Da Gaza: la nonviolenza è la via – Enrico Peyretti

Guardiamo dal punto di vista della nonviolenza attiva l’arrembaggio cruento dell’esercito israeliano, il 31 maggio 2010, in acque internazionali, alle navi di attivisti di tante nazioni che portavano soccorsi umanitari alla popolazione di Gaza, illegittimamente assediata da Israele dopo la guerra del 2008-2009, che fu un perverso massacro di civili.

Chi aggredisce e uccide ha la massima colpa. Tutto il mondo umano è orripilato da questa azione, che si aggiunge ad una lunga storia tragica.

Se da una parte ci sono gli uccisi, dall’altra ci sono gli uccisori, e gli uccisi non hanno ucciso gli uccisori. Questa è la differenza.

Alcuni commenti cinici del giorno dopo (Il Sole 24ore, Il Foglio, Il Riformista, Il Giornale) arrivano a giustificare e persino esaltare l’azione violenta di Israele, e a qualificare provocatoria e sospetta di violenza e di filoterrorismo l’azione di soccorso a Gaza.

Altri riducono la tragedia ad errori tecnici dell’azione militare. Ma l’arma uccide tanto se io lo voglio, quanto se sono incapace di avere senso di responsabilità.

Certo, violare un assedio crudele è una provocazione, è violazione di un divieto ingiusto.

Obbedire le leggi non è l’unico modo di rispettarle. Esse devono essere osservate quando sono la forza del debole. Quando invece non sono giuste, cioè quando sanzionano il sopruso del forte, bisogna battersi perché siano cambiate, anche col disobbedirle. (cfr Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù – Lettera ai giudici, Libreria Editrice Fiorentina, senza data, pp. 37-38).

La legge imposta a Gaza con la guerra è puro e semplice sopruso di chi ha la forza materiale e omicida.

La comunità internazionale dovrà giudicare, anche penalmente, questo ultimo atto, ma, di più, dovrà esigere che l’antico diritto delle genti, maturato nei moderni diritti umani, e nei doveri umanitari verso ogni popolo bisognoso e colpito, sia fatto valere dalle istituzioni internazionali riguardo a tutti gli stati e a tutte le potenze militari ed economiche.

Non c’è civiltà, non c’è umanità, senza effettivo diritto delle persone e dei popoli, reciprocamente rispettato e valorizzato.

Noi non condividiamo la difesa armata dei palestinesi, perché imita e si lascia contagiare dalla violenza del dominio; perché non è davvero efficace a rendere libertà e giustizia alla popolazione vittima; perché l’uso delle armi, anche per una causa giusta, corrompe sempre l’animo e disumanizza chi si affida ad esse.

Tuttavia non possiamo disconoscere, con Gandhi, il diritto di ogni oppresso di difendersi come sa e può, se non conosce i mezzi e la forza della nonviolenza. Ma la civiltà araba dovrebbe riscoprire e valorizzare le sue proprie esperienze storiche di spiritualità nonviolenta, e di forte lotta nonviolenta – che noi abbiamo tante volte evidenziato (basta cercare in internet Badshah Khan, Islam e nonviolenza, e simili voci) – nonostante le violenze che sono nella storia islamica come in tutte le culture e tradizioni.

Nonostante tutto, noi difendiamo questo ennesimo tentativo di soccorrere il popolo prigioniero di Gaza, anche se qualcuno dei partecipanti fosse simpatizzante della lotta armata. In nessun modo ciò giustifica, là dove il mare è di tutti, l’arresto e l’uccisione dei membri di una spedizione umanitaria.

Sarebbe stato meglio (tutto è sempre perfezionabile) che l’operazione su Gaza dichiarasse con evidenza la scelta netta dei mezzi nonviolenti, come fece la spedizione di solidarietà a Sarajevo assediata, nel dicembre 1992. Ma nessuno deve diffamare questa operazione umanitaria. Sarebbe stato possibile concordare un controllo pacifico senza assalto armato.

Lo stato di Israele, per esistere tra gli altri, deve imparare, come tutti devono imparare, a vivere nella comunità dei popoli con uguale diritto e dignità, sotto le leggi internazionali. Deve accettare l’uguaglianza dei diritti umani, senza discriminazioni etniche, e l’uguale cittadinanza di chi abita, lavora, contribuisce ad una comunità politica, avendo una diversa origine nazionale. I popoli sono ormai tutti vasi comunicanti, sulla base del diritto comune, e l’identificazione stato-nazione (lo stato etnico) è retrograda e pericolosa per gli inclusi come per gli esclusi. Il non uccidere né opprimere è la condizione per vivere tutti.

L’estremismo di stato di Israele incoraggia l’estremismo della lotta di liberazione palestinese, e viceversa. Le persone sagge lo capiscono, da una parte e dall’altra. Esse soffrono, come noi, insieme alle vittime, la stoltezza della violenza, comunque giustificata.

Palestinesi e arabi torinesi indicono per venerdì 4 una giornata della collera. I diversi linguaggi devono comprendersi. Quello che noi italiani diremmo indignazione, dolore, protesta, grido, si chiama collera nella storia del conflitto israelo-palestinese. Un sentimento giusto deve trovare vie giuste, più giuste dell’offesa ricevuta.  Noi intendiamo aiutare in questo momento i palestinesi e il mondo arabo ad essere differenti dal governo di Israele, a superarlo in umanità e giustizia di fronte al mondo, escludendo reazioni violente.

La via della pace, del riconoscimento reciproco dei dolori, antichi o recenti, sofferti dai due popoli, ha subito una nuova gravissima interruzione. La via della pace, cioè della vita, va sempre ricostruita, come ogni giorno si mettono al mondo bambini mentre i vecchi si congedano dal mondo, speriamo in modo sereno. Non si deve aggiungere morte artificiale, ma sostenere la vita. Bisogna deporre l’odio che deturpa il volto umano di chi lo nutre e rovina il valore di popoli e civiltà.

Vediamo due linee di azione concreta e costruttiva di pace.

La prima: un’azione di boicottaggio che estenda almeno il rifiuto di acquistare prodotti israeliani tratti dai territori palestinesi occupati e quindi imponga riduzione e interruzione di questo commercio. E’ un’azione nonviolenta concreta contro l’ingiusta occupazione, colonizzazione, discriminazione.

La seconda: un’opera culturale e informativa che favorisca la distinzione tra la politica del governo di Israele e il popolo di Israele, tra le comunità ebraiche e lo stato di Israele, tra i palestinesi violenti e il popolo palestinese che vuole vivere. Nessun blocco è totalmente compatto, se non sotto la minaccia esterna. Ridurre ogni minaccia e sviluppare la parola è una via per la pace giusta. Non si tratta della misera tattica di scavare divisioni nel campo avversario: si tratta di liberare energie vive e costruttive imprigionate nel cemento e nel ghiaccio della cieca compatta logica di paura e di guerra.

È vero che grande parte del popolo di Israele approva la politica del governo, ma sia gli eccessi stolti di questo, sia il dibattito internazionale senza confini, sia una reazione di moralità superiore, possono sviluppare la dialettica interna a quel popolo e le volontà di pace presenti in esso.

Le comunità ebraiche della diaspora, è comprensibile che simpatizzino e solidarizzino con lo stato di Israele, dopo la lunga storia di persecuzioni nella condizione di minoranze non protette. Ma per rispetto della grande tradizione morale e intellettuale ebraica, a cui siamo tutti debitori, ci attendiamo che crescano le posizioni più libere e critiche riguardo ad una politica che isola e rende insicuro, mette in pericolo e rende pericoloso per tutti lo stato di Israele.

Identificare popolo e governo, ebrei della diaspora e Israele, palestinesi e violenti, filo-palestinesi e filo-terroristi, serve solo a impedire ogni possibile dinamica e articolazione del conflitto verso una riduzione della violenza e una crescita della coscienza dei diritti e delle sofferenze.

Vale per tutti, persone e popoli, ebrei e arabi, israeliani e palestinesi, e ogni persona col suo prossimo, la constatazione che l’offesa e il male patiti, se non li dominiamo con una superiore coscienza del bene e del giusto, ci contagiano, ci peggiorano, ci degradano nella paura e nella vendetta, ci trasformano da vittime in offensori, così che offendiamo anche il diritto e la dignità che sono stati colpiti in noi da chi ci ha fatto del male: colpiti, ma non distrutti.

L’offesa può farci soffrire, ma non può mai togliere né ridurre la nostra dignità. Solo con questa coscienza forte saremo in grado di non essere distrutti interiormente dall’offesa, e quindi di potere respingerla coi mezzi del diritto, della ragione, della resistenza, delle regole civili di soluzione costruttiva dei conflitti. Ogni vittoria con le armi è vittoria delle armi sulla ragione stessa di chi le ha usate.

Chi offende per vendetta la dignità e la vita altrui, si illude tragicamente di difendere la propria vita e dignità, e invece la offende degradandosi. Ogni colpo dato o restituito all’altro è un colpo contro la mia stessa dignità e valore. In ogni persona, in ogni popolo, siamo una sola, unica umanità.

***

Ore 14,29

Aiutiamo la comunità internazionale ed esigiamo che le sue istituzioni siano giuste ed equanimi con tutti i popoli.

Aiutiamo israeliani ed ebrei a riconoscere la legge divina e umana del non uccidere, condizione del vivere tutti, e a disapprovare una politica di dominio, di guerra, di oppressione e di calcolate umiliazioni provocatorie verso i palestinesi.

Aiutiamo chi vuole giustizia e pace, entro ogni popolo, a moltiplicare azioni nonviolente di solidarietà con tutte le vittime di oppressioni.

Onoriamo gli uccisi sulla nave di soccorso a Gaza, che, in una “missione di pace” vera, hanno pagato fino in fondo volontà e coraggio di pace e giustizia.

10 06 010 – Enrico Peyretti, Torino

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