Il giornalismo e le “parole del potere” – Robert Fisk

Quello che intercorre tra il potere e i mezzi di comunicazione non è solo una relazione intima tra i giornalisti e i capi politici, tra gli editori e i presidenti. Non si tratta solo della relazione osmotico-parassitaria tra i presumibilmente onorevoli cronisti e il legame di potere che intercorre tra la Casa Bianca e il dipartimento di stato e il Pentagono, tra Downing Street e l’ufficio estero e il ministero della difesa. Nel contesto del mondo occidentale, la relazione tra il potere e i mezzi di comunicazione riguarda le parole e il loro utilizzo.

Riguarda la semantica.

Riguarda l’uso di frasi e preposizioni e la loro origine. Riguarda il cattivo uso della storia; riguarda l’ignoranza della storia.

Sempre di più oggi, noi giornalisti siamo diventati prigionieri del linguaggio del potere.

Questo succede perchè non ci interessiamo più della linguistica? Succede perché i computer portatili ‘correggono’ la nostra ortografia , ‘tagliano’ la nostra grammatica, in modo che le nostre frasi così spesso diventano identiche a quelle dei nostri capi di stato? E’ per q uesto che gli editoriali dei giornali suonano così spesso come discorsi politici?

Lasciatemi spiegare che cosa intendo.

Negli ultimi due decenni, i capi di stato di Stati Uniti e Gran Bretagna- e di Israele e Palestina – hanno usato le parole ‘processo di pace’ per definire gli accordi disperati, inadeguati, disonorevoli, che hanno permesso a Stati Uniti ed Israele di dominare qualunque frammento di terra fosse dato a persone occupate.

In un primo momento ho fatto un’inchiesta riguardo a questa espressione, e alla sua provenienza, ai tempi di Oslo – sebbene ci siamo dimenticati così facilmente che le rese segrete di Oslo erano esse stesse una cospirazione senza nessuna base legale. Povera vecchia Oslo, ci penso sempre! Che cosa ha fatto Oslo per meritare questo? E’ stato l’accordo della Casa Bianca che ha determinato questo assurdo e dubbioso trattato, nel quale i rifugiati, i confini, le colonie di Israele (persino gli orari) dovevano essere ritardati fino a non poter essere più negoziabili.

E come facilmente dimentichiamo il prato della Casa Bianca – sebbene si, ricordiamo le immagini – sul quale Clinton citò il Corano, e Arafat decise di dire: “ Grazie, grazie, grazie, Signor Presidente”. E come abbiamo chiamato queste sciocchezze dopo? Si, questo è stato un momento di storia! Lo è stato? E’ stato così?

Vi ricordate come la chiamava Arafat? “La pace dei coraggiosi”. Ma non ricordo nessuno di noi che abbia fatto presente che “

la pace dei coraggiosi” fosse stato usato in origine dal generale De Gaulle riguardo la fine della guerra d’Algeria. I francesi persero la guerra d’Algeria. Non abbiamo individuato questa straordinaria ironia.

Lo stesso di nuovo oggi. Noi giornalisti occidentali – usati di nuovo dai nostri padroni – abbiamo riportato che i nostri allegri generali in Afghanistan dicevano che la loro Guerra poteva essere vinta con una campagna di ‘cuori e menti’. Nessuno ha fatto la domanda ovvia: non è questa la stessa frase dai civili vietnamiti durante la Guerra del Vietnam? E noi, l’Occidente, non abbiamo perso la guerra in Vietnam?

Anche adesso noi giornalisti occidentali stiamo effettivamente usando – riguardo l’Afghanistan – la frase ‘cuori e menti’ nei nostri rapporti giornalistici, come se questa fosse una nuova definizione del dizionario invece che un simbolo di sconfitta per la seconda volta in quattro decadi, in alcuni casi usata dagli stessi soldati che hanno venduto queste sciocchezze – ad una più giovane età – in Vietnam.

Guardate solo le parole che abbiamo recentemente assunto dall’esercito statunitense.

Quando noi occidentali vediamo che i ‘nostri’ nemici – al-Qaeda, per esempio, o i Talebani – hanno fatto esplodere più bombe e organizzato più attacchi del solito, lo chiamiamo ‘un picco di violenza’. Ah si, un ‘piccco’!

Un ‘picco’ di violenza, signore e signori, è una parola usata per la prima volta, secondo i miei documenti, da un generale di brigata nella Green Zone di Baghdad nel 2004. Ancora oggi usiamo quella frase, la improvvisiamo, la trasmettiamo in onda come una nostra propria frase. Stiamo usando, in modo abbastanza letterale, un’espressione creata per noi dal Pentagono. Un picco, sicuramente, sale bruscamente in alto. Un ‘picco, quindi, evita l’uso sinistro delle parole ‘aumento di violenza’- visto che un aumento, signore e signori, potrebbe non scendere nuovamente in seguito.

Ora di nuovo, quando i generali statunitensi si riferiscono a un improvviso aumento delle loro forze per un assalto a Fallujah o al centro di Baghdad o a Kandahar – una movimentazione di massa di soldati portati in paesi musulmani a decine di migliaia – la chiamano un’ ‘ondata’. E un’ondata, come uno tsunami, o come ogni altro fenomeno naturale, può avere effetti devastanti. Cosa sono realmente queste ‘ondate’- per usare le parole reali di un serio giornalismo -? Sono rinforzi. E i rinforzi vengono mandati nelle guerre quando gli eserciti stanno perdendo queste guerre. Ma i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle televisioni e dei giornali parlano ancora di ‘ondate’ senza nessuna attribuzione! Il Pentagono vince di nuovo.

Allo stesso tempo il ‘processo di pace’è crollato. Quindi i nostri capi – o ‘giocatori chiave’ come ci piace chiamarli – hanno cercato di farlo funzionare di nuovo. Quindi il processo ha dovuto essere ‘rimesso sui giusti binari’. Era un treno, come potete vedere. Le carrozze sono uscite dalla carreggiata. Così il treno si è dovuto ‘rimettere sui binari’. L’amministrazione Clinton ha usato per la prima volta questa frase, dopo lo hanno fatto gli israeliani, e poi la BBC.

Ma c’è stato un problema quando il ‘processo di pace’ è stato ‘rimesso sui binari’- e di nuovo è uscito dalla carreggiata. Così abbiamo prodotto una ‘mappa stradale’ – tracciata da un Quartetto e portata avanti dal nostro Amico di Dio Tony Blair, al quale – nella totale oscurità della storia – facciamo riferimento come a un ‘inviato della pace’.

Ma la ‘carta stradale’ non funziona. E ora noto che il vecchio ‘processo di pace’ è tornato sui nostri giornali e sui nostri schermi televisivi. E due giorni fa, sulla CNN, uno di questi noiosi vecchi bacucchi che i ragazzi e le ragazze della televisione chiamano ‘esperto’ – tornerò da loro in un momento – ci ha detto nuovamente che il ‘processo di pace’era di nuovo ‘stato rimesso nei binari’, grazie all’apertura di una ‘conversazione indiretta’ tra israeliani e palestinesi.

Signore e signori, tutto questo non riguarda solo i clichè – questo è giornalismo assurdo. Non c’è nessuna battaglia tra il potere e i mezzi di comunicazione. Attraverso il linguaggio, siamo diventati loro.

Forse un problema è che non pensiamo più da soli, perchè non leggiamo più libri. Gli arabi leggono ancora libri – non sto parlando del tasso di analfabetismo arabo – ma non sono sicuro che noi occidentali leggiamo ancora libri. Spesso detto messaggi al telefono e mi rendo conto di aver speso dieci minuti a ripetere alla segreteria di qualcuno solo centinaia di parole. Non sanno cosa significhino.

