Cinema – Il tempo che ci rimane – Recensione di Enrico Peyretti

Il tempo che ci rimane, di Elia Suleiman, con Elia Suleiman, Saleh Bakri, Samar Qudha Tanus, Shafika Bajjali, Tarek Qubti, Titolo originale The Time That Remains. Drammatico, 105′ – Gran Bretagna, Italia, Belgio, Francia 2009

«Io a casa? Vacci tu!»

Ramallah, ai giorni nostri. C’è appena stato uno scontro, con sparatoria, tra soldati israeliani e resistenti palestinesi. Una giovane mamma col bimbo nel passeggino attraversa con calma la strada. Un soldato le intima, anche per toglierla dal pericolo, di andare a casa. «Io a casa? Vai tu a casa tua !», le risponde la donna.

Un giovane esce di casa col sacco della spazzatura. Per arrivare al cassonetto deve passare davanti ad un enorme carro armato. Il cannone lo segue come un occhio di ferro. Invece di rientrare, il giovane telefona ad amici per combinare una festa, camminando indifferente avanti e indietro davanti al cannone che lo segue automaticamente, come uno stupido.

La sera c’è la festa. I giovani ballano rumorosamente durante il coprifuoco. Una camionetta israeliana li avverte ripetutamente, ma inutilmente, che devono andare a casa.

Sono tre scene da questo film che ripercorre con ironia amara il dramma palestinese, dal 1948 ad oggi. Quella del carro armato cita alleggerita la famosa immagine di piazza Tien An Men.

Insieme ad altri aspetti personali, psicologici, storici, il film palestinese Il tempo che ci rimane – di Elia Suleiman, regista e protagonista, nato a Nazareth da famiglia araba – presenta aspetti reali, anche se non proclamati tali, di una resistenza palestinese nonviolenta, cioè gestita con la vita invece che con le armi che imitano la morte data dal nemico. Il ridicolo tentativo di suicidio, ripetuto dal vicino benzinaio, come le teorie strampalate del vicino dal bicchiere in mano, sono le sterili alternative. Altri simboli cine-narrativi si possono cogliere in questo film doloroso e coraggioso, come ogni storia di resistenza viva al dominio che comprime e riduce la vita.

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