No Destination – Il cammino è la meta – Recensione di Giorgio Barazza

Satish Kumar, No Destination. Il cammino è la meta. Autobiografia, FioriGialli edizioni, Grottaferrata 2006

Titolo originale: No destination. Autobiography of an Earth Pilgrim, Green Books, Dartington, Totnes, Devon 2000.

Satish Kumar è direttore della scuola Bija Vidyapeeth di Deradun, in India, che si propone l’educazione alla cittadinanza della terra ed è promossa dal movimento Navdanya fondato da Vandana Shiva. Inoltre, egli è il direttore della rivista Resurgence e dello Schumacher College.

11 PRINCIPI SU CUI COSTRUIRE L’ORDINE SOCIALE

Dal capitolo “influenze” (pag 343). Io non sono un essere separato, isolato, individuale. Sono indivisibile, un essere che interagisce con tutto e con tutti. I pensieri gli ideali, le visioni, gli atteggiamenti che incarno provengono da una moltitudine di fonti. I pensieri non sono nella nostra testa, i pensieri sono tutt’intorno a noi, noi viviamo nei pensieri. Gandhi è stato l’esempio vivente del genere di vita a cui mi sono ispirato. Egli ha cancellato la divisione tra azione e pensiero, pratica e teoria, silenzio e parola.

Da Gandhi ho imparato che politica e principi sono due aspetti della stessa medaglia. La maggioranza delle persone crede che la spiritualità sia riservata solo ai santi e non si possa praticare nella vita quotidiana, ma Gandhi si assunse il compito di dimostrare che le persone si possono impegnare in politica sinceramente e nonviolentemente. Economia ed etica sono inseparabili. Quando l’agricoltura, gli affari, l’industria, l’educazione, le arti e i mestieri, il lavoro di casa e la vita familiare, le relazioni umane e la nostra interazione con il mondo naturale sono costruiti su delle basi spirituali, allora gli esseri umani possono trovare il vero significato della vita.

Gandhi sapeva che l’indipendneza dell’India sarebbe prima o poi venuta ma la vera questione non era sostituire il sahib bianco con il sahib scuro e continuare con la stessa strada di progresso-sviluppo1. Egli voleva sviluppare una nuova visione di capacità politica, cosicché l’India indipendente fosse diversa dell’India britannica. Per arrivare a creare una tale nazione olistica e integrata Gandhi suggerì 11 principi su cui costruire l’ordine sociale. Attraverso la fondazione di centinaia di ashram che funzionavano come piccole comunità sperimentali e il movimento per l’autonomia dei villaggi egli approfondì, modificò e raffinò questi principi in modo sperimentale2 prima che tutta l’India potesse adottarli (progetto costruttivo).

Queste comunità erano un modello di una società sostenibile, conviviale, frugale, ecologica, indipendente e spirituale. Egli compose un canto per celebrare questi principi, e veniva cantato mattina e sera dai membri dell’ashram riuniti insieme. Quando vivevo in un ashram ho cantato anch’io quest’incantevole canto due volte al giorno. Composto di parole sanscrite di profondo significato, è come un rosario di mantra in movimento:

ahimsa (nonviolenza), satya (verità), asteya (non rubare) / brahmacharya (sesso sacro), asangraha (non-consumismo) / sharirashram (lavoro fisico), aswada (evitare il cattivo gusto) / sarvatra bhaya varjana (coraggio), sarva dharna samanatva (rispetto per tutte le religioni) / swadeshi (economia locale), sparsa bhavana (rispetto per tutti gli esseri) / vinamra vrata nishtha se (questi undici principi), / ye ekadash sevya hain (vanno seguiti con umiltà, attenzione e impegno).

Questi principi sono guide al comportamento, una struttura di riferimento che ogni individuo e società interpreta nel proprio contesto.

