Spirito e scienza nel Vedanta – Michael Nagler

Nell’agosto 1932 il Mahatma Gandhi ebbe in prigione la notizia che il “Potere Supremo”, il Raj britannico, aveva in programma di introdurre elettorati separati per gli hindu intoccabili e per quelli delle caste. Credendo che questo equivalesse a una “vivisezione” dell’India, che cosa poteva fare? Il 13 settembre sorprese la nazione annunciando che avrebbe digiunato a oltranza dalla settimana successiva fino a che venisse ritirata tale odiosa misura. L’ “epico digiuno”, come fu poi chiamato, riuscì in modo brillante, ma rischiò di costargli la vita. A chi chiedeva che cosa lo avesse sostenuto nel farlo, Gandhi rispose tranquillamente che aveva sentito la voce di Dio. Anche in India, c’era chi diceva che Gandhi fosse allucinato. Ma egli rispose:

La pretesa che ho avanzato non era straordinaria né esclusiva. Dio governa la vita di tutti quelli che gli si sono affidati senza riserve. Qui non è questione di allucinazioni. Ho citato una semplice legge scientifica verificabile da chiunque faccia i necessari preparativi, a loro volta incredibilmente semplici da capire e abbastanza facili da praticare ove ci sia determinazione.

Colpisce, ed è quanto mai pertinente alle tematiche sollevate da Tikkun e dal NSP (Network of Spiritual Progressives, ndt) che Gandhi fosse in grado di coniugare una sana logica scientifica con quella che pare ai più un’esperienza religiosa trascendente. Come ci riuscì?

All’inizio della Shvetashvatara Upanishad, importante testo vedico, ci viene detto che i saggi nel profondo della meditazione vedevano devatmasakti, tradotto con “il Dio della religione (sanscrito: deva), il Sé della filosofia (sanscrito: atman), e l’energia della scienza (sanscrito: sakti)”. Nella loro visione della Suprema Realtà, scienza, filosofia e religione erano una cosa sola un po’ come la Trinità cristiana. E con tale visione la scienza indiana raggiunse grandi altezze. E’ piuttosto noto che la filosofia indiana rientrasse in una categoria a sé stante; molto meno noto che fino al diciasettesimo secolo l’astronomia, la medicina e altre scienze indiane erano almeno al pari con quelle equivalenti occidentali. Fu solo col sorgere del colonialismo, insieme alla nascita del ‘razionalismo’ e del materialismo in Europa, che le scienze di quello che divenne il Terzo Mondo furono sospinte sullo sfondo.

Ma questo avvenne allora. Adesso le grandi conquiste di Einstein e Bohr hanno dato un bello shock al paradigma della scienza occidentale e, come disse nel 1986 un eminente fisico indiano passato a un ordine religioso come Swami Jitatmananda, “solo il Vedanta sembra essere in grado di assorbire il tremendo impatto della nuova scienza.” Il Vedanta, termine generale per la cultura spirituale dell’India antica, sviluppò una teoria quantistica 5000 anni prima che Planck scoprisse che l’energia arriva in pacchetti discreti (o quanti). Si avvicinò anche, forse quanto lo permettano le parole, a render conto del mistero fondamentale della fisica moderna: come lo strano mondo quantico delle infinite potenzialità diventi il mondo “concreto” della nostra comune esperienza; o in termini più ampi come la realà infinita, immutevole, divenga o comunque interagisca con il flusso dello spazio-tempo in cui viviamo (il concetto cui alludo ovviamente è maya, termine sanscrito per “illusione” benché questa traduzione non riesca a descrivere pienamente la complessità del concetto).

Gandhi fu in grado di coniugare scienza e religione perché per lui esse non si erano mai divorziate.

E’ una visione attraente. Potrebbe perfino avere un valore strategico per la rivoluzione cui i progressisti, specialmente quelli spirituali che leggono Tikkun, anelano. Nonostante il sorgere preoccupante del fondamentalismo nel mondo moderno, rimane vero che, come Willis Harman soleva dire, “la scienza è il sistema di validazione del sapere della nostra civiltà”. Per i più ragionevoli (sebbene si debba ammettere che sono in calo), qualcosa può essere vero solo se supera l’esame della scienza, ossia se è universale e verificabile nel senso asserito per esempio da Gandhi per la sua esperienza di Dio. Tuttavia, noi della “comunità basata sulla realtà” , secondo i termini sarcastici di un aiutante di Bush, stiamo perdendo terreno rispetto a coloro per cui la scienza come la conosciamo fa a pugni con la “religione” come la conoscono loro. Ciò vuol dire che spesso per un conservatore alcune cose possono essere scientificamente valide o morali, ma non l’una cosa e l’altra. Si noti come il blando disprezzo per la scienza (per non parlare della verità da parte del Presidente (USA, ndt)), ad esempio nell’ambito della ricerca sulle cellule staminali, abbia iniziato a rendere sempre più ridicola la sua posizione in taluni ambienti.

