Quale Italia di pace e giustizia? – Enrico Peyretti

Un secolo e mezzo di unità italiana come popolo o come stato? Italia unita come nazione? Si può negare che l’Italia sia una nazione, anzi che esistano nazioni. Così pensano i “cittadini del mondo” e i macro-federalisti (no, Bossi non è tra questi). Hanno delle belle ragioni. C’è un lungo dibattito alle nostre spalle. Ma ho l’impressione che la tesi anti-nazione sia pari e contraria al forte senso nazionale. In realtà nasciamo tutti con una appartenenza elastica, che ci caratterizza come il sesso, l’età, la fisionomia. Possiamo cambiare tante cose, ma non la data di nascita, i genitori, il primo ambiente respirato. Sono come l’aria per la colomba di Kant: condizione-possibilità. L’aria natia, la lingua materna, ricordi e tradizioni, sono certamente una patria, o matria, da cui non ci si sradica. Siamo piante con le gambe, ma piante. Parafrasando Sartre: noi siamo ciò che facciamo di ciò che la nascita (nazione) ha fatto di noi. Dopo di ciò vale molto la lotta contro ogni nazionalismo, che è stupido e violento in sé, perché genera imperialismo. Patria-matria di tutti è l’umanità, la sua unità e il suo mistero.

Nazione o nazioni?

Nel 1861, o già prima, o nel 1946-48, o con la tv, o con le migrazioni interne, in qualche modo l’Italia si è fatta nazione, o nazione-di-nazioni minori (di tante misure, micro e meso), entro la macro-nazione umana (e cosmica). Si è fatta relativamente nazione, con tante divisioni interne, materiali e ideali, e una memoria non proprio ben condivisa.

In ogni caso, c’è lo stato italiano, dal 1861, una unità politica con le sue vicissitudini, disastri e successi, progressi e regressi, interruzioni e riprese, momenti alti e momenti infimi, violenze e liberazioni.

È cominciata la celebrazione ufficiale di questo centocinquantenario (che sarà l’anno prossimo), a rischio di retorica, ma anche a rischio di negare delle realtà che abbiamo vissuto. Faremo attenzione, per quanto possibile, a ciò che si dirà nel discorso pubblico e che si sentirà nella coscienza popolare. Compaiono di nuovo in rete ricostruzioni storiche fortemente alternative alla storia ufficiale, di denuncia demistificante del processo storico di unificazione, del Risorgimento e dei suoi eroi.

Frequento un centro studi su pace, ambiente, nonviolenza, nel quale si è abbozzato un programma di ripresa critica, dal punto di vista di questi valori, di vari problemi incontrati dalla storia italiana nel periodo considerato.

Unità militare

Si vedono due tempi di questa storia: un primo tempo è l’unificazione monarchica militare (1861-1946); un secondo tempo, dal 1946, è l’unificazione democratica repubblicana e costituzionale.

Nel primo periodo troviamo la sanzione, il 17 marzo 1861, della conquista bellico-diplomatica della penisola e poi le resistenze opposte dalle popolazioni, specialmente meridionali, in particolare contro la leva obbligatoria e il tradimento della promessa distribuzione della terra, resistenze domate con la prima tragica guerra civile italiana, detta “del brigantaggio” (circa 1860-1870).

Incontriamo poi la violenta espansione coloniale di fine ’800 proseguita nel 900 e la relativa ideologia disegualitaria e razzista. Anche all’interno la disuguaglianza è molto forte. I poveri sono costretti ad emigrare in grandi numeri per vivere fuori dalla miseria: l’Italia respinse al di là del mare e delle alpi gli italiani, come oggi respinge gli immigrati (molti dei quali vengono dalle colonie italiane di allora).

Venne poi l’immensa tragedia di quella guerra subito chiamata “Grande”, esaltata come unificazione dell’Italia (esorbitante nel Sud Tirolo, non italiano), ma patita dal popolo per l’enorme prezzo di sangue imposto ai soldati. All’ombra di quella tragedia avvenivano i fenomeni di diserzione, renitenza alla leva, fino all’autolesionismo, a rischio di decimazione (punizione con la fucilazione di uno su dieci nel reparto disobbediente). Era una vera obiezione alla guerra ma non ancora dichiarata e nominata consapevolmente come tale: piuttosto un sano rifiuto istintivo.

Si formano i partiti di massa, popolari, si allarga il diritto elettorale, ma – frutto di vecchi mali, e anche di quella guerra – s’impone il fascismo, che porta di nuovo alla guerra, anzi porta la guerra in casa, con tutte le sue distruzioni. Ma durante quel ventennio, sotto il conformismo c’è l’antifascismo culturale, politico, e quello morale e già nonviolento (cfr Aldo Capitini), poi viene la Resistenza, sia armata sia non armata e nonviolenta (che la storiografia ha scoperto e valorizzato in ritardo).

Unità costituzionale

Nel secondo tempo storico, dal 1946, avviene l’unificazione democratica repubblicana su chiara base costituzionale. È la Costituzione la nuova più vera e migliore unità d’Italia: un patto civile di alta qualità, ma anche fragile, non del tutto assimilato nell’animo del Paese, come vediamo ora che le successive vicende sociali e mutazioni culturali lo mettono pericolosamente alla prova della volgarità politica.

Seguendo in particolare il taglio tematico indicato, troviamo l’Italia schierata nella Guerra fredda, dal 1945 al 1989 (nella Nato dal 1949), ma all’interno divisa tra due ideologie e due prospettive internazionali. La lontana lunga guerra del Vietnam (dal 1960, ma già prima, fino al 1975) incide profondamente anche nell’opinione moderata e nei giovani, col vasto e complesso fenomeno riassunto nel “Sessantotto”, elevando il livello della critica al modello occidentale. Si conosce e si studiano Gandhi, Martin Luther King, il pacifismo religioso. Muore nel 68 Aldo Capitini, fondatore del Movimento Nonviolento.

I movimenti pacifisti e quelli nonviolenti (la nonviolenza è pacifismo ma questo non è sempre nonviolenza positiva), con radici lontane, acquistano nuova identità nell’opposizione agli armamenti atomici e all’equilibrio del terrore (mutua distruzione assicurata), sostengono la decolonizzazione e il disarmo. Crescono come cultura e coscienza più che come numeri, salvo alcuni momenti di più forte risposta ai timori di guerra.

Le chiese cristiane e in genere le religioni si schierano per la pace, ma per lo più con moderata decisione a causa dei rapporti e legami con i governi e le culture nazionali dominanti. Ma sono spesso uomini religiosi che promuovono, insieme ai laici, le battaglie per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza all’addestramento militare, alla guerra, alle spese militari.

Il 1989, con le rivoluzioni a carattere nonviolento nell’Europa comunista, porta anche in Italia un breve momento di nuova speranza di pace, presto gelato dalla involuzione nel Nuovo Disordine Mondiale e dalle nuove guerre a carattere anti-islamista, in cui l’islam, anche a causa di alcune sue forme radicali e minacciose, assume il ruolo del nemico lasciato scoperto dalla scomparsa dell’Urss. Anche l’Italia entra in questo ciclo di guerre, nonostante una vasta avversione popolare.

I mutamenti sociali, nell’economia, nei rapporti di lavoro, nella composizione di classe e nella cultura di massa, segnano la fase problematica che arriva al presente: quanto è unita questa Italia moralmente, politicamente? D’altra parte, idee, ricerche, esperimenti sociali di economia alternativa ed ecologica, sebbene molto minoritari, si fanno presenti. Queste minoranze eco-pacifiste sono più qualificate ma non vengono rappresentate dai maggiori partiti e non arrivano ancora a dare un carattere al costume e alle pratiche popolari diffuse, sempre più sottomesse al consumismo utilizzato e fomentato dalla sottocultura del berlusconismo volgare e vincente. I partiti classici, demoliti dalla corruzione smascherata dalla giurisdizione, lasciano la guida governativa, salvo brevi intervalli, alla non-politica degli affari propri berlusconiani, a cui troppo larga parte dell’Italia civilmente stordita si sottopone rassegnata.

Unità apolitica verso dove?

La fase in corso, in cui siamo ancora immersi, è caratterizzata tanto dall’involuzione nella democrazia autoritaria, grazie all’individualismo che estesamente rinuncia alla politica, e grazie alla grande incertezza delle opposizioni, quanto dal fenomeno nuovo dell’immigrazione che lentamente, goccia a goccia, con problemi e apporti interessanti, modifica la nostra società, proprio sotto il profilo sopra considerato di “nazione”: l’Italia poco alla volta, nonostante i limiti mentali degli indigeni, diventa plurinazionale e pluriculturale.

Nel ripercorrere criticamente la coscienza italiana in questo secolo e mezzo secondo i criteri della pace e della giustizia, sarà utile tornare a vedere alcune figure. I fenomeni sociali profondi non sono determinati da personalità speciali, ma in alcune personalità promotrici trovano un’espressione che li riassume e li definisce. Ci vengono in mente, su due piedi, alcuni nomi che sono tutti di uomini – Giuseppe Mazzini, Andrea Costa, Ernesto Teodoro Moneta, Benedetto XV, Aldo Capitini, Danilo Dolci, Giuseppe Di Vittorio, Giovanni XXIII, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci, Vittorio Foa, Nuto Revelli, Tonino Bello, Norberto Bobbio, … – ma una donna come Maria Montessori non sfigura certamente tra loro per importanza e incidenza positiva. In questo pezzo di storia d’Italia ci sono anche semi di speranza. I semi cercano terreno buono, acqua e sole.

Enrico Peyretti

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