1. NONVIOLENZA / AHIMSA (pag 345-349)

Questo principio riguarda il vivere in modo non offensivo. La nonviolenza va oltre il non uccidere. A livello personale inizia con la nonviolenza della mente. Nell’ashram mi fu insegnato a coltivare la capacità di trattenermi da ogni pensiero aggressivo, offensivo o dannoso. Se per caso avevo coltivato la violenza nella mente dovevo coltivare la capacità di non esprimerla a parole. Parole che feriscono o insultano o mortificano l’altro possono fare nascere un ciclo di violenza. Imparai a esprimere in maniera rispettosa le mie opinioni sulla politica, gli uomini politici o le persone con cui non ero d’accordo. Se perdevo il controllo sul mio modo di esprimermi dovevo naturalmente evitare la violenza fisica a ogni costo. Se venivo attaccato dovevo rispondere con le tecniche della difesa nonviolenta.

A livello sociale nonviolenza significa opposizione alla violenza strutturale e istituzionale. Ho imparato a non avere paura di esprimere una critica costruttiva, ma a rivolgermi agli avversari di persona o per iscritto con buona disposizione d’animo, perché lo scopo è sempre di sollecitare un cambiamento di cuore e di mente nella persona o nella società. Dobbiamo imparare a vivere con le persone e la natura in modo nonviolento il che significa rinunciare al desiderio di imporre la propria volontà, di soggiogare, di dominare e di controllare le persone, gli animali e il mondo naturale per soddisfare le nostre ambizioni, il nostro ego. La violenza ha una sua storia. La nostra fede nel potere della violenza nonostante le guerre, le conquiste, il colonialismo e l’imperialismo non ci ha portato a nessuna riflessione. L’umanità è in guerra con la natura. Il nostro desiderio di conquistare la natura ha condotto alla distruzione di luoghi incontaminati, riduzione della biodiversità, produzione di agenti chimici velenosi, costruzione di mega-città, mega-dighe, mega-industrie e mega-corporazioni. Le nostre crudeltà nei confronti degli animali, la nostra insensibilità verso le culture tradizionali e i loro diritti, la nostra smania di estrarre petrolio e altri minerali senza alcun limite sono tutte parti della stessa storia.

Nella storia della nonviolenza tutti i rapporti sono imbevuti dello spirito di mutualità3 e reciprocità, lo spirito del rispetto per tutte le forme di vita, umana, animale, delle piante, delle pietre, del suolo e dell’acqua. Il risultato della nonviolenza è la pace a tutti i livelli. Pace personale, pace mondiale e pace con la natura. Senza pace interiore nessun’altra pace può essere realizzata. Se ho raggiunto un certo grado di pace della mente, in me stesso, non avrò paura degli altri. L’azione nonviolenta di portare la pace nel mondo è la conseguenza naturale della pace interiore. Se il mondo lavorasse verso questo traguardo è possibile che un giorno si riesca a stabilire un ordine sociale nonviolento. Considerando le guerre nucleari, biologiche e chimiche, il riscaldamento globale, il buco dell’ozono, la fame nel mondo la nostra scelta è tra nonviolenza e non-esistenza

2. VERITÀ / SATYA (pag 349-350)

Significa vedere la realtà così com’è. Non essendo sicuri della verità suprema è giusto e appropriato cercarla. Non c’è verità che si possa spiegare, definire con il linguaggio. Tutti i grandi hanno sperimentato il divino e il sacro in tutte le cose. Noi dobbiamo cercare il nostro tesoro e iniziare la nostra strada per trovare la nostra verità. La verità è molto sfaccettata, è pluralistica. La ricerca della verità è un viaggio di liberazione: mi libera dai dogmi, sia religiosi che politici. Nel momento in cui imprigioniamo la verità in una sistema di credenze essa viene perduta. La verità va vissuta e sperimentata, non si può predicare, può essere comunicata con l’esempio della vita. I cercatori della verità sono liberi da ogni fondamentalismo religioso, politico, ideologico, culturale, economico. Seguire la via della verità significa non avere preconcetti né pregiudizi. La verità è l’essenza dello Zen, la sua ricerca è l’esplorazione incondizionata e aperta.

3. NON RUBARE / ASTEYA (pag 350)

Va molto al di la del non prendere quello che non ci appartiene. Nelle Upanishad tutto e ogni cosa è impregnato di divinità. Terra, fuoco, aria e acqua sono elementi sacri. Gandhi diceva che sulla terra c’è abbastanza per i bisogni di ciascuno, ma non abbastanza per l’avidità di qualcuno. Asteya è anche quando le fattorie di famiglia sono distrutte dallo sfruttamento dell’agricoltura e ciò è derubare la campagna; quando i mestieri sono distrutti dall’industria e ciò è furto di capacità umane; quando i grossi pescherecci pescano in quantità eccessive e distruggono i piccoli villaggi di pescatori e questo è furto di mezzi di sussistenza. Seguire la via di asteya è consumare solo ciò che la natura può continuare a rifornire. Asteya è un modo di vivere semplicemente, così che altri possano semplicemente vivere. Asteya mi dice che la grettezza, l’accumulazione e l’eccesso di consumi sono furti perpetrati contro la natura e Dio.

4. SESSO SACRO / BRAHMACHARYA (pag 351)

Significa sessualità appropriata entro una sana relazione umana. L’amore per Dio inizia con l’amore umano; quest’ultimo è una piccola esperienza dell’amore grande, l’intima realizzazione dell’amore supremo. L’amore incondizionato tra due persone conduce all’amore universale. Il sesso sacro si basa su una base di impegno, responsabilità, sacrificio, celebrazione e gioia. Dalla mancanza di rispetto verso la santità del sesso vengono volgarizzazione del sesso, ricerca di gratificazione temporanea indotta dai media, pornografia, violenza carnale, sadismo, masochismo, abuso sessuale. Tutti gli dei indù sono sposati. Queste icone mitologiche sono modelli del rapporto uomo-donna. In essi sensualità, danza, musica, colore, fiori, profumo e tutti gli aspetti del vivere bene partecipano pienamente. Tutto in proporzione, nel posto giusto, al momento giusto, con saggezza e con buon senso. Il rapporto uomo-donna è il compimento supremo dell’equilibrio yin-yang, è l’unione dello spirito e mente, mondo e Dio, corpo e anima, natura e cultura. In tali unioni tutti gli opposti si trasformano in elementi complementari.

5. NON-CONSUMISMO / ASANGRAHA (pag 351-353)

Significa non acquistare, non consumare e non accumulare merci e servizi che sono non essenziali, dispendiosi, dannosi e innaturali. Un eccesso di beni è una trappola: essi ci legano, ci imprigionano e ci rendono schiavi. Se fossi sedotto da questi beni non sarei in grado di vivere una vita veramente confortevole, creativa e piena di compassione. Molto del mio tempo sarebbe speso nell’occuparmi di queste cose. Dovrei lavorare sodo per poterle acquistare. Alla fine sarei posseduto da ciò che possiedo e non al contrario. Il possesso di beni a livello personale e a livello sociale (crescita economica) sono diventati l’ideale delle persone e degli stati. Per raggiungere questo obiettivo sono state distrutte vite individuali, famiglie, tessuto sociale e rapporto con il mondo naturale. Si è creduto di aumentare il benessere umano facendo aumentare la ricchezza economica (PIL). Sondaggi hanno dimostrato che nel mondo occidentale un ragionevole livello di vita era stato raggiunto intorno agli anni 1970 ma da quel tempo la curva è andata in discesa. L’enorme ricchezza prodotta non ha risolto il problema della povertà anzi una piccola percentuale di persone controlla una grande percentuale di ricchezze il che influisce in modo negativo sulla coesione sociale e sull’armonia. Vi è confusione totale circa gli scopi della società e il significato della vita.

Non consumismo non è ascetismo, non è un principio di rifiuto. È conoscere i limiti e godere degli abbondanti doni della natura senza possederli. Non consumismo è parte integrante di una vita semplice di mezzi ma ricca di scopi. Una via per trovare l’equilibrio critico tra ricchezza materiale e spirituale

6. LAVORO FISICO / SHARIRASHRAM (pag 353-356)

Significa la pratica quotidiana del lavoro manuale. Il mondo è diviso tra chi lavora con le mani e chi gode del lavoro altrui ed è pagato meglio. C’è una profonda tensione in seguito a queste divisioni tra i lavoratori. Lavorare con le proprie mani è molto di più che fare delle cose. Il lavoro fisico è una forma di preghiera, di pratica spirituale, è un antidoto all’alienazione e all’esclusione. Le nostre mani hanno un potere di trasformazione straordinario, sacrificare le abilità manuali sull’altare della tecnologia può portare soltanto a disillusione e a confusione mentale. Dobbiamo ridare posto al lavoro manuale nelle scuole. Le industrie che distruggono i lavori manuali devono pagare pesanti tasse. Mantenersi in forma mediante giochi e atletica non è possibile per milioni di persone: e perché mai dovrebbero scambiare occupazioni utili e produttive con giochi inutili e improduttivi. Quando sono attivo con il lavoro manuale sono soddisfatto con meno perché il lavoro stesso è già una fonte di soddisfazione. La vera soddisfazione viene soltanto quando mente e corpo si uniscono per rendere attuale il potenziale della materia interagendo con essa. Quando si producono gli oggetti a mano il risultato è che qualsiasi cosa facciamo, è bello, utile e durevole (il principio BUD) va avanti fino alla loro fine naturale e possono sempre essere riparati. Fare e riparare sono parte dello stesso continuum. Il principio BUD è la fonte di vera soddisfazione, spirituale, sensuale e fisica.

7. EVITARE IL CATTIVO GUSTO / ASWADA (pag 356-359)

Rispetto al cibo ciò significa mangiare in modo non salutare: poco nutriente, fast food, precotto, trattato, importato, in eccesso. Brevettare il cibo è un tipo di furto (bio-pirateria). La scienza indiana classifica il cibo in 3 tipi: satvik, rejsik e tamsik. Il cibo sarvik è associato al vero cibo: è semplice naturale di stagione e locale. Chi mangia cibo sarvik può fare a meno delle medicine. Non si tratta solo di cosa mangiate, ma di come lo mangiate. Preparare con cura, condividendo e festeggiando, senza fretta e rilassati in un ambiente conviviale contribuisce a rendere satvik il cibo. Preaparare e mangiare cibo satvik è una pratica spirituale.

Il cibo rajsik è speziato, stimolante, eccitante, abbondante. È complicato, conservato ed elaborato. Lo privilegiano soldati, mercanti e persone che preferiscono il gusto alla giusta alimentazione, il piacere alla soddisfazione e l’apparenza alla gioia.

Il cibo tamsik è artificiale e violento e crea dipendenza. Le categorie di satvik, rajsik e tamsik forniscono dei punti di riferimento in modo da poter prendere in considerazione l’eventualità di passare da tamsik a rajsik a satvik. Esse sono utili indicatori riguardo alle nostre priorità. Queste tre qualità possono applicarsi anche ad altre sfere della vita (film, case).

8. CORAGGIO / SARVATRA BHAYA VARJANA (pag 359-361)

Significa libertà dalla paura sempre e ovunque. Le nostre vite sono governate dalle paure (morte, vecchiaia, malattia, disoccupazione, fallimento, superiori, responsabilità, impegno, …) e sono per noi causa di profonda ansietà. La cura per i problemi creati dalla paura è la fiducia incondizionata nei processo dell’universo, dobbiamo avere fiducia che ogni vita realizzerà il suo destino. Molte delle paure sono indotte. In varie tradizioni mitologiche e religiose la dissoluzione dell’ego è stata definita come il viaggio dell’eroe o il cammino del guerriero. Quando mi slancio in aiuto di una persona senza temere per la mia vita, c’è un attimo in cui non sono consapevole del mio proprio sé. In quel momento di vuoto, sperimento la mancanza di ego e allora sono libero dalla paura. Quando ho fiducia nell’universo non ho paura di correre dei rischi. Tutti gli essere umani fanno parte dell’arazzo dell’universo, parte di un disegno che tiene uniti. Quando mi rendo conto di questa rete di grandiose relazioni perdo l’illusione del mio io separato, perdo l’ego, perdo il senso di “io” di “mio”. Quando non c’è l’ego chi ha paura di chi? Quando sono capace di coltivare il coraggio nella mia vita di tutti i giorni e ho raggiunto una solida fiducia da cui fluiscono tutte le attività allora sono capace di agire socialmente, politicamente e collettivamente senza paura e di agire in modo sincero e giusto. Quando sono di fronte a una legge ingiusta sono pronto a sfidarla e a difendere la libertà, la giustizia e l’integrità, non ho paura delle conseguenze incluse la carcerazione e la morte

9. RISPETTO PER TUTTE LE RELIGIONI / SARVA DHARNA SAMANATVA (pag 361-363)

Significa apprezzamento di tutte le tradizioni religiose e tolleranza delle credenze con le quali possiamo non essere d’accordo. Il principio di sarva dharna samanatva è di lasciar sbocciare mille fiori. Le differenti strade religiose sono come diversi stili di cucina. Gli ingredienti sono gli stessi: riso, grano, patate, legumi, verdure, erbe e così via. Ma nelle mani di diversi cuochi, cinesi, indiani, francesi, italiani e arabi questi ingredienti vengono trasformati. Odore, gusto e apparenza sono così diversi, ma tutti possono soddisfare l’appetito. Similmente amore, verità, compassione e carità visti alla luce delle tradizioni religiose di cristiani, indù, mussulmani, jainisti, buddisti ed ebrei possono apparire differenti, ma se praticati con sincerità portano a una trasformazione della coscienza che conduce all’equanimità e alla pace.

Naturalmente vi sono differenti credenze che emergono da queste differenti tradizioni: credere o non credere in Dio, alla reincarnazione, all’esistenza dell’anima, all’inferno e al paradiso, alla vita dopo la morte, al bene e al male, al peccato e alla virtù. Queste credenze sono come le teorie su certi alimenti: alcuni credono che la camomilla faccia dormire, che l’aglio è un afrodisiaco, che “una mela al giorno toglie il medico di torno”, nessuno può mai determinare con sicurezza se queste teorie alla fine sono giuste o sbagliate, o se funzionano per tutti. Quindi non ha senso combattere, litigare e uccidersi l’un l’altro in nome di questa o di quella teoria. Indù e mussulmani possono coesistere benissimo, come coesistono ristoranti cinesi e italiani. Se le persone preferiscono il cibo cinese all’italiano o viceversa, che ciascuno goda del cibo che gli piace. La religione non sta nel corano o nella bibbia è nei nostri cuori, nelle nostre azioni e pratiche. La religione non è una moschea, un tempio o una chiesa, è nel modo in cui siamo in relazione con li altri esseri umani, gli animali, le foreste, con i poveri e gli oppressi, con i malati e i morenti.

10. ECONOMIA LOCALE / SWADESHI (pag 363-367)

Significa sviluppare il senso del proprio luogo e amarlo. La migliore forma di governo è una confederazione di comunità auto governate e auto sufficienti, dove le persone attingono per la loro vita da ciò che si produce localmente. Dove prevale una economia locale e si valorizzano quelle esistenti si evita di desiderare le risorse di altre località. Il massimo potere economico e politico così come l’importare e l’esportare dalla comunità locale rimane nelle mani del governo locale. Schumacher aveva notato che biscotti fabbricati a Manchester venivano trasportati a Londra e viceversa altrettanti andavano in direzione opposta. Si era chiesto allora perché mai non si scambiavano le ricette i diversi produttori. Qual era il beneficio per continuare a buttare via tanta energia attraverso i trasporti. Forse lui era solo un economista e non uno specialista in alimentazione. Forse il valore nutritivo dei biscotti era accresciuto dal trasporto!