Il ricercatore per la pace Kenneth Boulding spiega, e ogni attivista intuitivamente riconosce, che la legittimità è la chiave per la conservazione o meno di qualunque regime. Si tolga la legittimità a un totalitarismo, per esempio, ed esso è quasi finito. Così funzionano le campagne nonviolente, ed esse possono funzionare perfino in Birmania oggi (autunno 2009). Aver messo la scienza contro la religione nel regime neoconservatore prevalente ne ha in effetti un po’ incrinate le fonti di legittimità, e quindi di potere. E ciò è avvenuto in concomitanza con alcuni recenti sviluppi nella scienza, non solo compatibili con, ma a favore di una visione degli esseri umani come empatici, liberi di determinare il proprio destino (anziché dominati da geni e ormoni), e profondamente interconnessi sul piano spirituale.

Noi progressisti non siamo sposati a una definizione angustamente moralistica della religione o a una definizione esclusivamente materialistica, orientata all’esterno, della scienza. Possiamo avere una sensibilità religiosa matura che non ha nulla da temere dai ritrovati della vera scienza, un sistema completo d’indagine in cui, come sostiene da tempo il Dalai Lama, la religione si occupa della dimensione soggettiva dell’esistenza e la scienza di quella oggettiva. Il Vedanta era un tale sistema.

Ma come può essere disponibile un sistema emerso dall’antica India per gli occidentali contemporanei? Ecco perché ho sottolineato la natura scientifica dell’approccio di Gandhi. Come disse una volta, “Per essere hindu bisogna nascere in una famiglia hindu; ma la pratica dell’hinduismo è aperta a tutti.” Io stesso sono un esempio abbastanza buono, giacché sono passato nel corso della mia vita dall’essere un ebreo non praticante a un non-hindu praticante, cioé che pratica la meditazione senza osservare la maggior parte dei riti o celebrazioni, i karmas (mitzvot) della moderna liturgia hindu. Nella mia esperienza personale la cosmologia vedantica è stata letteralmente un dono divino: la trovo senza uguali nei miei sforzi costanti di capire che cos’è la vita e che cosa dovrei farci io qui; perché è più di una cosmologia. Non può essere disgiunta dalla meditazione e dalle discipline spirituali associate alle quali Gandhi si riferiva come “preparativi necessari” per avere il genere di esperienza che ebbe lui nella prigione di Yeravda. Francamente, non le ho trovate “incredibilmente semplici da capire” o “abbastanza facili da praticare”! Acquetare la mente non è uno scherzo nella nostra civiltà che sottopone i nostri sensi a un continuo bombardamento, superficiale, vertiginosamente rapida e conseguentemente violenta.

Ci serve una nuova civiltà, una nuova cultura. Da dove potrà scaturire? La tradizione di saggezza è la riserva cui dobbiamo tornare oggigiorno per il nostro rinnovamento culturale. Ho citato il Vedanta perché è una fonte particolarmente pura e articolata di tale tradizione. Sul suolo indiano diede origine all’hinduismo, al buddhismo, al jainismo, al sikhismo, e alla pratica della meditazione. Quest’ultima è principalmente per me il motivo per cui essa può creare un rinnovamento culturale e spirituale oggi nelle nostre regioni.

Gran parte della comune popolazione indiana che vive nei 700.000 villaggi riconoscerebbe, poiché la loro cultura li ha preparati a questa possibilità, che Gandhi era ben più che un rivoluzionario politico. Come disse uno di loro durante la lotta di liberazione, “Dio manda un mahatma ogni mille anni”. Pensando a Gandhi ci viene in mente per lo più, com’è giusto, l’ahimsa (sanscrito: nonviolenza), la grandiosa scoperta che possiamo risolvere i conflitti senza cercare di usare la stessa energia distruttiva che li ha causati. Con tale scoperta, o riscoperta, egli fu capace di salvare l’India – e nella sua scia innumerevoli altri paesi, ivi compresi paesi imperialisti – dal flagello della dominazione coloniale. Ma vale la pena rendersi altresì conto che salvò pure un’antica civiltà dalla dominazione culturale, perché tale civiltà contiene altri doni importanti di cui abbiamo bisogno e a cui siamo liberi di attingere.

Michael Nagler è professore emerito all’Università della California, sede di Berkely, studioso di Sri Eknath Eswaran, fondatore del Blue Mountain Center of Meditation, e autore di Per un futuro nonviolento, Ponte alle Grazie, Milano 2005, e Speranza o terrore? Gandhi e l’altro 11 settembre, in: Quaderni Satyagraha, n.12, “L’11 settembre di Gandhi”, LEF e Centro Gandhi, Pisa 2007, pp. 47-76.

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale : Spirit and Science in the Vedanta
http://www.tikkun.org/article.php/Nagler-SpiritandscienceintheVedanta

Tikkun
Magazine, January/February 2008, 23(1): 61-63

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