Uccidere, non uccidere – Enrico Peyretti

L’Autore pubblicò a sue spese questo diario-testimonianza, trent’anni dopo i fatti, nel 1994, rivolgendosi alla chiesa cattolica, senza avere risposte! In questa edizione italiana, presentata al Salone del libro di Torino, il vescovo Nogaro scrive che la chiesa indulgente verso la guerra è delusione permanente del Vangelo. Pezet risulta un cattolico più tradizionalista che innovatore. Non è un fanatico antimilitarista, sente il dovere drammatico di difesa e solidarietà. Sarà l’esercitazione di tiro alle sagome di forma umana che farà scattare il suo no definitivo all’imparare ad uccidere. Il nonno racconta solo a lui i tragici particolari dell’avere ucciso con la baionetta un soldato tedesco nella prima guerra mondiale.

Ma una testimonianza come questa rinvia a riflettere sul non uccidere. È un assoluto? Può essere una necessità, o addirittura un dovere?

Sappiamo che, per Gandhi: «uccidere può essere un dovere» (Young India 4-11-1926; Teoria e Pratica della Nonviolenza, p. 69-71). Ovviamente, nel caso in cui non ci sia veramente altro modo di fermare chi sta uccidendo altri. Il principio buddista suona : «Mettendoti al posto degli altri, non uccidere né fa’ uccidere» (Dhammapada, 129, 405), quindi sembra proibire anche strutture e sistemi che uccidono a nome mio. Il principio biblico (Esodo 20,13) appare assoluto, ma subito c’è la pena di morte (21,12-17), per cui in realtà significa: non uccidere l’innocente! Ma Dio ha difeso l’assassino Caino dalla pena di morte (Genesi 4)! Eppure, in questa tradizione l’uccidere per vendetta legale è stato giustificato come necessità e come giusta retribuzione.

Certo, non basta non uccidere, bisogna anche “non lasciare uccidere”. E ciò può significare: 1. Uccidi (se davvero non c’è altro mezzo) chi sta per uccidere (il caso ipotizzato da Gandhi). Ma questa può essere unicamente una tragica decisione di coscienza del tutto personale (così Bonhoeffer nel collaborare all’attentato a Hitler). 2. Togli l’istituzione dell’uccidere su comando, che è l’esercito, l’uccidere organizzato, immorale perché comandato da altri e non deciso in coscienza. Come disse il generale Carlo Jean ad una platea di studenti, a Torino, il 27 marzo 1996: «Nell’esercito occorre l’esecuzione automatica dell’ordine perché combattere significa uccidere». Ora, l’obbedienza automatica non è di uomini ma di oggetti. Pensare così – e tale è realmente la caratteristica essenziale dell’esercito – è cosa del tutto antiumana, che rende l’esercito essenzialmente immorale, incompatibile con la sovranità, libertà e responsabilità di ogni coscienza. Non possiamo “lasciare uccidere” per mezzo dell’esercito.

Ma che fare contro l’altrui uccidere organizzato, cioè l’aggressione armata (statale o terroristica)? C’è solo la nostra difesa militare? L’uccidere può essere anche una necessità, perciò un mezzo da predisporre?

No: 1. La sola difesa militare transitoriamente (verso il disarmo) accettabile è quella puramente difensiva, senza armamenti aggressivi (p. es. la portaerei) e distruttivi (armi atomiche e altre devastanti); abbiamo sicurezza se diamo sicurezza, che è comune, reciproca, oppure non è. 2. La sola difesa giusta è la Difesa Popolare Nonviolenta strutturata, la coraggiosa non-collaborazione sistematica, che frustra ogni mira dell’oppressore. Nessun potere esiste se non è obbedito. Non si tratta di una pura utopia, perché ci sono molti casi reali storici che la cultura ufficiale tiene occultati, in quanto funzionano anche contro ogni prevaricazione dei poteri interni (vedi in rete la bibliografia storica “Difesa senza guerra”). 3. Poi, è essenziale distinguere polizia da guerra ed esercito: la polizia, se è corretta, pur dotata di armi leggere, contiene e riduce la violenza criminale; la guerra accresce la violenza, perché premia con la vittoria chi è più armato, violento e spregiudicato. Vediamo che la violenza fomenta il terrorismo, invece di privarlo dei suoi motivi. La vittoria in guerra non c’entra nulla con la ragione, il diritto, il valore, se non per puro caso. È sempre vittoria della violenza, che avvelena il futuro.

Ma, in fondo, che cosa è uccidere? È spezzare quel nucleo e tagliare quel filo di speranza senza fine visibile che è una vita umana (perciò immagine del divino). Uccidere non salva mai nulla, mentre offende tutto e tutti, anche chi crede di difendersi così.

Il saggio di Tanzarella sulla guerra di Algeria, sul dramma morale francese, dovuto anche alla pratica della tortura, fa pensare che fatti simili accadono oggi, nelle guerre, nelle azioni segrete della ragion di stato, nei crimini dell’economia, nel trattamento degli immigrati, e saremo colpevoli davanti ai nostri nipoti se non avremo oggi abbastanza gridato e agito in difesa delle vittime.

17 maggio 2010

Intervento al Salone del Libro di Torino, presentazione del libro di Jean Pezet, Tu non ucciderai. Diario di un obiettore di coscienza alla guerra di Algeria, Prefazione di Raffaele Nogaro, Introduzione di Enrico Peyretti, in appendice ampio saggio storico di Sergio Tanzarella sulla guerra d’ Algeria, Ed. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2010, pp. 159, euro 18,00

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