La globalizzazione dell’economia, il commercio internazionale è follia economica, è il sistema più irrazionale mai inventato. È colonialismo puro e semplice che si nasconde dietro la maschera del libero scambio, del progresso, della tecnologia e della modernità. La risposta alla globalizzazione è swadeshi qualsiasi cosa fatta o prodotta in una località deve essere usata, prima che da chiunque altro dai suoi abitanti. Swadeshi riguarda l’autosufficienza della regione. L’economia non dovrebbe essere centralizzata e meccanizzata in modo spinto ma decentralizzata e basata su sistemi di produzione artigianale. Non produzione di massa ma produzione delle masse. Con questa economia si incoraggia la vicinanza e le relazioni umane. Le persone si prendono cura degli altri reciprocamente così pure degli animali, della terra e dei boschi. Se le aziende fossero piccole e locali dovrebbero lavorare dentro i confini del sostegno locale, della cultura locale e della responsabilità locale. Sarebbero obbligate a servire la comunità perché da cio terrebbero profitto. Ci sarebbe la possibilità di mettere in opera un triplice risultato: alla profittualità finanziaria verrebbe richiesto di essere all’altezza della responsabilità sociale e ambientale. Nell’ambito delle economia locale il profitto ha un posto ma viene tenuto al suo posto

11. RISPETTO PER TUTTI GLI ESSERI / SPARSA BHAVANA (pag 367-370)

Significa che casta e colore, classe, credo e sesso età, razza e altre simili distinzioni non sono buone ragioni per esaltare e mortificare nessuno. In India il sistema delle caste rende le persone reiette e intoccabili. In Inghilterra il sistema delle classi divide la società. In Irlanda del Nord la religione tiene le comunità separate. Negli Stati Uniti il colore della pelle causa la segregazione. Poi c’è la separazione basata su sesso, età, razza. In modi più o meno sottili la discriminazione è praticata nella maggior parte delle società umane. In molte culture gli uomini trattano le donne come cittadine di seconda classe. I ricchi mostrano disprezzo per i poveri. Le persone intelligenti e colte si sentono superiori agli analfabeti. La gente di città considera inferiore quella di campagna. Le società civilizzate consciamente o inconsciamente pensano che le società primitive o tribali siano di troppo. Le società industrializzate considerano arretrate le società agrarie. La situazione sta cambiando ma siamo ancora lontani dal preoccuparci della considerazione in cui teniamo le altre specie. I diritti umani sono diventati parte della pubblica discussione ma dei diritti degli animali e della natura con l’inclusione dell’intero mondo animato e inanimato si è appena accennato. L’atteggiamento verso gli animali è paragonabile agli atteggiamenti del passato verso schiavi e servitori. Si sostiene ancora che non hanno anima e quindi non hanno nessun valore all’infuori dell’utilità per gli umani. Questa miopia collettiva è alla radice della crisi ecologica. Non crediamo che la natura abbia diritto all’esistenza. Se c’è un terreno noi supponiamo che appartenga a un individuo o a uno stato. Se non è usato per coltivazioni o costruzioni si pensa sia sprecato. Se dobbiamo coltivare il rispetto per tutti li esseri abbiamo bisogno di un cambiamento radicale dei nostri atteggiamenti. Certo dobbiamo prendere dalla natura le cose per il nostro uso ma dobbiamo prendere queste cose non come se ne avessimo il diritto ma come un dono di cui essere grati alla natura. Se abbiamo questo tipo di atteggiamento noi prenderemo con attenzione e discrezione perché penseremo che quando tagliamo un albero non solo prendiamo la vita di quell’albero, ma portiamo via un intero ambiente, la casa di moli uccelli e insetti, ombra e cibo per ogni ordine di creatura. Abbiamo bisogno di riscoprire la nostra umiltà e imparare la pratica di sparsa bhavana verso tutte le specie.

1 Per comprendere questa riflessione si veda: Mahatma Gandhi, Vi spiego i mali della società moderna (Hind Swaraj), Quaderni Satyagraha n.16, Gandhi Edizioni, Pisa 2009.

2 In questo senso fu un vero imprenditore che prima di mettere in distribuzione (generalizzare) un nuovo prodotto (comunità e villaggi verso una società nonviolenta) lo collauda (sperimenta) in situazioni reali

3 Si confronti la riflessione che fa Kropotkin (filosofo anarchico) in Il mutuo appoggio, Edizioni E/O, Roma 1996. Il libro va letto tenendo come riferimento “l’origine della specie” e “l’origine dell’uomo” di Darwin in cui emergevano concetti che fanno riferimento alla competitività: la selezione naturale, la lotta per la sopravvivenza, nonché la sopravvivenza del più forte

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