Riprendendosi dall’empatia – Robert C. Koehler

Quello cui ho pensato lì per lì guardando quei 17 minuti di video sugli irakeni (17-minute WikiLeaks video) – compreso un fotografo Reuters e il suo autista – mentre vengono incalzati e colpiti per strada a Baghdad nel 2007 da un elicottero USA. è stato un album di cartoline pubblicato una decina d’anni fa.

Redatto da James Allen, si chiama Without Sanctuary (Senza rifugio). Mi sa che è di quelli che non si tengono sul tavolino da caffè. Le cartoline e varie altre fotografie macchiate, sfrangiate – un centinaio – ritraggono per lo più dei neri, qualche donna, qualche bianco, mentre stanno per essere linciati o subito dopo, negli Stati Uniti, nella prima metà del XX secolo. I cadaveri spenzolanti o bruciati sono circondati quasi sempre da astanti torvi o ghignanti o con sorrisi benevoli, fra loro anche bambini. E’ il documento storico più surreale e disturbante mai visto in vita mia.

E’ una cruda testimonianza di svalutazione della vita umana, e questo è il filo che lo lega al video, che – comunque lo si giustifichi in nome della guerra, o si imprechi come fece il ministro della Difesa in quanto “fuori contesto” – riprende i componenti dell’equipaggio dell’elicottero che ridacchiano esaltati mentre uccidono una dozzina di persone (“Oh sì, guardali ‘sti bastardi, morti”), compreso l’autista del furgone che stava cercando di salvare un ferito.

Quando le truppe a terra scoprono due bambini feriti nel furgone, colpiti con proiettili perforanti (“Guarda quello, proprio attraverso il parabrezza”), uno degli elicotteristi commenta: “Beh, è colpa loro se si portano i figli in battaglia”.

Ed è qui è che l’immagine mi raggela, e rimango di stucco, macinato dalla mia indignazione e disperazione, proprio come succede – a me e a milioni di americani – da quando fu lanciata la guerra al terrorismo nel 2001 fra tutte le sue bugie e la sua vigliacca virtuosità. Per amor di Dio, stiamo uccidendo della gente; in quantità industriale, con brutalità altamente tecnologica. Non stiamo neppure difendendoci: abbiamo inventato un nemico di sana pianta.

Stiamo . . . uccidendo . . . persone.

Ma non importava allora e non importa ora. Chi difende questa guerra, o la guerra in generale – o la porzione infinitesimale di guerra ritratta nel video WikiLeaks – ha un’interminabile riserva di razionalizzazioni che hanno senso solo entro una coscienza grevemente incallita, incapace o timorosa di attraversare la linea di demarcazione fra noi e loro, chiedendosi, en passant: “E se quei bastardi morti fossero i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli?” Chiedetevelo e le cose cominciano a cambiare. Si chiama empatia. Fatela vostra e non potrete più tollerare la guerra – non questo tipo di guerra, moderna, impersonale, combattuta dall’alto – come modo per affermare gli interessi degli affari e dell’impero, o di attuare una visione geopolitica. Se troppe persone attraversano quella linea, è un grosso problema per l’economia di guerra. E’ la riedizione della “sindrome del Vietnam”, per riprendersi dalla quale c’è voluta una generazione. I poteri in atto, che si sono presi una bel colpo con le foto delle torture di Abu Ghraib, certamente non vogliono che un video contrabbandato e decriptato distrugga tutta quella meticolosa programmazione.

I media che inizialmente sostennero la guerra al terrorismo continuano, provvidenzialmente, a trattare tutte le faccende a essa correlate con empatia zero. Così facendo, essi e gli esperti indifferenti di cui sollecitano citazioni, sono in grado di blandire molti patrioti che si sentono colpevoli e confusi facendoli tornare alla sicurezza psicologica.

Il New York Times, da sempre alla guida in tale sforzo, recentemente ha pescato degli psicologi per “spiegare” il video: “Non si vogliono combattenti sciocchi o che facciano false partenze, bensì è il loro lavoro distruggere il nemico, e un modo per essere capaci di farlo è vederlo come un gioco, in modo che le persone non sembrino vere”, ha detto lo psicologo dell’esercito Bret A. Moore.

E in tal modo quegli spettatori del video che sono rimasti scioccati nello scoprire quanto sia davvero reale e bruttina la guerra possono rilassarsi e riprendersi dal loro attacco di empatia. La guerra è un gioco, vedi un po’? Questi tizi stavano facendo il loro lavoro. Tutti, fino in cima alla catena di comando, stavano facendo il loro lavoro. E i giornalisti d’opinione prevalente continueranno a descrivere tali lavori senza mettere in discussione i parametri del gioco.

Così Yochi J. Dreazen, scrivendo sul Wall Street Journal, spiega che “il Ministro della Difesa Robert Gates ha detto che le vittime civili in Afghanistan stavano ponendo una sfida strategica al successo USA sul campo di battaglia in loco. . . .”

I morti civili afghani sono “un problema”. Fanno arrabbiare altri afghani che allora passano col nemico. Uno dei problemi cui faceva riferimento Dreazen nel suo resoconto era l’American Special Forces operation dello scorso febbraio a Gardez, in cui furono uccisi cinque civili, comprese due donne incinte, durante un’incursione su quella che risultò essere una doccia per neonati. Gli americani, rendendosi apparentemente conto di aver preso un granchio, cercarono di procurarsi un alibi estraendo le proprie pallottole da alcuni cadaveri, secondo alcuni testimoni. Cosa se non altro non ripresa nel video.

Mentre la guerra al terrorismo, o comunque si chiami nell’era Obama, un giorno o l’altro terminerà in un vergognoso arresto, io dispero che varrà a fermare la prossima. Il video girato in maniera occasionale non può stare alla pari con un establishment mediatico i cui empatimetri sono tarati a zero.

TRANSCEND Media Service, 19.04.10

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: Recovering From Empathy

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