Non coltivare la terra, ma la coscienza umana – Recensione di Cinzia Picchioni

M. Fukuoka, La rivoluzione di Dio, della natura e dell’uomo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009, pp. 264, € 26,00

Intanto ci tengo a dire che il libro recensito è pubblicato ne «I quaderni d’Ontignano» (collana della casa editrice LEF – Libreria Editrice Fiorentina) che (cito dal libro):

vogliono essere un aiuto ad abbandonare la società artificiale, le piccole regole dell’individualismo di massa […] a collegare alla natura la nostra sussistenza alimentare e la nostra cultura per iniziare l’esodo dalle metropoli, ritrovando la città e la campagna alleate della via umana al bene.

Poi il titolo: M. Fukuoka, La rivoluzione di Dio, della natura e dell’uomo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2009, pp. 264, € 26,00 è spiegato con queste parole:

Lo scopo di questo libro è provocare una simultanea rivoluzione fra Dio, la natura e l’uomo facendo diventare tutte e tre una cosa sola. È il punto di partenza e la destinazione di una rivoluzione della conoscenza umana. (p. 46).

Nel frontespizio però c’è un delizioso sottotitolo: e il viaggio delle palline d’argilla, il cui mistero è svelato quasi alla fine del libro, nella ricca appendice fotografica (che inizia a p. 145) le cui immagini raccontano dei molti viaggi intrapresi da Fukuoka, e degli innumerevoli volti incontrati:

Per dare una spiegazione di come i semi di tutti gli esseri viventi furono seminati sulla terra al momento della creazione, Dio avvolse i semi di ogni essere vivente in palline d’argilla e li dette agli angeli perché li spargesero a caso. Gli angeli appiccicarono ad ogni seme dei computer che portavano in memoria la saggezza di Dio in modo che non perdessero la strada. Perciò, i semi erano tutti uguali, ma in conformità con la loro missione, le forme erano unpo’ diverse e anche i loro tempi di crescita diventarono diversi (pp. 165 e 103).

Questa storia delle palline d’argilla è poi dettagliatamente spiegata (anche con le foto) nel capitolo che si intitola appunto Il viaggio delle palline d’argilla e che ci porta in giro per il mondo: Asia (India orientale, Filippine, Vietnam, Thailandia), Europa (Francia, Austtria, Italia, Olanda), Africa (Tanzania), America (Stati Uniti). In queste piccole foto a colori ritroviamo le parole che abbiamo letto nel libro, e la casa di Gandhi, e il sorriso di Vandana Shiva…

Ma andiamo per ordine. Partiamo dal 1983. È di quell’anno un articolo, tratto da «Azione nonviolenta», scritto da Giannozzo Pucci (editore del libro recensito e di molti altri) in cui egli ci parla di Fukuoka, per chi non lo conoscesse:

Quello che sta crescendo in questi anni è il lavoro di migliaia di persone e gruppi per mettere insieme i pezzi di un’esistenza frantumata dalla perdita di ogni significato, mercificata dalla civiltà borghese. Dei teorici e capi politici del nostro secolo forse solo Gandhi ha anticipato proprio questo cammino prima che diventasse l’unica via d’uscita dalle nebbie della civiltà del benessere. […] E Fukuoka va avanti sulla stessa strada di Gandhi. La Rivoluzione del Filo di Paglia [altro libro di Fukuoka, pubblicato nel 1980 dalla Libreria Editrice Fiorentina e diventato la «bibbia» dell’agricoltura naturale, NdR], che pure è solo una sintesi molto imperfetta della sua testimonianza, contiene […] un messaggio né ideologico né logico, che non porta avanti delle nuove leggi, ma un’ispirazione. Il “non fare” non è u na norma, ma uno stile di vita, un senso di rispetto, di nonviolenza, una libertà dell’anima. […] Quando Fukuoka è venuto in Italia, nel 1981, ricordo come […] guardava con tristezza i poderi abbandonati lungo la strada e spiegava la differenza fra agricoltura naturale e abbandono. […] Era uno spettacolo unico vedere quest’uomo anziano, piccolo, attivissimo, aggirarsi nei campi la mattina presto, quando tutti dormivano. Quello che lui vedeva era nuovo e vivo come la poesia.

L’articolo termina con una citazione

[…] del prossimo libro di Fukuoka, intitolato La rivoluzione di Dio: “Dio non dice quello che non si può dire in parole, l’Uomo parla anche se non sa parlare; non conoscendo parole di Verità, l’Uomo moltiplica ogni tipo di erudizione. Esperto in ogni fenomeno, Dio non spiega nemmeno una parola. Dio pratica la non-azione e diecimila cose si fanno, l’Uomo fa diecimila cose, eppure non arriva al fondo con nessuna…”.

