Parlamento di minoranza o parlamentarismo di minoranza? – Johan Galtung

Oxford. Il St John’s College ha dato lustro alla conferenza del 15 maggio sulla possibile istituzione di una cattedra di Studi per la pace (Peace Studies) in questa università di elite. Magnificamente condotta da un cappellano anglicano, preside e tutor, Liz Carmichael, la conferenza è stata all’altezza dello scenario; prato all’inglese quadrangolare curatissimo, alberi in fiore, il tempo che ha felicemente benedetto l’isola nebbiosa. Il vulcano islandese ha concesso una tregua nello sputare ceneri di ira su una Inghilterra e un’Olanda che chiedono il salvataggio per i loro avidi cittadini. Essi hanno intascato derivati lanciati dalle attività di coloro che hanno manipolato patrimoni finanziari da luoghi che ben conosciamo. Ma caro vulcano: l’avidità è una virtù, non un vizio.

Nebbia e ceneri disperse, la cultura profonda della nazione diventa più visibile. Tema di fondo: vincere, ma secondo le regole. Il paese è uscito da un esercizio scioccante: l’elezione del 6 maggio. Non secondo le regole, alcuni hanno atteso in coda e non hanno votato per mancanza di schede e di personale, come in Iraq-Afghanistan. Ancora più scioccante: nessuno ha vinto. Un parlamento di minoranza. Una parte ha perso all’incirca un centinaio, un’altra ha guadagnato altrettanto, una terza non ha eletto il suo leader rassicurante, in parte a causa del folle FPP (First-Past-the-Post, chi vince prende tutto, ndt), il primo supera il traguardo, il vincitore prende tutto. Ma governano le regole, così sia.

Il parlamento sospeso in aria, l’aritmetica è stata applicata al parlamento, come la geometria euclidea a tracciare i confini. Sapete, quelle linee diritte sulle mappe lasciate dagli inglesi con un eccesso di geometria euclidea a Eaton e Harrow (famoso incontro di cricket, ndt). La magica linea del 50 percento fu superata con, paradiso proibito!, una coalizione. Due portatori di volontà politica devono adattarsi l’un l’altro, due giovani uomini sui quarant’anni che marciano fieri, il minore istruito dal maggiore di non toccare le relazioni transatlantiche, i missili nucleari genocidi Trident, e neppure l’Unione Europea dove un tempo ha lavorato. I compromessi sono nell’aria, come le ceneri che oscurano il cielo.

E qualcosa di meglio del compromesso: la trascendenza, andare oltre.

Vedere nelle idee che si scontrano qualcosa di nuovo, come gli angloamericani possano imparare a risolvere i conflitti mondiali, invece che compiere circa 200 spedizioni punitive normalmente guidate dall’impero inglese, e circa 243 interventi USA iniziati con Thomas Jefferson e proseguiti sino ai giorni nostri, con la partecipazione inglese. E il grosso delle 23.000 testate nucleari. Andare oltre i nuclearisti verso gli scettici del nuclearismo; e dagli euroscettici verso gli europeisti.

E c’è qualcosa di peggio: il parlamentarismo di minoranza. Guardiamoci intorno, e vediamolo al lavoro. Una maggioranza, un partito o una coalizione, subentra per un periodo o due, che dipende dalla sua posizione su questo problema del diciannovesimo secolo: quanto stato-piano verso quanto capitale-mercato nel governare l’economia. Importante. Ma lo sono anche le armi nucleari. E le guerre, come Iraq, Afghanistan. E lo è pure il transatlanticismo verso l’UE. A malapena menzionato nella campagna. L’ONU fa meglio, dedicandosi alla pace, allo sviluppo, all’ambiente.

Dopo uno o due periodi entra l’altro fantasma amletico del diciannovesimo secolo. Ora è il suo tempo, di solito sono fantasmi maschili, dura sufficientemente a lungo per cancellare, lavare, le tracce del suo predecessore, ora all’ “opposizione”, preparando la negazione della negazione. Dialettica profonda, ma è un balletto attorno a un punto di equilibrio fissato nel tardo diciannovesimo secolo, un discorso fatto alle masse per il consumo democratico. Il resto è per decisioni prese dietro le quinte da uomini ambigui, entusiasticamente assecondati da media focalizzati sul vincitore, non sulla soluzione di alcunché – essi non sanno neppure come potrebbe sembrare la pace. Sostenete i nostri ragazzi, dicono, mandate il principe Carlo, benedetti da una chiesa che combina il “Dio salvi la nostra gentile regina”, con “Regina, salvi il nostro dio misericordioso”- un anziano signore con l’accento di Oxbridge (delle università di Oxford e Cambridge).

Ascoltando le voci gentili della teoria e della pratica della pace inglese, la confusione angloamericana di confondere conflitto e violenza sta nelle loro teste sin dall’inizio. “Prevenire il conflitto”, “post-conflitto”, sono espressioni che abbondano, che significano violenza, trascurando gli obiettivi incompatibili del conflitto – qualcosa di molto diverso che può portare alla violenza, se non gestito bene rimuovendo le cause principali della violenza se si risolve realmente il conflitto.

Essi giungono a un punto interessante: prevenire, ridurre, la violenza, per una situazione post-violenza. Non c’è fine ai convegni e alle iniziative congiunte di tutte la parti, compreso lo scambio di narrazioni sulle loro sofferenze, e bellissimi interventi di donne di entrambe le parti per contenere i loro uomini. Tutto ciò è necessario, ma quando essi hanno condiviso gli uni con gli altri le sofferenze e goduto della convivenza, del commensalismo, dell’amore, del sesso, di qualsiasi cosa, ciò che rimane è il conflitto. Chi controlla, persino occupa parti del Medio Oriente? Quale nazione guida il gioco politico in Kenya? Quei conflitti hanno la tendenza a esplodere prima o poi e, come in Jugoslavia, per nulla condizionati dal 24 percento di matrimoni misti. A differenza del Sudafrica dove finalmente una persona-un voto divenne la soluzione. E la violenza politica evapora, aiutata fortemente dal portare la verità nella riconciliazione.

L’anglo-america è una cospirazione contro la risoluzione del conflitto, a favore di un accordo attraverso la vittoria? Ospitano un Karl Marx, ma per coloro che pensano in termini di classe è una prospettiva che non rientra nella composizione del nuovo governo in termini di educazione, famiglia e nazione entro la nazione.

Si può sollevare la bandiera della giustizia, ma essa significa giustizia punitiva, riparativa, distributiva o “equitativa”? Troppo ambiguo. Nonviolento e nonviolenza, bene, ma non come sostituto alla soluzione.

E poi, nonostante tutto ciò: la storia è anche una lotta contro la schiavitù, contro il colonialismo, contro il patriarcato, il sessimo, il razzismo. Vi sono dei residui. Ma la legittimità è tramontata.

E chi ha portato avanti queste lotte? Le donne più degli uomini e spesso angloamericane. C’è stata una Bertha von Suttner, è vero, ma anche Harriet Beecher Stowe, molte donne inglesi al seguito di Gandhi, le suffragette, le donne di Greenham Common, le donne del Galles per la vita sulla terra (Welsh Women for Life on Earth). La loro lotta è stata nonviolenta. Ma andarono oltre, verso una soluzione.

Prossimo obiettivo: l’abolizione del sistema della guerra. Per quanto riguarda la “guerra giusta”, tanto per cominciare provate a cercare un equivalente di schiavitù giusta, colonialismo giusto, patriarcato giusto.

Di media età; di sesso medio, né eccessivamente maschilista né femminile nel senso narcisistico, con il viso truccato, sempre sottile; di città medie non provenienti da capitali traboccanti di segni patriottici; di religione media né dura né così soffice da escludere la spiritualità. I Quaccheri sì, in realtà, ma anche gli anglicani, con la luce che occasionalmente proviene da Canterbury, e permanentemente dall’arcivescovo Desmond Tutu, politici prudenti ancorati allo stato e non al capitale.

Ce ne sono molti tra noi; insieme siamo la maggioranza; privi di voce nella caricatura della democrazia serviamo ogni quattro-cinque anni. Perciò, quando un nuovo professore sarà nominato speriamo che lei porti nuova luce in questa bella isola del Mare del Nord. E oltre.

17 maggio 2010 – TRANSCEND Media Service
Traduzione a cura del Centro Sereno Regis
Titolo originale:
Hung Parliament or Hung Parliamentarism?
http://www.transcend.org/tms/2010/05/hung-parliament-or-hung-parliamentarism/

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