Ero in aereo l’altro giorno, da Parigi a Beirut – il tempo di volo è di circa tre ore e 45 minuti – e la donna vicino a me stava leggendo un libro francese sulla storia della Seconda Guerra Mondiale. E voltava le pagine ogni pochi secondi. Aveva finito il libro prima che raggiungessimo Beirut! E improvvisamente mi sono reso conto che lei non stava leggendo il libro – stava solo sfogliando le pagine! Aveva perso la capacità a quella che io chiamo ‘lettura profonda’. E’ uno dei nostri problemi come giornalisti, credo, che non ‘leggiamo più a fondo’? Semplicemnete usiamo le prime parole che vengono a tiro…

Lasciatemi mostrare un altro pezzo di vigliaccheria mediatica che fa digrignare i miei denti di 63enne dopo 34 anni in cui ho mangiato humus e tahine in Medio Oriente.

Ci viene detto, in così tanti articoli di analisi, che quello di cui dobbiamo occuparci in Medio Oriente sono le ‘narrazioni in concorrenza’. Che cosa carina. Non c’è giustizia, non c’è ingiustizia, solo un paio di persone che raccontano storie diverse riguardo alla storia. ‘Narrazioni in concorrenza’ salta fuori ora regolarmente nella stampa britannica. La frase è una specie – una sub-specie – del falso linguaggio dell’antropologia. Cancella la possibilità che un gruppo di persone – in Medio Oriente, per esempio – sia occupata, mentre un altro gruppo di persone sta facendo l’occupazione. Di nuovo, nessuna giustizia, nessuna ingiustizia, nessuna oppressione e nessun oppressore, solo alcune amichevoli ‘narrazioni in concorrenza’, una partita di calcio, se vi piace, un campo di gioco equilibrato perché le due parti sono – non lo sono? – ‘in competizione’. Due parti in una partita di calcio. E alle due parti deve essere dato un tempo uguale in ogni storia.

Così un’ ‘occupazione’ può diventare una ‘disputa’. Così un ‘muro’ può diventare un ‘recinto’ o una ‘barriera di sicurezza’. Così la colonizzazione di Israele nelle terre arabe, contraria alla legge internazionale diventa ‘insediamenti’, o ‘avamposti’ o ‘ i dintorni di Israele’.

Non sarete sorpresi di sapere che fu Colin Powell, nella sua impotente apparizione come segretario di stato di Gorge W. Bush, che disse ai diplomatici del Medio Oriente di riferirsi alla terra palestinese come ‘terra contesa’- e tutto questo andò bene per la maggior parte dei mezzi di comunicazione statunitensi.

Quindi state in guardia dalle ‘narrazioni in concorrenza’, signore e signori. Non ci sono certo ‘narrazioni in concorrenza’ tra i militari statunitensi e i Talebani. Quando ce ne sono, comunque, voi saprete che l’Occidente ha perso.

Ma vi farò un personale eccellente esempio di come ‘narrazioni in competizione’ vengano distrutte. Il mese scorso ho fatto una lezione a Toronto per celebrare del 95esimo anniversario del genocidio armeno del 1915, la deliberata uccisione di massa de un milione e mezzo di armeni cristiani da parte dell’esercito e delle milizie dei turchi ottomani. Prima del mio discorso, sono stato intervistato da una televisione canadese, CTV, che possiede anche il giornale di Torono Globe and Mail. E fin dall’inizio ho potuto notare che l’intervistatrice aveva un problema. Il Canada ha una grande comunità armena. Ma Toronto ha anche una grande comunità turca. E i turchi, come il Globe and Mail ci dice sempre, “contestano caldamente” che quello sia stato un genocidio. Così l’intervistatrice ha chiamato il genocidio “massacri mortali”.

Naturalmente, ho immediatamente individuate il suo problema. Lei non poteva chiamare i massacri un ‘genocidio’, perché la comunità turca si sarebbe sentita oltraggiata. Ma ugualmente, sentiva che il termine ‘massacri’ da solo – specialmente con le macabre foto di armeni morti che facevano da sfondo allo studio – non era abbastanza adeguato a definire un milione e mezzo di esseri umani assassinati. Quindi i ‘massacri mortali’. Che disparità!!! Se ci sono massacri ‘mortali’, ci sono alcuni massacri che non sono ‘mortali’, dai quali le vittime escono vive? E’ una tautologia ridicola.

