Seminare odio e raccogliere morte – Rami Elhanan

Il mio nome è Rami Elhanan. Tredici anni fa il pomeriggio di giovedi 4 settembre 1997 ho perso mia figlia, la mia Smadar, in un attacco suicida in via Ben Yehuda a Gerusalemme. Una bella, dolce, gioiosa ragazza di 14 anni. La mia Smadar era la nipote del militante per la pace, generale in pensione, Matti Peled, uno di coloro che hanno aperto una breccia verso il dialogo tra israeliani e palestinesi. Ed è stata assassinata perché noi non siamo stati abbastanza saggi da garantire la sua sicurezza seguendo il cammino tracciato da Matti Peled, il solo cammino corretto e possibile: il cammino della pace e della riconciliazione.

Io non ho bisogno del giorno della Memoria per ricordare la mia Smadar. La ricordo tutto il tempo, 365 giorni all’anno, 24 ore al giorno, 60 secondi al minuto. Senza una pausa, senza riposo, per 13 lunghi e maledetti anni, e il tempo non cura la ferita e la insopportabile leggerezza di continuare a esistere resta uno strano e irrisolto enigma.

Ma la società israeliana ha un grandissimo bisogno di giorni della Memoria. Anno dopo anno, come un meccanismo a orologeria, nella settimana dopo Pasqua, siamo trascinati nel rituale consueto: dall’olocausto, alla Rinascita della nazione, un mare di cerimonie, sirene e canti – un popolo intero è travolto in un vortice di dolce afflizione tossica, gli occhi velati dalle lacrime che li riempiono; mutui abbracci accompagnati da “canti dell’Occupazione”, canti del falcetto e della spada (1) contro uno sfondo di immagini di vite troncate e di storie strazianti… ed è difficile sfuggire alla sensazione che questa raffinata concentrazione di lutti iniettata direttamente in vena sia volta a fortificare il nostro sentimento di vittimismo e di giustezza del nostro sentiero e della nostra lotta, a ricordarci le nostre catastrofi, che Dio non vuole che dimentichiamo un solo momento. Questa è la scelta delle nostre vite: essere armati e pronti, forti e risoluti, per paura che la spada sfugga alla nostra presa e le nostre vite siano troncate (2).

E quando tutta questa afflizione si disperde con il fumo dei barbecue (3), quando gli israeliani tornano alle loro faccende quotidiane, io rimango avvolto in un grande dolore. Sento la mancanza della vecchia buona Terra di Israele che non è mai esistita e ho sentimenti di alienazione e straniamento, che vanno aumentando col passare degli anni, guerra dopo guerra, elezione dopo elezione, corruzione dopo corruzione.

E penso alle tappe della mia vita, al lungo viaggio che ho intrapreso sulla via della ridefinizione di me stesso e della mia identità di israeliano, di ebreo, e di essere umano. Ripenso gli anni luce che ho percorso da quando ero giovane uomo che 37 anni fa combatteva in una compagnia di carristi polverizzata sull’altro lato del canale di Suez, da quando ero giovane padre che 28 anni fa camminava nelle strade di Beirut bombardata e non mi veniva in mente che le cose potessero essere in altro modo. Io ero il puro e semplice prodotto di un sistema culturale educativo e politico che mi aveva fatto il lavaggio del cervello, aveva avvelenato la mia coscienza e aveva preparato me e gli altri della mia generazione a essere sacrificati sull’altare della patria, senza alcuna domanda superflua, nella credula convinzione che se non lo avessimo fatto, loro ci avrebbero buttato ? noi la seconda generazione dopo l’Olocausto ? nel mar Mediterraneo.

Sono passati quasi 40 anni da allora e ogni anno questa armatura di vittimismo continua a incrinarsi. Il senso di essere dalla parte del giusto e i sentimenti di infelicità si vanno dissipando e il muro che mi separava dall’altro lato della storia comincia a sbriciolarsi.

Quando 12 anni fa Ytzhak Frankenthal mi ha introdotto nel Forum delle famiglie colpite da un lutto, per la prima volta nella mia vita mi sono trovato di fronte alla vera e propria esistenza dell’altro lato; in quel momento ? mi vergogno a dirlo ? per la prima volta nella mia vita (avevo 47 anni) incontravo dei Palestinesi in quanto esseri umani normali, proprio come me, con la stessa sofferenza, le stesse lacrime e gli stessi sogni. Per la prima volta nella mia vita entravo in contatto con la storia, la sofferenza, la rabbia e anche la nobiltà e l’umanità di quello che viene chiamato “l’altro lato”.

Il culmine di questo viaggio è stato l’incontro tra me e il mio fratello, il “terrorista”, che ha passato sette anni in una prigione israeliana, il combattente per la pace Bassam Aramin, che ci ha scritto, tra le altre cose, le seguenti toccanti parole:

“…Cari Nurit e Rami. Volevo esprimere la mia identificazione con voi come un fratello in questo triste giorno, l’anniversario della morte della vostra bella e pura figlia, Smadar. Senza dubbio questo è uno dei giorni più tristi, e dal momento che vi ho incontrato non ho avuto il coraggio di scrivervi in proposito, per paura di aggiungere altro dolore e pena ai vostri cuori. Pensavo che il tempo avrebbe probabilmente curato questa profonda ferita. Ma dopo che io stesso ho bevuto allo stesso amaro calice, a cui voi avete bevuto prima di me, quando mia figlia Abir è stata assassinata il 16 gennaio 2007, ho capito che i genitori non dimenticano per un solo momento. Noi viviamo le nostre vite in un modo speciale che gli altri non conoscono, e che io spero nessun altro essere umano, palestinese o israeliano che sia, debba più conoscere…”

Oggi la mia percezione dei due lati è completamente diversa da come era 40 anni fa.

Per me la linea che separa i due lati oggi non passa tra arabi e israeliani o tra ebrei e mussulmani. Oggi la linea passa tra quelli che vogliono la pace e sono pronti a pagare il prezzo per questo e tutto il resto. Loro sono l’altro lato! E oggi l’altro lato, con mia grande costernazione, è il gruppo corrotto di politici e generali che ci comandano e si comportano come una banda di capi-mafia, criminali di guerra, che giocano tra loro a ping-pong con il sangue, che seminano odio e raccolgono morte.

Ma questa sera voglio parlare specificamente a quelli che stanno nel mezzo, che rimangono neutrali e ci guardano dalla linea laterale del campo. Voglio parlare al pubblico israeliano satollo che non paga il prezzo dell’occupazione, il pubblico che ficca la testa nella sabbia e non vuole sapere, che vive in una bolla, guarda la televisione, mangia nei ristoranti, va in vacanza, fa la bella vita e bada ai suoi interessi, che è al riparo dei media ruffiani, che lo aiutano a nascondersi l’amara realtà che è lì, occultata, a soli pochi metri da dove loro vivono: l’Occupazione, il furto di terre e di case, la quotidiana vessazione, oppressione e umiliazione, i checkpoints, l’abominio a Gaza, il lancio di rifiuti ed escrementi sulle strade di Anata (villaggio a sud di Hebron, ndt).

Questa sera voglio rivolgermi specialmente al pubblico di sinistra in tutte le sue sfumature, i disillusi e gli arrabbiati, gli afflitti da apatia, da disperazione e fiacchezza, quelli che si rinchiudono nella loro bolla e brontolano il venerdì sera ma non si impegnano con noi in questa difficile lotta contro la aggressiva e patogena Occupazione che minaccia di distruggere l’umanità di tutti noi. E questa sera, la sera del giorno della Memoria per i morti dei due lati, voglio chiedere loro di unirsi a noi nella nostra lotta contro questa terribile calamità! Voglio dire loro che essere spettatori è essere complici del crimine! Voglio dire loro che sono molti quelli che non sono disposti a stare in disparte, quelli che non sono disposti a stare in silenzio di fronte al male, alla stupidità e alla mancanza di un basilare senso di responsabilità e di giustizia!

E voglio parlare loro dei veri anonimi eroi di questi tempi bui.

Di quelli che sono disposti a pagare un alto prezzo personale per preservare la loro onestà e il rispetto di se stessi, quelli che stanno saldi davanti ai bulldozers con raro e sorprendente coraggio, i refusnik che dicono no al militarismo onnipresente, i combattenti per la pace che hanno deposto le loro armi in favore della resistenza nonviolenta, i dimostranti risoluti che si accalcano contro il terrore della polizia e dell’esercito a Bil’in, a Nil’in, a Sheikh Jarrah e a Silwan ogni fine settimana, gli avvocati che lottano ogni giorno nella Corte militare del campo di Ofer e nell’alta Corte di giustizia, le donne eroiche di Mahsom Watch, i generosi pacifisti che vengono da altri paesi, come Rachel Corrie, che ha dato la sua vita e anche quelli che

denunciano (blow the whistle, oppure whistleblower, letteralmente “fischiare”, ma nel senso di informare, ndt) crimini e cospirazioni da Anat Kam a Gideon Levy e Akiva Eldar, come pure le organizzazioni pacifiste di entrambi i popoli e specialmente le famiglie palestinesi e israeliane colpite da un lutto che stanno producendo il miracolo della riconciliazione, nonostante le loro tragedie.

Più il cielo diventa scuro, più visibili sono le stelle che brillano nell’oscurità! (4) Più l’oppressione diventa ottusa e malvagia, più essi, con il loro eroismo e la loro nobile lotta, salvano l’onore e l’umanità di tutti noi!

E oggi noi abbiamo disperatamente bisogno di espandere il cerchio dell’opposizione nonviolenta all’occupazione! Questa sera faccio appello a voi da qui e dal profondo del mio cuore: uscite dalla vostra bolla! Unitevi alla zanzara che ronza nelle orecchie dell’Occupazione (5), che disturba, irrita e molesta e non lasciate che la Sozzura prevalga nel silenzio (6). Non lasciate che l’altro lato rubi il futuro di tutti noi! Non lasciate che l’altro lato continui a mettere in pericolo la sicurezza dei figli che ci rimangono.

Grazie.

Discorso di Rami Elhanan alla vigilia del giorno della memoria, Combattenti per la pace

Note

1. I canti di spada e falcetto del coro di Nahal (brigata dell’esercito israeliano), http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/2/2f/Nahal2.jpg
2. Elogio funebre per Moshe Dayan di Roi Rutemberg (19.4.1956) http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Quote/dayan1.html
3. Gli israeliani fanno il barbecue la sera prima del giorno dell’Indipendenza.
4. Martin Luther King.
5. Ali Abu Awad.
6. Ze’ev Jabotinnsky: Betar song, http://www.saveisrael.com/jabo/jabobetar.htm

Tradotto dall’ebraico per Occupation Magazine da George Malent,
tradotto dall’inglese da Mariolina Tentoni,
revisione a cura del Centro Studi Sereno Regis.

Titolo originle, inglese: Sowing hate and reaping death
http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=39545

originale in ebraico: http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=39284

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *