Pillola … nebbiosa!

Occorre premettere che l’Islanda è il mio paese preferito, che vorrei andare a viverci, aprendo una serra di vegetali e insegnando yoga, che l’inglese lo so già parlare (più o meno)… così si capirà che sono stata contenta dell’eruzione del vulcano dal nome impronunciabile. Ma poi, dovendo scrivere la Pillola settimanale mi venivano in mente cattiverie del tipo: «Così impariamo a volare continuamente» oppure «Così la Natura ci ha rimessi al nostro posto» o ancora «Troppe volte diamo tutto per scontato e questo evento dovrebbe farci riflettere» o infine «Siamo delle pulci in confronto alla Natura e tutta la nostra sofisticata tecnologia fa ridere di fronte a una cosa del genere. Che bello!». Ma tutto mi sembrava troppo violento e mi sentivo già in colpa perché non provavo alcuna solidarietà nei confronti di tutti quei viaggiatori costretti a bivaccare negli aeroporti (come nel carinissimo film The Terminal, con Tom Hanks). Però, mi son detta, che dovremmo smettere davvero di viaggiare in aereo, di qua e di là come falene impazzite, per futili motivi (e il turismo lo è quasi sempre) è un fatto, e non lo dico solo io. Allora sono andata a cercare sull’ultimo libro che ho scritto (e pubblicato) e ho estrapolato qualcosa dal capitolo Della mania del viaggiare:

Perché in fondo viaggiare che cos’è? Accumulare. Accumulare, collezionare, raccogliere immagini, ricordi, oggetti, per poi rimpiangerli, ricordarli, desiderarli, in un sogno non realizzato di conoscenza. Perché ormai non si può più viaggiare come si faceva una volta, per tre, sei mesi all’anno, fermandosi in un luogo abbastanza a lungo per riuscire a conoscerlo, a viverlo, invece che solo «vederlo», «visitarlo», «consumarlo». Il viaggio si fa sempre più lontano, sempre più velocemente, in aereo, così ti ritrovi uguale a te stesso con un altro scenario e niente più, portandoti dietro tutto il tuo bagaglio preparato in Italia e cercando gli spaghetti ovunque vai. […] lo stress del volo, la fatica di spostarsi a latitudini sconosciute senza avere il tempo di conoscere i luoghi, il cibo, il ritmo di vita, le persone perché da quando arriviamo e ci adattiamo a quando dobbiamo tornare il tempo è volato! Risultato: un pugno di fotografie, la dissenteria, magari qualche emozione (comunque e sempre «turistica») ma ne è valsa la pena, abbiamo soddisfatto la nostra sete di conoscenza; possiamo raccontare, del posto che abbiamo visitato, qualcosa di più di quello che già fanno le foto o che farebbe molto meglio un libro sull’argomento? […] Invece perché non facciamo un’inchiesta sul luogo dove abitiamo […] Proviamo a «rendere omaggio» al luogo in cui siamo nati o dove siamo andati ad abitare […] sentendoci un po’ turisti a casa nostra saremo spronati a visitare località vicine e a poco a poco l’intera regione, e non ci verrà la mania di fotografare tutto, perché potremo vedere dal vivo, ogni volta che vorremo, ciò che ci è piaciuto, in diverse stagioni, in differenti ore del giorno… Un po’ come i bambini che anche quando vengono con noi per l’ennesima volta dal panettiere, lungo la strada sembrano scoprire ogni volta qualcosa che non avevano ancora visto, ed è così! […] E infine il nostro modo occidentale e colonialista di viaggiare sarà sempre quello del visitatore dello zoo (Semplicità volontaria. Come consumare di meno e vivere meglio, in armonia con l’ambiente, pp. 140-1-2, Anteprima, Torino 2008).

(a cura di Cinzia Picchioni – Per contatti: via Bertola, 57 – Torino – 011539170)

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