Come finiscono le guerre – Johan Galtung

«Solo 400 avevano partecipato alla battaglia del ponte, ma col procedere del giorno il numero aumentò di alcune migliaia. Essi sparavano alle colonne del nemico da dietro le cancellate, gli alberi, i granai, i muri, da dentro le case, poi ricaricavano e si lanciavano in avanti e sparavano di nuovo. Questo era un nuovo strano modo di fare la guerra ai britannici, che non avevano esperienza e non erano preparati a ciò. A loro sembrava disonorevole nascondersi e sparare agli uomini all’aperto dove non potevano neppure vedere i loro nemici. Come una giubba rossa scrisse alla sua famiglia: essi non ci sparavano come un esercito regolare ma come dei selvaggi».(1)

Questo suona familiare oggi. Così come nella rivoluzione americana, la guerra d’indipendenza che cominciò il 19 aprile 1775, sulla strada Boston – Lexingtong-Concord in Massachusset. I selvaggi vinsero. 235 anni dopo questi sono insieme ai britannici contro i “selvaggi” in Iraq, in Afganistan, e contro il terrorismo. Si prevede la vittoria? No, il futuro non ha in serbo la vittoria né la sconfitta.

Possiamo ricercare le origini della guerra in Grecia, di cui parlava il citatissimo Tucidide e l’assai meno citato Senofonte. Oppure nei tornei feudali, uomini armati di lance a cavallo senza la sella, che si uccidevano tra loro, senza arbitri, marescialli sul campo che dichiaravano la vittoria e le loro concessioni. Lo sport diventato guerra, con un inizio e una fine.

Tutto ciò fu trasferito nella modernità e nel sistema statale della “pace” di Wesphalia, 24 ottobre 1648, attraverso la dichiarazione e la capitolazione, circoscrivendo la guerra come una successione di battaglie. Il diritto di uccidere era condizionato al dovere di correre il rischio di essere ucciso, con onore e coraggio e con l’ultimo onore al più coraggioso di diventare un eroe.

Il diciannovesimo secolo fu testimone dell’erosione della cavalleria e dello sport per la guerra totale, fino all’estremo limite, “prosecuzione della politica con tutti i mezzi necessari”(Clausewitz, persino più brutale del francese Jomini sullo stato maggiore di Napoleone e dell’americano Dennis Hart Mahan). Non limitata a un campo di battaglia: mobilità, colpendo le linee di rifornimento, attacchi massicci su una parte dopo l’altra, per la totale distruzione delle forze del nemico, e la violenza come forza demoralizzante, attaccando donne, bambini, vecchi.

Storicamente noi vediamo tre conseguenze che non si escludono.

Primo, poiché il militare è così brutale ed efficiente perché non usare il terrorismo (di stato) per combattere i civili che non sono in grado di contrattaccare?

Secondo,la guerriglia dei civili come il 19 aprile 1775, che anticipò gli spagnoli contro Napoleone, 2 maggio 1808, il Viet Nam contro gli USA e l’Afghanistan contro i sovietici, vincendo non singole battaglie ma la guerra.

Terzo, nonviolenza come fu inventata da Gandhi, l’eroico guerriero nonviolento, ponendo fine al colonialismo e alla guerra fredda, possibilmente ispirata alla brutalità della vendetta dei britannici per l’ammutinamento del Sepoy, non presa in considerazione da Obama nel suo discorso belligerante sulla guerra giusta alla cerimonia per il Nobel del 2009.

Clausewitz preparò la sua rovina, e attualmente la stiamo sperimentando (2). La previsione è che l’Occidente non sconfiggerà mai questa triplice guerra, o un islam che non capitolerà mai di fronte agli infedeli, superando di cinque volte gli americani. Ma il nostro cervello di rettile ha un’alternativa al combattere: combattere. La soluzione vietnamita non essendo disponibile per l’ultima sconfitta.

Passati sono i vecchi tempi quando il potere era diritto e una resa senza condizioni era la fine di una catena ininterrotta di guerre degli USA, dal 1812, la battaglia finale della guerra di indipendenza, al 1953, l’armistizio della guerra di Corea. Passati sono i giorni in cui il potere era segno di mandato divino. Dio era dietro. Tra i cristiani, Dio favorisce i più potenti. Tra i musulmani, forse. Ma certamente non attraverso questa divisione.

Finiti sono i tempi dell’eroismo della battaglia faccia a faccia. Seduti al computer del Pentagono dirigendo i droni, o in un abitacolo a 44.000 piedi di altezza per colpire le “coordinate”, in favore della codardia.

O piuttosto, i rischi cambiano con le guerre. Quando coloro che si suicidano sono più numerosi di quelli uccisi sul campo, la realtà è cambiata.

Di fronte alla scelta tra una vittoria molto elusiva, la sconfitta, e la lotta, la risoluzione del conflitto potrebbe aumentare la sua attrazione.

Il problema è ciò che si ottiene. Potrebbe essere altrettanto elusivo.

Gradualmente il discorso prevalente dei costi-benefici della guerra, così naturale in una società militarista-capitalista come gli USA, con coloro a favore che concludono che ne vale la pena e coloro contro che non ne vale la pena, ha portato a riflettere sulla risoluzione del conflitto rispetto a questi temi. Ma potrebbe rivelarsi anche elusivo date le premesse.

L’intero insieme deve essere visto dall’alto, tutte le parti, tutti gli obbiettivi, i valori, gli interessi e dove confliggono, le incompatibilità. La strada passa attraverso la comprensione degli obiettivi dell’altro e dei propri. Di solito sono obiettivi legittimi rispetto a tutte le parti.

E poi la risoluzione: né a favore, né contro se stessi, idealmente qualcosa di nuovo che mette d’accordo tutte le parti, accettabile e sostenibile. Né attraverso la minaccia, né attraverso la corruzione, ma con il peso di una visione attraente, sostenuta da un inaccettabile incubo se tutto fosse lasciato irrisolto.

Razionalità, senso comune, ma spesso scarse opportunità. E non può essere fatta solo da una parte, deve essere fatta da tutte le parti insieme, preferibilmente col dialogo sotto la guida di un’autorità imparziale, possibilmente mediante una conferenza ad hoc delle Nazioni Unite.

Per gli USA abituati a imporre soluzioni dopo una vittoria, questa è davvero una cosa scioccante. E oltre alla mancanza di volontà si aggiunge forse l’incapacità.

Che succede allora? Senza vittoria, senza sconfitta, senza voli, senza soluzione accettabile? Bloccati, certamente lottando contro il tempo. Ci sarà denaro per gli eserciti e i mercenari ancora per qualche tempo. Possibilmente promozioni, pensioni più alte . E così via.

E allora, cosa significa tutto ciò? Niente di quanto abbiamo detto, tranne il punto n 5, gli USA che diventano irrilevanti.

Gli altri –Turchia? Iran? Cina? Russia?- tracceranno le linee di una risoluzione del conflitto. E gli USA retrocederanno come in Viet Nam, proprio da altre tre guerre. Alla fine degli affari.

Note

1-Joseph P. Cullen, History of the American Revolution, Harrisburg PA: The National Historical society, 1972.

2-Dale O. Smith, U.S. Military Doctrine, New York NY: Little, Brown and Company, 1955, p. 54.

3 maggio 2010

Titolo originale: How Do Wars End?

http://www.transcend.org/tms/2010/05/how-do-wars-end/

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