Alla fine, ho parlato di questo piccolo racconto di codardia giornalistica al mio pubblico armeno, in mezzo al quale erano seduti alcuni dirigenti della CTV. Dopo un’ora dalla fine, il mio ospite armeno ricevette da parte di un cornista della CTV un SMS che mi riguardava. Il cronista protestava: “Buttare merda sulla CTV è stato fuori luogo”. Ho dubitato, personalmente, se la parola ‘buttare merda’ avrebbe trovato il suo posto nella CTV. Ma allora, nemmeno lo trova ‘genocidio’. Mi dispiace che le ‘narrazioni inconcorrenza’ siano appena esplose.

Eppure l’uso del linguaggio del potere – delle suo parole-faro e delle sue frasi-faro – continua ancora ad essere in mezzo a noi. Quante volte ho sentito cronisti occidentali parlare di ‘combattenti stranieri’ in Afghanistan? Si stanno riferendo, sicuramente, ai vari gruppi arabi che presumibilmente aiutano i Talebani. Abbiamo sentito la stessa storia riguardo all’Iraq. I combattenti sauditi, giordani, palestinesi, ceceni, ovviamente. I generali li chiamano ‘combattenti stranieri’. E allora immediatamente noi cronisti occidentali facciamo lo stesso. Chiamarli ‘combattenti stranieri’ stava a significare che si trattava di una forza che stava invadendo. Ma nemmeno una volta – mai – ho sentito una televisione occidentale riferire il fatto che ci sono almeno 150.000 ‘combattenti stranieri’ in Afghanistan. E che la maggior parte di loro, signore e signori, sono in uniforme americana o in altre uniformi Nato!

Analogamente, la frase perniciosa ‘Af-Pak’ – tanto razzista quanto politicamente disonesta – è adesso usata dai cronisti, mentre originalmente fu usata dal dipartimento di stato statunitense, nel giorno in cui Richard Holbrooke fu nominato rappresentante speciale degli Stati Uniti per Afghanistan e Pakistan. Ma la frase evitò la parola ‘India’, la cui influenza in Afghanistan e la cui presenza in Afghanistan è parte vitale della storia. Per di più, ‘Af-Pak’ – cancellando l’India – cancellò efficacemente l’intera crisi del Kashmir dal conflitto nel Sud-Est Asiatico. Così il Pakistan viene privato di ogni voce nella politica statunitense in Kashmir – dopo tutto, Holbrooke divenne l’inviato ‘Af-Pak’, e gli fu specificamente proibito di discutere del Kashmir. Così la frase ‘Af-Pak’, che cancella totalmente la tragedia del Kashmir – forse troppe ‘narrazioni in competizione? – significa che quando noi giornalisti usiamo la stessa frase, ‘Af-Pak’, che fu creata sicuramente per noi giornalisti, stiamo facendo il lavoro del dipartimento di stato.

Ora guardiamo la storia. I nostri capi amano la storia. Più di tutto, amano la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2003, George W. Bush pensò di essere Churchill oltre che George W. Bush. E’ vero, Bush passò la guerra del Vietnam a proteggere i cieli del Texas dai Vietcong. Ma ora, nel 2003, resiste ai ‘pacifisti’che non vogliono la guerra con Saddam che era, naturalmente, ‘l’Hitler del Tigri’. I pacifisti erano i britannici che non vollero combattere contro la Germania nazista nel 1938. Anche Blair, naturalmente, si provò la taglia del panciotto e della giacca di Churchill. Non era nessun ‘pacifista’, lui. Proclamò che l’America era il più antico alleato delle Gran Bretagna – e sia Bush che Blair ricordarono ai giornalisti che gli Stati Uniti erano stati fianco a fianco alla Gran Bretagna nel momento del bisogno nel 1940.

Ma niente di questo era vero.

Ma l’antico alleato delle Gran Bretagna non erano gli Stati Uniti. Era il Portogallo, uno stato fascista neutrale durante la Seconda Guerra Mondiale. Solo il mio giornale, The Independent, lo fece notare.

E nemmeno l’America combatté accanto alla Gran Bretagna nel momento del bisogno nel 1940, quando Hitler minacciò l’invasione e la forza aerea tedesca bombardò Londra. No, nel 1940 l’America stava godendo un periodo molto proficuo di neutralità – e non si unì alla Gran Bretagna fino a quando il Giappone non attaccò la base navale statunitense di Pearl Harbour nel dicembre del 1941.