Questa era dunque l’origine e ora ho tra le mani «quel» libro, pubblicato adesso che Fukuoka non è più nella nostra dimensione (o noi non siamo ancora nella sua?), e che – come scrive l’Editore nella Nota – […]scuote dalle fondamenta la civiltà moderna. L’affermazione del testo che più desta scandalo per la mentalità di oggi è che l’acqua, il fiume, gli alberi, il cielo, l’aria sono Dio, la natura è Dio. Molti innalzeranno barriere filosofiche e ideologiche per neutralizzare questa idea perché rompe un tabù delle masse laiciste dei paesi ricchi divoratori della natura (p. 11).

Nel Prologo poi si rincara la dose affermando che «Questo libro ha il compito di aiutare la gente a tornare a Dio, tornare alla natura. Tornare a se stessi» (p. 13). Proseguendo nella lettura mi è venuto in mente più e più volte Hind Svaraj di Gandhi, come se entrambi i libri fossero un po’ la summa dei pensieri degli autori: il «Fukuoka-pensiero» e il «Gandhi-pensiero». Forse perché entrambi i libri sono suddivisi in capitoli che trattano i temi fondamentali dell’esistenza umana (Cos’è Dio; Cos’è la natura?; Cos’è il sapere umano in Fukuoka, e Cos’è lo Swaraj?, Le macchine, Che cos’è la vera civiltà?). Sì, perché sebbene sia stato scritto da un contadino «codardo e irrimediabilmente pigro» (così si definisce Fukuoka stesso) La rivoluzione di Dio, della natura e dell’uomo è un libro… su tutto! Ci svela che cosa pensasse Fukuoka sull’economia (p. 79), sulla religione, i falsi dèi, i falsi profeti, la scienza e gli scienziati, sulle donne che si truccano (p. 34), la verità (p. 35), la salvezza dell’umanità (p. 36), la Natura e il «fare nulla» (p. 39), sul mangiare carne (pp. 45, 53 e 54), sulla paura della morte (pp. 72 e ss.), il tempo (p. 107); non ci risparmia una critica di Darwin, Kant, Cartesio e Hegel (cap. 4), che mi ha trovato molto in sintonia, soprattutto laddove Fukuoka obietta al famoso «Penso dunque sono», sostenendo che solo chi si trova prima di quel detto potrà cogliere la vera natura della mente, e che solo la mente che si dimentica di sé può conoscere la mente (quando insegno yoga ricordo che la mente si chiama mente perché mente! E non è solo un gioco di parole). Fukuoka chiama tutto questo «L’ottica del MU» o del nulla, e ci dà indicazioni su come fare a praticarla:

Quando svuotiamo le nostre menti e incontriamo la natura, ogni albero e ogni filo d’erba diventa Dio. Anche se gli alberi e l’erba non dicono niente, le voci degli uccelli, gli occhi delle rane e le libellule insegneranno all’uomo la più alta verità, la più grande bontà, la bellezza più sublime. In quel momento non ci sarà bisogno di sacre scritture e la libellula sarà il messia. (p. 33)

Che fare?

Altre indicazioni molto precise ci vengono dai capitoli dove Fukuoka spiega il suo modo di «fare la rivoluzione» con un «Messaggio per il ventunesimo secolo» (pp. 130 e ss.): vi troviamo un elenco di cose da fare (fondare una banca dei semi, rinverdire la terra, cambiare pensiero e vita…) per giungere a una «Bozza di uno statuto umano per il XXI secolo», diviso in cinque sezioni, cinque come gli elementi essenziali che bastano all’uomo: luce, aria, fuoco, acqua e terra; lo dicevano già i filosofi greci, ma, scrive Fukuoka:

persino quell’universo è un mondi di sogni. Possiamo dire che tutte le cose sono inutili e ritornano al nulla. […] La questione se l’uomo abbia o meno un futuro dipende da se è capace o meno di prendere l’audace decisione copernicana di tornare alla natura e non fare niente (p. 138).

Dopo questo messaggio lasciato un po’ come «ultima indicazione», come un testamento, incontriamo un «Inno del contadino», una foto meravigliosa di Fukuoka, una breve cronaca (scritta a macchina) dei suoi ultimi giorni di vita e poche righe di ricordo del nipote. Infine il corposo apparato fotografico (da p. 145 a p. 262).

Beh, poi c’è la critica alle macchine (e qui sembra proprio di leggere Gandhi in Hind Svaraj), che è spalmata un po’ in varie pagine del libro, ma trovo particolarmente illuminante questa riflessione che unisce il tempo e le auto:

[…] la gioia non ce la danno le automobili. Le auto sembrano mezzi per accelerare il tempo e accorciare le distanze ma, al contrario, creano esseri umani legati al tempo e che soffrono di impazienza e irrequietezza. Ne consegue che più la gente inventa cose che vanno veloci, più tempo perde. […] Nessuna delle azioni umane è utile per dominare o guadagnare tempo. Piuttosto sono incatenate al tempo umano il che rende impossibile per l’uomo muoversi. Se cerca di guadagnare tempo non farà che perderlo. (p. 137).

Il tema del tempo è molto caro a Fukuoka, tanto che gli ha dedicato un lungo paragrafo «Cos’è il passare del tempo» (pp. 105 e ss.), fornendo istruzioni e schemi per costruire un orologio tridimensionale capace di rendere concreto il tempo assoluto! Infatti:

Le macchine non sono necessarie per le persone che non hanno fretta. (p. 79)

Capra, Shiva e Dio

Sulla relatività poi l’autore parla con Fritjof Capra (che lo aveva visitato nella sua capanna!) del Tao e della danza cosmica di Shiva (patrono dello yoga) quale danza della natura, disseminando il testo di graziosi disegni «zen» per spiegare le sue teorie, ma anche di «istruzioni per l’uso» per metterle in pratica.

Per chi cerca Dio (comunque lo si intenda), questo libro è una miniera, a partire dall’esperienza dello stesso autore che nelle righe del paragrafo «Perché ho perso di vista Dio?» racconta la sua personale ricerca che negli anni lo ha portato dalla «rivoluzione del filo di paglia» alla rivoluzione di questo libro, in cui Dio è al primo posto; questa ricerca lo porta ad affermare che:

L’errore più grande dell’uomo è ridurre il valore della natura, che è Dio, a se stesso, che è solo materia, […] Dato che le persone non sanno chi le ha create (il creatore), non sanno di chi sono figli. Per questo, non possono sapere perché sono in questo mondo e qual è il senso della loro esistenza (p. 25).

Lo sviluppo del filo di paglia

Il libro non è solo filosofia. Ci sono moltissime riflessioni sul metodo dell’agricoltura naturale contrapposta a quella industriale, c’è la cronaca di alcune Conferenze internazionali sull’agricoltura naturale (la prima a Washington, a p. 127), sulle cause della desertificazione …

Quando vede che il cibo non è sufficiente, la gente corre a tagliare gli alberi e cerca di coltivare piante alimentari il più presto possibile in campi bruciati. Ad ogni costo, il mondo è imprigionato in un ciclo di tre mali: taglio degli alberi, incendi e mangiar carne. La vegetazione diminuisce più in fretta di quanto cresca […] (p. 45)

… e sulla rivegetazione del deserto …

Le mie tecniche per contrastare la desertificazione sono esattamente le stesse del metodo di coltivazione del non fare: nessun provvedimento e nessuno sforzo. […] (p. 46)

… e sulla crisi dell’agricoltura mondiale

Per ogni caloria di energia investita nella produzione di riso negli Stati Uniti cinquanta anni fa, il raccolto prodotto conteneva due calorie. Nei successivi trenta o quaranta anni, i due dati sono diventati uguali e attualmente l’investimento di due calorie produce solo una caloria alimentare* [* nota al piede: Da quando è stato scritto questro libro, nel 1992, il dato è molto peggiorato, siamo adesso a dieci unità di energia consumate per produrne una, NdE] […] il metodo dell’agricoltura naturale, che non usa altra risorsa energetica che non sia il lavoro umano, produce e aumenta la produzione. […] con il lavoro di venti persone si possono ottenere seicento chilogrammi di riso su mille metri quadri di terra, in dieci giornate di lavoro. Se una persona mangia un chilo di riso al giorno producendone 30 avrà usato una caloria per produrne tre […] Gli esperti agricoli credono che se si usano macchine, fertilizzanti e sostanze chimiche in agricoltura aumenta la produzione alimentare, ma in realtà stanno solo trasformando il petrolio in cibo […] (chiunque controlla il petrolio controlla la fornitura di alimenti e il mondo). Il motivo per cui dico che l’agrioltura naturale è la via principale dell’agricoltura è che l’alta tecnologia moderna […] non solo inganna la gente con false quantità, ma mette in pericolo il futuro della terra e dell’umanità. […] Gandhi ha insegnato una via eterna per la vita: contentarsi di una ruota per filare (pp. 52 e ss.).

Non ne so molto, ma mi sembra di poter consigliare lo studio di questo libro anche alle ONG che operano nei paesi dove manca l’acqua: alle pp. 58 e ss. ci sono utili indicazioni, e non solo per costruire pozzi e canali, per quella che Fukuoka chiama «irrigazione con le piante».

L’Africa e il nostro caffé

Nel capitolo che riguarda la desertificazione ho riflettuto su una scoperta che fu di Fukuoka: in Etiopia volle sapere come mai la foresta fosse scomparsa così velocemente e raccolse notizie da contadini locali. La causa principale era stata la politica agricola coloniale gestita dagli occidentali, cioè da noi; le coltivazioni ammesse erano il caffè, il tè, la canna da zucchero, il cotone, il tabacco, le arachidi e il mais, e fu proibita la coltivazione di qualsiasi altra pianta per uso privato. Scrive Fukuoka: «Il suolo non può sopportare la coltivazione di caffè e canna da zucchero. La prima causa del deserto in Africa sono gli errori di coltivazione e la seconda sono le politiche sbagliate nei confronti dei popoli nomadi» (p. 48).

Anche a proposito di economia Fukuoka ha da dire la sua e lo fa in un modo molto poetico (che fra l’altro ci riporta a Gandhi e al suo filatoio):

[…] libertà e uguaglianza esistono nel mutuo rapporto di trama e ordito. […] La sola differenza è nella borsa in cui si mettono le cose, cioè il tessuto. Il problema sta nel modo in cui la stoffa è tessuta. Se l’ordito è troppo forte o la trama troppo debole, la stoffa facilmente si strappa. […] la trama formata dai paesi comunisti può semplicemente essere stata abbagliata dal colore dell’ordito capitalista e essersi disintegrata. Se i fili della trama si rompono, il tessuto non può esistere solo coi fili dell’ordito. L’equilibrio dell’economia mondiale si è disfatto e c’è il rischio che tutte e due le parti crollino. […] Il difetto fondamentale delle economie di questo secolo è che tutto comincia con il credere che il valore stia nelle cose materiali, ma […] non c’è alcun valore nelle cose . L’idea che la materia è onnipotente si basa sulla fede che la felicità umana derivi da ciò che si possiede.

T’amo, pio bove!

Non manca, naturalmente, la critica all’allevamento industriale, collegato alla desertificazione e all’esaurimento delle risorse:

L’energia restituita per quantità investita è solo il 50% per i polli […] l’8% per la carne di manzo. […] e la gente che mangia carne consuma dieci volte più energia di quella che mangia riso. […] Non solo non è economico, ma anche distruttivo per la vegetazione su scala mondiale. (p. 53) La superficie di terra necessaria per sopravvivere è duecento metri quadri per una dieta a base di cereali, seicento metri quadri se la dieta base è di patate, millecinquecento metri quadri per il latte, quattromila metri quadri per un maiale e quando si prendono tutte le calorie della carne occorrono diecimila metri quadri. […] se tutti gli abitanti del mondo mangiassero carne bovina, non solo non ci sarebbero margini per l’aumento della popolazione, ma di fatto l’umanità si troverebbe davanti alla morte per fame. […] la terra è sottoposta a rovina a causa dell’intenso pascolo bovino […] Possiamo dire la stessa cosa della moderna industria ittica.

Tra le indicazioni contenute nel «Messaggio per il ventunesimo secolo» alcune sono particolarmente sentite dal popolo di questa «newsletter», e riguardano la pace. Fukuoka ci invita a chiarirci le idee su quale sia la realtà dell’uomo, per vivere in pace, seguendo metodi naturali, sulla via della non conoscenza e della non azione.

[…] è tempo di fermare lo sviluppo dialettico […] di comprendere filosoficamente e religiosamente la realtà che il genere umano si trova davanti alla propria fine […] Dobbiamo riconoscere che essere disarmati è di fatto il mezzo più desiderabile per assicurarsi la pace. Gli individui devono impegnarsi solennemente non solo a non prendere più armi, ma a non prendere parte né direttamente né indirettamente a nessuna industria collegata cone le armi. Devono andare oltre le nozioni di stato, razza o individualità […] Invece di inondare la terra di missili lanciato da navi spaziali, da aerei da combattimento o bombardieri, dobbiamo raccogliere semi da tutto il mondo e spargerli sulla terra (p. 130).

Non vi ricorda Jean Jono?

È tutto da leggere!

Mi sono resa conto che le citazioni che avrei fatto dal libro sono molte di più, e allora termino con due «perle», prese qua e là lungo le pagine:

La più alta saggezza è la conoscenza della non conoscenza e l’azione più alta è la non azione.

In altre parole, la non conoscenza è la volontà dei cieli

e se seguiamo la provvidenza del cielo non c’è azione

(p. 114).

Le contraddizioni sono solo fantasie

fatte emergere dalla natura discriminante del pensiero relativo dell’uomo.

Sono giudizi arbtrari.

In natura, le tigri mangiano i cervi, i cervi mangiano l’erba, l’erba mangia i corpi delle tigri.

Queste sono solo scene nella rappresentazione della vita e della continua trasformazione

(p. 85)

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