Giorgio Montagnoli, Violenza e nonviolenza. Costruzioni culturali o produzioni dell’io? – Recensione di Enrico Peyretti

Giorgio Montagnoli, Violenza e nonviolenza. Costruzioni culturali o produzioni dell’io?, Pazzini editore, Villa Verucchio 2010, pp. 93, euro 9,00

L’illusione del di più

Non è facile, ma suggestiva, la lettura di questo libretto, che a prima vista sembra una conversazione soggettiva, autobiografica. È una meditazione dell’Autore, che, dopo il lavoro di insegnamento universitario (chimica e biochimica) e dopo precedenti studi sui temi della pace, degli armamenti, della nonviolenza, sembra raccogliere in profondità interiore le osservazioni e le riflessioni della sua vita.

Lo seguiamo, pur nella brevità del libro, mentre passa da ricordi personali alle teorie sui conflitti, ai caratteri attuali della politica, ai guai della democrazia alla deriva, fino alla poesia, quell’ ”inutile” che porta dall’esistere all’essere, all’amore.

Un’illusione ha cambiato il bene con il di più (p. 40). L’attività politica si è ridotta a commercio (p. 54). Il controllo di sé è pienezza della persona, ed è requisito necessario per quella attività spirituale che fonda la nonviolenza (p. 48). «Raggiungere la pacificazione senza essere passati attraverso la nonviolenza è la peggiore delle sconfitte possibili» (p. 36), perché quella falsa pace cova la guerra.

Le armi, ritiene l’Autore, non possono essere bandite, perché sono connaturate agli umani (ma si potrebbe discuterne), e si può solo agire sul loro impiego per via culturale e politica, non per la scorciatoia impossibile di impedirne l’esistenza. «Il danno dell’impiego delle armi è soprattutto negare l’amore, che ci fa essere» (pp. 66-67; 70-71).

Il modello capitalistico è irrealistico. Forse la catastrofe verrà e la maggiore responsabilità sarebbe dell’Occidente, per la sua prevalente cultura scientista-riduzionista.. E forse su quelli che resteranno potrà costruirsi un nuovo ciclo umano (pp. 75-76). La violenza non è solo negli estremismi, ma è insita nei sistemi ortodossi e nei poteri degli stati detti democratici, come segnala Jean-Marie Muller (p. 79), uno dei tanti autori acuti registrati da Montagnoli.

«La nonviolenza è accettazione consapevole del rischio», temperato dalla precauzione (p. 42). Altrimenti paura e ossessione securitaria ci schiavizzano. «L’estrema conseguenza di praticare la nonviolenza è accettare di ricevere la morte» (p. 80) che non è il peggiore dei mali, come sarebbe l’esistere senza essere, vivere, amare. Se i cristiani, che hanno il Messia sconfitto per amore, accettassero la nonviolenza, favorirebbero il suo ingresso nella cultura occidentale (p. 81). La preparazione alla nonviolenza è lunga e difficile, richiede un profondo cambiamento di pensiero. Passa per vie umili e vive. L’Autore l’ha vista nella vita e nelle favole del nonno Bepin, ed era il coraggio di affrontare a viso aperto la vita (p. 88).

Enrico Peyretti, 20 giugno 2010

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *