Gianluca Solera, Muri, lacrime e za’tar – Recensione di Ilaria Zomer

Gianluca Solera, Muri, lacrime e za’tar, Nuova Dimensione, Portogruaro, Venezia 2007. Prefazione di Michel Sabbah e Postfazione di Luisa Morgantini.

L’ ennesimo racconto di viaggio di Palestina? Assolutamente no. Ogni viaggio in Palestina è IL VIAGGIO. Come un puzzle troppo complicato da fare in una sola occasione, la comprensione del conflitto israelo-palestinese richiede la conoscenza della figura d’ insieme che si vuole ottenere, ma a un primo impatto non è certo chiaro come si incastreranno le migliaia di pezzi sparsi davanti a noi. Piano piano ogni piccolo tassello viene studiato singolarmente e, come in un’ illuminazione folgorante, incastrato con altri, magari simili, perché dello stesso colore o forma, ma mai perfettamente uguali, e ciò che era prima diviso e sconnesso appare alla fine unito in un unico insieme.

Purtroppo nessun libro potrà mai lasciare a un assetato di conoscenza della situazione mediorientale un quadro esaustivo e completo, come c’è da aspettarsi di ogni testo che parla di vicende umane. Il pregio di “Muri, Lacrime e Za’tar” è che la complessità e la sfaccettatura diventano il filo rosso del libro stesso.

Solera conduce il lettore fra decine di interviste ed episodi vissuti che come istantanee fotografano l’ esistenza, la sopravvivenza e la vita nella Terra Santa. Spetta al lettore creare il proprio puzzle, la propria idea del conflitto.

Lo sguardo di Solera non risulta però indifferente alla realtà che lo circonda, il libro è pervaso da una profonda umanità e l’ esigenza di dare una spiegazione, in primo luogo a se stesso, lo conduce a chiedere agli umili rappresentanti della sua fede il perché di tanta sofferenza.

Ecco allora toccanti interviste alla comunità cristiana di Terra Santa, perché una comunità cristiana esiste, sopravvissuta due millenni, ignorata dai pellegrini e ogni giorno più vessata. La comunità cristiana è spesso ignorata nelle trattazioni sul conflitto invece, sembra dire l’ autore, è portatrice di un messaggio di pace forte, soprattutto da parte dei parroci che, in campagna, tra le colline coperte di ulivi e le colonie israeliane, lottano, con la propria comunità, contro l’ apartheid, semplicemente resistendo nei luoghi in cui hanno vissuto da sempre.

Tuttavia i cristiani non sono soli e Solera dà voce a tutti i costruttori di pace che da un lato e dall’altro del muro costruiscono ponti di speranza. E dà voce pure a quelli che dividono e innalzano il muro sempre più, perché capire il conflitto significa anche imbattersi in coloro per cui risoluzione vuol dire vittoria e distruzione dell’ altro.

I personaggi, che parlano ampiamente dalle pagine, si alternano incessantemente, dando un ritmo alla narrazione piuttosto incalzante. Un buon libro per farsi un’ idea per chi un’ idea non se l’è mai fatta e per capire l’ idea degli altri per chi già ce l’ ha.

Buona lettura.

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