Alla ricerca di Consenso – Leo Hoffmann-Axthelm

New York, 24 maggio 2010. Senza un potere esecutivo internazionale che abbia un vero monopolio sulla violenza, la legge pubblica internazionale si lascia creare solo dal consenso: qual è infatti il senso di costringere Stati ad adottare certe leggi, se poi non potranno in alcun modo essere costretti a rispettarle?

Questa è la situazione al TNP, dove da tre settimane 188 delegazioni ufficiali cercano di accordarsi intorno a un documento finale che annunci il da farsi in materia nucleare, e cioè: non-proliferazione, uso civile e disarmo. Per l’Occidente e gli Stati detentori di armi nucleari, la priorità è il primo punto; per gli altri Stati, eccessivi controlli di non-proliferazione costituirebbero una minaccia al loro diritto all’uso civile, garantito dall’articolo IV TNP, per cui non sono disposti ad accettarli. La richiesta dell’Occidente, di fare dei Protocolli Addizionali lo standard richiesto per accedere a tecnologie nucleari (invece delle salvaguardie con l’AIEA) non ha quindi nessuna possibilità di figurare nel documento finale, per quanto le stesse salvaguardie possano essere evitate fin troppo facilmente.

Invece, questi Stati danno molta più importanza al disarmo, come alcuni Stati occidentali, ad esempio Svizzera, Austria, Irlanda, Slovenia, Svezia. Essi vedono soprattutto la discriminazione inerente al TNP come un grande ostacolo che deve, finalmente, essere superato. Seppure nella legge pubblica internazionale tutti i soggetti, gli Stati, siano degli eguali, nel TNP vi sono cinque Stati nucleari “ufficiali” e legali, mentre per tutti gli altri, acquisire questo stato sarebbe illegale. Eppure, nell’articolo VI, si conferma che un giorno tutte le armi nucleari saranno distrutte irreversibilmente e sotto stretto ed efficiente controllo internazionale, interpretazione che ci conferma John Borroughs dell’associazione internazionale dei giudici contro le armi nucleari. Quest’impegno comunque non si prevede a una data precisa, ma è invece prospettato per il futuro, quando dovrà essere eseguito come azione circoscritta. D’altro canto gli altri Stati devono, entro novanta giorni dalla ratificazione del TNP e quindi in un tempo chiaramente definito e breve, mettere in atto un Accordo di Salvaguardie con l’AIEA, se vogliono evitare di violare il trattato e quindi di perdere ogni diritto al commercio con sostanze e tecnologie usate per l’uso civile dell’energia atomica.

Vent’anni dopo la fine della guerra fredda non vi è più nessuna ragione per la quale gli Stati nucleari possano rimandare a domani i loro impegni, e Obama ha detto chiaramente e ripetutamente, come ha fatto anche la Russia, di voler continuare la strada del disarmo. Tuttavia, secondo la maggioranza degli Stati e ONG, il disarmo deve continuare molto più velocemente e senza modernizzare gli arsenali (mentre il numero di testate nucleari si abbassa, quelle rimanenti saranno più forti e più efficienti, per questo sono previsti 80 miliardi di $ nella Nuclear Posture Review americana). Mentre altri Stati nucleari come Cina e Francia dichiarano che cominceranno ulteriori riduzioni dei loro arsenali solo quando il numero di testate di Russia e USA si avvicini al loro. Per poter dar fiducia alle belle pubblicazioni colorate pubblicate da questi Stati, la comunità di Stati richiede, e in gran maggioranza, la definizione di una data esatta, per esempio il 2020, entro la quale il numero di testate e di vettori di lancio dovrà essere limitato al di sotto di un certo riferimento. Gli Stati nucleari argomentano che un tale accordo, se poi non fosse rispettato, indebolirebbe la fiducia nel TNP e costituirebbe quindi un pericolo di proliferazione, mentre la Francia chiede di aspettare un mondo con meno crisi, come quelle nel Kashmir e nel Medio Oriente, rimandando il disarmo a un mondo futuro pacifico e senza conflitti; un mondo che non ci sarà mai – se non lo domandiamo noi stessi. Perché cambiare un sistema “che funziona”? Per esempio proprio per evitare che quelle guerre che pur sempre ci saranno, non possano mai esser condotte con armi che hanno il potenziale di distruggere il pianeta e tutta l’umanità.

È questo il punto più discusso, dove il consenso è ancora molto lontano: quello di richiedere, nel documento finale, l’inizio di una commissione preparatoria per una Convenzione Armi Nucleari entro l’anno 2014, e che, perlopiù, questa Convenzione sia 1) non-discriminatoria, 2) multilaterale, 3) preveda strumenti di controllo internazionale e 4) dotata di una data esatta finale.

Cosa vuole dire tutto ciò?

1. La Convenzione è non-discriminatoria se tutti gli Stati vi aderiscono alle stesse condizioni (e cioè deve valere per tutti la regola che l’uso e il possesso di armi nucleari è proibito).

2. Multilaterale: includendo coloro che non sono nel TNP, e cioè Corea del Nord, Israele, India e Pakistan.

3. Strumenti di controllo internazionale efficiente sono indispensabili per creare la fiducia, da parte di tutti gli Stati, che è la condizione per rinunciare a quelle armi che sono finora considerate la “sicurezza in casi estremi”.

4. Entro un certo periodo, le armi devono essere inferiori a un certo numero: ma una metodologia per contarle deve essere predefinita (se si contano anche armi che non sono preparate per il lancio da una base, anche armi che sono smontate, anche armi che attualmente non possono esser usate perché invecchiate ecc.), e dei passi precisi devono prestabilire come e quando si entra nell’ultima fase, per poi arrivare a Zero.

Tuttavia tutto questo può succedere solo in base al consenso, e persino gli USA di Obama hanno chiarito di voler essere gli ultimi a eliminare le loro armi, e di voler mantenere uno gruppo di scienziati capaci di costruirne di nuovo in poco tempo (il che ribadisce il problema dell’irreversibilità scientifica).

Questo illustra che si tratta di un processo di piccoli passi, il che non è in sé un male, poiché ogni passo già porta a un mondo più sicuro. È quindi quasi certo che nel documento finale, se gli Stati riusciranno a trovare un qualche consenso, saranno inclusi appelli alla fine del trattato di Condivisione Nucleare NATO, di cui fa parte anche l’Italia, con armi nucleari nelle basi aeree americane di Ghedi, Torre e Aviano, visto che questo è certamente incompatibile con gli articoli I & II TNP, così come un appello a tutti gli Stati detentori di abbassare il più possibile il ruolo di armi nucleari nelle loro previsioni strategiche e tattiche di sicurezza nazionale. In tal modo delegittimerebbero le argomentazioni di militari e politici che credono di dover mantenere queste armi mostruose, dimostrando, finalmente, che la discriminazione del TNP non è eterna, ma fa parte di una convenzione fra Stati detentori di dispositivi che sono potenziali crimini di guerra e Stati che si sono accordati per non acquisire simili atrocità.

Verrà sicuramente riaffermato l’impegno, in sé, da parte degli Stati dotati di armi nucleari, di cercare di creare un mondo privo di armi nucleari, il che sarà un grande passo avanti in confronto alla conferenza del 2005 nella quale la delegazione di Bush aveva rifiutato di riconoscere qualsiasi obbligo a riguardo. Ci sono comunque anche molti commentatori, fra Stati e ONG, che credono che la conferenza sia fallita, e che preferiscono che finisca piuttosto senza alcun documento che con un documento debole: la ritengono la migliore opzione, per poter cominciare a negoziare una Convenzione Armi Nucleari anche senza alcuni Stati, e cercare di farli entrare dopo. Ci si era comportati allo stesso modo anche per le convenzioni contro le mine anti-uomo e contro le bombe a grappolo, alle quali un numero crescente di Stati ha aderito.

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