato;
– nel 22° secolo l’abolizione della guerra sarà molto in ritardo.

Ci sono ancora forme di schiavitù, di giovani donne, di lavoro minorile; il colonialismo è sopravvissuto come imperialismo; e il patriarcato è profondamente radicato. Ma con una differenza: essi non sono più legittimati, o rapidamente delegittimati. C’è una differenza tra il fiorire della schiavitù lungo le rive del Mississipi e l’attività clandestina. Lo stesso può succedere per la guerra, avendo avuto gli sforzi eroici della Lega delle Nazioni, del Trattato Brian-Kellog e delle Nazioni Unite. Ma con troppe scappatoie, come la privatizzazione,  guerre non tra stati, ogni tipo di “difesa”, anche l’ “imposizione della pace” (peace enforcement) da parte delle Nazioni Unite, respinta dalla Svizzera per l’Afghanistan nel 2008.

Ma c’è un metodo di gran lunga più efficiente che lavorare su queste scappatoie. Sottostante a una guerra, o a qualsiasi atto di violenza, c’è da qualche parte un conflitto irrisolto, spesso dal passato. Risolvere i conflitti è l’approccio da seguire, e può essere fatto. Immaginiamo una organizzazione di esperti mediatori, della dimensione della Croce Rossa, che scendono in campo a ogni minaccia di violenza, ascoltando le parti e il loro punto di vista su ciò che succede, facendo emergere i loro punti di vista e che cosa vogliono, separando gli obiettivi legittimi da quelli illegittimi, superando il divario tra gli obiettivi legittimi mediante empatia, nonviolenza e soprattutto creatività, immaginazione. In altre parole, la ricerca per la pace in pratica, non “studi sulla sicurezza” basati sulla minaccia e la contro-minaccia, forme istituzionalizzate di paranoia accademica.

Permettetemi di usare come esempi i temi dei sei laboratori di questa importante conferenza , con alcuni commenti:

– Che cosa fare quando le convenzioni di Ginevra vengono violate? – importante, ma fa parte della vecchia tradizione dello stato di diritto, che promuove norme e usa sanzioni quando vengano infrante. La soluzione del conflitto richiede ispirazione, anche visioni convincenti e unificanti, non punizioni.

– Protezione nonviolenta, testimonianza e accompagnamento in situazioni di guerra, Peace Brigades International (PBI, brigate internazionali per la pace).

Sono stato uno degli orgogliosi fondatori, nel lontano 1981, importante, ma fattore relativamente piccolo.

– Dialogo interreligioso tra Cristiani e Mussulmani basato sui diritti umani. No, basato sui diritti umani e sui Cinque Pilastri dell’Islam sarebbe meglio, e porterebbe a dialoghi dove entrambe le parti possono imparare, per esempio sulla solidarietà e sulla condivisione mussulmana.

– La pace si può imparare – superando il conflitto. Sono d’accordo, ma non solo imparare, ci sono competenze concrete, complesse, di conciliazione, mediazione e di pratiche ed esperienze di costruzione della pace.

– Senza verità e giustizia non c’è conciliazione – bene, questo è l’approccio del Sud Africa. Noi in TRANSCEND ne abbiamo altri 11. Benvenuti!

Conferenza a Heiden, Appenzell, Svizzera
20 settembre 2010
Traduzione a cura del Centro Sereno Regis
Titolo originale: Henri Dunant, Red Cross, What Next?

http://www.transcend.org/tms/2010/09/henri-dunant-red-cross-what-next/

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