Ahi!

Ho letto l’altro giorno che nel 1956 Eden chiamò Nasser il ‘Mussolini del Nilo’. Un grave errore. Nasser era amato dagli Arabi, non odiato come fu Mussolini dalla maggioranza degli africani, specialmente dai libici arabi. Il parallelo con Mussolini non fu messo in dubbio o in discussione dalla stampa britannica. E noi sappiamo molto bene cosa successe a Suez nel 1956.

Si, quando entra in ballo la storia, noi giornalisti ci lasciamo davvero prendere in giro dai presidenti e dai primi ministri.

Oggi, come stranieri che cercano di prendere cibo e carburante via mare dagli affamati palestinesi di Gaza, noi giornalisti dovremmo ricordare ai nostri telespettatori e ascoltatori di un giorno lontano nel tempo, in cui America e Gran Bretagna andarono in aiuto delle persone assediate, portando cibo e carburante – i nostri stessi militari morirono mentre lo facevano – per aiutare una popolazione che stava morendo di fame. Quella popolazione era stata accerchiata da un recinto innalzato da un esercito brutale che voleva far morire di fame le persone sottomesse. L’esercito era russo. La città era Berlino. Il muro arriverà più tardi. Le persone erano state i nostri nemici solo tre anni prima. Comunque sorvolammo il ponte aereo di Berlino per salvarli. Ora guardate Gaza oggi. Quale giornalista occidentale – e noi amiamo i paralleli storici – ha mai menzionale Berlino del 1948 nel contesto di Gaza?

Guardate i tempi più recenti. Saddam aveva ‘armi di distruzione di massa’ – potete far entrare ADM in un titolo – ma naturalmente, non le aveva, e la stampa americana usò in seguito imbarazzanti attacchi di auto-condanna. Come ci siamo potuti ingannare così, si chiese il New York Times? Non abbiamo messo abbastanza in discussione l’amministrazione Bush, ha concluso il giornale.

E ora lo stesso giornale sta suonando i tamburi sottovoce – molto sottovoce – per la guerra in Iran. L’Iran sta lavorando alle ADM. E dopo la guerra, se ci sarà una guerra, altra auto-condanna, nessun dubbio, se non ci sono progetti di armi nucleari.

Tuttavia la parte più pericolosa della nostra guerra semantica è il nostro uso delle parole del potere – sebbene questa non sia una guerra visto che ci siamo ampiamente arresi – che ci isola dai nostri telespettatori e lettori. Non sono stupidi. Capiscono le parole in molti casi – temo – meglio di noi. Anche la storia. Sanno che stiamo sommergendo il nostro vocabolario con il linguaggio dei generali e dei presidenti, proveniente dalle cosiddette elites, dall’arroganza degli esperti dell’Istituto Brooking, o di quelli della Rand Corporation o da quello che io chiamo il ‘ SERBATOIO DI PENSIERI’. Così siamo diventati parte di questo linguaggio.

Ecco, per esempio, alcune parole pericolose:

I GIOCATORI DEL POTERE

*ATTIVISMO

*ATTORI NON STATALI

*GIOCATORI CHIAVE

*GIOCATORI GEOSTRATEGICI

*NARRAZIONI

*GIOCATORI ESTERNI

*PROCESSO DI PACE

*SOLUZIONI SIGNIFICATIVE

*AF-PAK

*AGENTI DEL CAMBIO ( qualsiasi cosa siano queste sinistre creature)

Non sono un critico regolare di Al Jazeera. Mi dà la libertà di parlare liberamente in onda. Solo pochi anni fa, quando Wadah Khanfar (ora direttore generale di Al Jazeera) era l’uomo di Al Jazeera a Baghdad, i militari statunitensi iniziarono una campagna diffamatoria contro l’ufficio di Wadah, sostenendo – falsamente – che Al Jazeera fosse in combutta con al-Qaeda perché stava ricevendo videocassette di attacchi alle forze statunitensi. Sono andato a Fallujah per verificare. Wadah era al 100% corretto. Al-Qaeda porgeva gli spezzoni delle sue imboscate senza nessun preavviso, mettendoli nella buca delle lettere dell’ufficio. Gli americani mentivano.

