Gli Studi per la Pace si estendono sino a comprendere gli altri? – Johan Galtung

Alcune riflessioni su esperienze personali che dipendono da come concepiamo gli studi per la pace. Tre punti chiave:

* essere transnazionali comporta un messaggio: nessuna nazione-civiltà ha un monopolio su teoria e prassi di pace, compreso l’Occidente;

* essere transdisciplinari comporta un messaggio: nessuna scienza o gruppo di scienze ha un monopolio su teoria e prassi di pace;

* raccordare teoria e pratica comporta un messaggio: la verifica è nella prassi, come nella risoluzione del conflitto e nella costruzione della pace.

Il primo punto è problematico per quelli che considerano l’Occidente in generale, e gli USA in particolare, come i portatori della teoria e prassi di pace, e può comportare problemi politici.

Il secondo punto è problematico per quelli che considerano una sociologia, e gli studi internazionali in particolare, come la portatrice di studi per la pace, e può condurre a problemi di campanilismo accademico.

Il terzo punto è problematico per quelli con politiche bell’e pronte senza bisogno di riesame, e può condurre a problemi di comunicazione su questioni controverse sulle quali ci dividiamo.

C’è un modo di evitare tali problemi: adottare una piattaforma occidentale anziché globale, essere monodisciplinari, emettere descrizioni, non prescrizioni a mo’ di premesse per politiche già decise, con qualche variazione inessenziale. Restare accademici, solamente; sul sicuro.

E c’è un modo di risolvere i problemi di comunicazione: non avendo nulla da dire. Ma gli studi per la pace offrono qualcosa:

* se si vuole superare la violenza, identificare i conflitti soggiacenti, compresi quelli strutturali, provando a risolverli;

* per identificare i conflitti, parlare con tutte le parti in gioco per capire i loro obiettivi fra quelli in conflitto;

* per risolvere i conflitti cercare insieme a tutte le parti una nuova realtà che contempli gli obiettivi legittimi dei confliggenti;

* una soluzione sostenibile presuppone parità-simmetria, che quel che si vuole per sé si dev’essere disposti a darlo agli altri se lo vogliono;

* lo stesso vale per i progetti di costruzione della pace: equità, uguaglianza.

Per un norvegese maschio avanti con gli anni ci sono alcune questioni su cui ci si divide da mettere in comunicazione.

Si prenda il genere. I punti succitati sono presenti fin dall’inizio e si rivolgono direttamente alla condizione femminile. Le donne sanno che le relazioni fra generi non funzionano senza parità, e che c’è di mezzo una solida struttura, il patriarcato. Gli uomini possono diventare scettici, sentendosi delegittimati.

Si prendano le generazioni. Mediante il progetto SABONA (“ti vedo” in zulu, ora presente in Norvegia, Spagna e Irlanda, sostenuto dal programma UE Comenius) abbiamo verificato che i bambini fanno in fretta a capire i punti salienti su violenza, conflitto e pace, del tipo: “voglio proprio qualcosa, ma quel bullo probabilmente la vuole anche lui, scopro che cosa e cerco una soluzione”. Un libro per bambini sulla risoluzione dei conflitti, A Flying Orange Tells Its Tale [i] (Un’arancia volante racconta, a proposito di “due ragazzini, un’arancia”, in sei lingue) potrebbe essere interessante anche per gli adulti. Ma gli adulti sono addestrati per punire la cattiva condotta, non nel chiedersi perché; talvolta i ragazzini hanno da insegnare loro. E gli adulti possono diventare scettici, sentendosi delegittimati.

Si prenda la nazione, la civilizzazione. Un piccolo paese NATO, obbediente agli USA con ben più di 240 interventi in altri paesi, fornitore USA di armi sofisticate e legittimità politica. Andare oltre, cercare di comprendere il punto di vista del blocco sovietico, ha portato a una polizia segreta di sorveglianza. Andare oltre l’Occidente fino ad altre civilizzazioni, in cerca di pace, all’India di Gandhi, al Giappone, al pensiero buddhista basato sul tetralemma (anziché sul dualismo), allo yin/yang taoista (anziché Aristotele-Cartesio) ha provocato accuse di “esoterismo, misticismo”.

Non c’è bisogno di dire che tali tentativi di gettare dei ponti furono ben accolti dall’altra parte, con dialoghi affascinanti. E ciò ha reso l’Occidente politico e culturale ancor più scettico, sentendosi delegittimato, per paura di perdere qualcosa. C’è molto in gioco: una cosmologia angusta piuttosto che una più ampia.

Come coinvolgere le élite occidentali militari-politico-culturali?

Non è problematico: il biglietto d’ingresso non è un’analisi profonda, né previsioni precise, bensì rimedi promettenti. I problemi si ammettono più facilmente quando le soluzioni sembrano a portata di mano; un tunnel ha bisogno di un buco da cui entri un po’ di luce per rischiararlo. Superato quel test, abbondano domande sull’analisi e le previsioni, bisogna essere ben preparati. Ciò è avvenuto centinaia di volte “agli alti livelli”. Bisogna essere d’aiuto, costruttivi, non critici-moralizzanti. L’educazione alla pace e il giornalismo di pace serviranno, nel lungo periodo.

Certe élite culturali occidentali possono reagire come quelle buddhiste-taoiste allorché dovettero confrontarsi con la scienza occidentale: Interessante! Ancora!! Per altri è un ponte di ritorno all’Occidente: l’Occidente nascosto. Perché tanto Tucidide con il suo “la cosa che è stata è quella che sarà” [ii] positivista-pessimista, e non anche Senofonte che disse “le sole conquiste che durano sono quando gli uomini si sottomettono volontariamente a coloro che sono migliori di essi stessi. L’unico modo di conquistare davvero un paese è mediante la generosità”. Perché tanto Hobbes-Clausewitz e così poco Kant?  Perché Machiavelli che consiglia Il Principe di essere forte e punitivo quando c’è anche Erasmo su come allevare un principe cristiano? Perché tanto Agostino-Tomaso d’Aquino a proposito di guerra giusta e così poco sul sagrado experimento gesuita in Paraguay? Che l’Occidente pacifico informi quello belligerante.

Il modello: la scienza medica; esplorazioni transdisciplinari della teoria, prassi transnazionale, alla portata di tutti. I problemi erano più teologici che politico-accademici, ma c’è voluto tempo. Non uno sfolgorante successo, ma molto utile; talvolta medicina scolastica, dogmatica. Gli studi per la pace offrono un’igiene del conflitto, norme semplici come il lavarsi le mani, i denti; si spera che non diventino dogmatiche. E senza dubbio col bisogno di dialoghi prolungati con chiunque si entri in contatto – come cercano di fare i bravi medici.

Note

[i]. Illustrato da Andreas Galtung, [email protected]; Kagge, Oslo 2003, edizione inglese: Kolofon, Oslo 2007.

[ii]. Titolo del capitolo su Tucidide in Edith Hamilton, The Greek Way [La via greca], Norton, New York NY 1930, 1942, pp. 183-203, seguito da un capitolo su Xenofonte, pp. 204-226, citazione p. 214.

10 maggio 2010 – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Do Peace Studies Reach Out, Including Others?

http://www.transcend.org/tms/2010/05/do-peace-studies-reach-out-including-others/

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