La pesante ombra del ricco – Recensione di Dario Cambiano

Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009

Mi accingo a recensire il libro di Luciano Gallino, Con i soldi degli altri, con un forte senso di inquietudine: questo libro infatti suscita le stesse emozioni del film “L’invasione degli ultracorpi” (scegliete voi quale delle tre versioni, fanno paura tutte): alla fine del film, preghi ardentemente che sia tutta fantasia. Magari una fantasia malata, perversa, ma fantasia.

E invece no: il grande sociologo torinese ci illustra con pacata spietatezza come sia nata, cresciuta, si sia autoalimentata la classe dei ricchi. Con buona pace di chi, sentendo parlare di “classe dei ricchi”, tuona al complotto comunista. Gallino sostiene che esiste, che è coesa, attiva e pericolosa: e ce ne fornisce le prove. Insomma il classico libro che non si dovrebbe leggere prima di andare a letto.

Perché Gallino, sempre con la sua peculiare serenità espositiva, mai enfatica (me lo immagino, comandante del Titanic, suonare delicatamente un campanellino nella hall gremita e annunciare, a mezza voce e con tono garbato “Signori, prego, si affonda”), ci illustra in quali condizioni versi il pianeta mondo e chi ne abbia la responsabilità: e soprattutto come abbia fatto a ridurre l’economia mondo in questo stato.

Partiamo da un assunto di base: questo sistema economico, il capitalismo finanziarizzato, non garantisce il benessere dell’umanità. Le prove: 3 miliardi di persone, su 6,5, hanno un lavoro stabile, ma di queste la metà sono pagate in nero, e ben 1,3 miliardi di persone non arrivano a guadagnare i fatidici 2 dollari al giorno (e considerate che chi lavora di solito ha la responsabilità di nutrire vestire educare o almeno far sopravvivere i restanti 3,5 miliardi di persone non in età lavorativa, anziani e bambini).

Il sistema capitalistico tradizionale si è sempre avvalso della teoria “se l’acqua sale, tutte le barche si alzano con essa”, intendendo che la ricchezza accumulata dai ricchi presto o tardi si riverserà a cascata sui poveri. Posto che, come dice Gallino, ciò potrebbe succedere nell’arco di generazioni, se mai è successo, certamente non succede ora, con l’economia globalizzata e soprattutto finanziarizzata.

Ma cosa è successo al vecchio caro mondo capitalista? Che si è spostato dalla produzione e dal commercio dei beni alla produzione e al commercio di derivati, fondi, azioni: pura speculazione. La misura è terrificante: se il PIL del mondo è considerato pari a 54 trilioni nel 2007 (un trilione equivale a mille miliardi), nello stesso anno sono stati scambiati derivati per 684 trilioni. Adesso vi è più chiaro cosa significa “bolla speculativa”?

E come è potuto accadere tutto ciò? Innanzitutto grazie alla completa deregolamentazione dei mercati, alla concessione alle banche della facoltà di speculare in qualunque modo, al fatto che gli investitori, milioni di piccoli azionisti, non abbiano esercitato alcun controllo tecnico ed etico sul comportamento delle finanziarie, attirati e azzittiti dalla promessa di guadagni dell’ordine del 10-25% annuo (ma c’è chi ha promesso e mantenuto di più), al fatto che la classe politica di praticamente ogni paese del mondo abbia agevolato queste speculazioni, arrivando al punto di permettere di privatizzare i principali servizi sociali perché in questo modo anch’essi si possano vendere e comprare come merci (dapprima la telefonia, la scuola e le pensioni, più recentemente l’attacco alla sanità, all’acqua, al riscaldamento, all’elettricità).

Ma dove conduce tutta questa privatizzazione? Gallino ve lo spiega con questa frase: “la libertà di una democrazia non è salda se il popolo tollera la crescita di un potere privato al punto che esso diventa più forte dello stesso stato democratico”.

Parole pronunciate da F.D.Roosvelt nel 1938. Nel ’38, capite? Quando il capitalismo era uno scherzetto in confronto all’attuale globalizzazione!

L’analisi di Gallino prosegue con un ulteriore dato di inquietudine; la “classe dei ricchi” che governa il mondo è composta da un nucleo ristrettissimo di grandi capitalisti e manager: ed è una classe di cui si conosce praticamente nulla: migliaia sono gli studi sulle classi meno abbienti, e parlo proprio di studi etnografici, antropologici, sociologici, del tipo usi e costumi e relazioni sociali: della “classe dei ricchi” nessuno se n’è mai occupato a livello accademico: che siano più gelosi della loro privacy dei gorilla del Botswana e degli Yanomani amazzonici? Probabilissimo. Perché conoscerli significa svelarne le relazioni, le collusioni, le reti decisionali formali e informali.

Di fronte a un quadro così sconsolate, Gallino ci offre però un capitolo finale improntato alla speranza: non tutto è perduto, questa società si può ancora cambiare (anche se è sempre più complicato e faticoso): bisogna avvalersi del controllo e della pressione etica dei milioni di microinvestitori finora silenti e accondiscendenti; e poi lottare affinché siano varate leggi per una rigorosa trasparenza dei mercati; e chiedere che le grandi corporation, i colossi finanziari siano scorporati (Gallino ci spiega che a un certo livello di grandezza le banche e gli altri speculatori diventano “Troppo Grandi Per Fallire – TGPF, e quindi devono essere salvate dal fallimento a ogni costo. Naturalmente dagli Stati, perché se gli utili si privatizzano, le perdite si sono sempre socializzate – sennò, che democrazia è?). Ma c’è ancora molto altro da fare: come indirizzare i fondi pensionistici verso investimenti socialmente utili (ospedali, trasporti); e inoltre, riprendere la legge Glass-Steagall del 1933, scritta per rimediare al crollo del ’29; e poi impedire ai governi di salvare i grandi trust dal fallimento.

Ce n’è di lavoro, vero? E non è finita: perché la più grande lotta è indurre il mondo capitalistico a inserire nei propri investimenti la sostenibilità, la tutela delle risorse ambientali: perché solo uno sviluppo sostenibile può salvare il nostro mondo.

Ehi, siete ancora qui o siete corsi a cercare un digestivo?

Dario Cambiano

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