Wadah si sta sicuramente chiedendo cosa verrà dopo.

Bene, devo dirvi, signore e signori, che tutte quelle ‘parole pericolose’ che vi ho appena letto ad alta voce – da GIOCATORI CHIAVE a NARRAZIONI a PROCESSO DI PACE a AF-PAK – si trovano tutte nelle nove pagine del programma di Al Jazeera per questo forum.

Non sto condannando Al Jazeera per questo, signore e signori. Perché questo vocabolario non è adottato per una connivenza politica. E’ un’infezione di cui soffriamo tutti – ho usato io stesso ‘processo di pace’ alcune volte, sebbene tra virgolette, che non si possono usare in televisione – ma, si, è un contagio.

E quando usiamo queste parole, diventiamo tutt’uno con il potere e le elites che regolano il mondo senza paura di nessuna sfida da parte dei mezzi di comunicazione. Al Jazzera ha fatto più di ogni altra rete televisiva che conosco per mettere in discussione l’autorità, sia in Medio Oriente che in Occidente (e non sto usando ‘sfida’ nel senso di ‘problema’, come dice il generale McCrystal “affronto molte sfide”).

Come fuggiamo da questa malattia? State attenti ai correttori automatici nei vostri portatili, i sogni dei sub-editori delle parole di una sillaba, e smettetela di usare Wikipedia. E leggete libri – veri libri, con pagine di carta, cosa che significa lettura profonda. Libri storici, soprattutto.

Al Jazzera sta dando un buono spazio alla flottiglia – il convoglio di barche che si sta mettendo in marcia verso Gaza. Non penso che siano un gruppo di anti-israeliani. Penso che il convoglio internazionale sia sulla sua strada perché le persone che sono a bordo di queste barche – da tutte le parti del mondo – stanno cercando di fare quello in cui i nostri capi presumibilmente umanitari hanno fallito. Stanno portando cibo e carburante e attrezzatura ospedaliera a coloro che soffrono. In ogni altro contesto, gli Obama e i Sarkozy e i Cameron sarebbero in competizione per far sbarcare i Marines americani, la Royal Navy e le forze francesi con aiuti umanitari – come fece Clinton in Somalia. Il simil-dio Blair non credeva nell’ ‘intervento’ umanitario in Kosovo e Sierra Leone?

In circostanze normali, Blair avrebbe addirittura messo piede al di là del confine.

Ma no. Non osiamo offendere gli israeliani. E così persone comuni stanno cercando di fare quello in cui i loro capi hanno colpevolmente fallito.

E i mezzi di comunicazione? Mostrano documentari sul ponte aereo di Berlino? O del tentativo di Clinton di salvare dalla fame le persone della Somalia? Dell’ ‘intervento’ umanitario di Blair nei Balcani, solo per ricordare ai nostri telespettatori e lettori – e alle persone su quelle barche – che questa è ipocrisia su grande scala?

Siamo l’inferno! Preferiamo le ‘narrazioni in concorrenza’. Pochi politici vogliono che il viaggio a Gaza raggiunga la sua destinazione – sia la sua conclusione un successo, ridicola o tragica. Crediamo nel‘processo di pace’, nella ‘mappa stradale’. Mantenete il ‘recinto’ intorno alla Palestina. Lasciate che i ‘giocatori chiave’ sistemino le cose.

Signore e signori, non sono il vostro ‘relatore chiave’ questa mattina.

Io sono vostro ospite, e vi ringrazio per la pazienza nell’ascoltarmi.

Robert Fisk, corrispondente dal Medio Oriente del giornale «The Independent», ha fatto il seguente discorso al quinto forum annuale di Al Jazeera del 23 maggio scorso.

Versione originale: Journalism and ‘the words of power’ http://english.aljazeera.net/focus/2010/05/201052574726865274.html

Traduzione italiana di Simona Defilippi per il Centro Studi Sereno Regis

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