La dichiarazione di Cocoyoc – Johan Galtung

Dall’8 al 12 ottobre 1974 si svolse un convegno su “Paradigmi d’utilizzo delle risorse, strategie per l’ambiente e lo sviluppo” a Cocoyoc in Messico organizzato dai direttori del Programma ambientale ONU (UNEP) e della Conferenza ONU per il Commercio e lo Sviluppo (UNCTD), Maurice Strong e Gamani Corea. Relatori erano Barbara Ward per l’uso delle risorse e l’ambiente e Johan Galtung per le strategie di sviluppo. Quella parte della Dichiarazione di Cocoyoc – adottata dai partecipanti – è riprodotta qui sotto, con una certa tristezza: è altrettanto valida oggi, oltre 30 anni dopo. I due direttori ricevettero un telegramma lungo poco meno di un metro dal Dipartimento di Stato USA che respingeva totalmente la dichiarazione. Firmato: Henry Kissinger.

Dalla Dichiarazione di Cocoyoc (GE.74~10536)

1. Lo scopo dello Sviluppo

Nostra prima preoccupazione è ridefinire l’intero scopo dello sviluppo, che dovrebbe essere non sviluppare cose ma l’uomo. Gli esseri umani hanno bisogni fondamentalii: cibo, casa, vestiti, sanità, educazione. Qualunque processo di crescita che non conduca alla loro soddisfazione – o peggio ancora li impedisca – è una mistificazione dell’idea di sviluppo. Siamo ancora a uno stadio in cui la preoccupazione maggiore dello sviluppo è il livello di soddisfazione dei bisogni fondamentali per i settori più poveri di ciascuna società, che possono essere anche il 40% della popolazione. Scopo primario della crescita economica dovrebbe essere assicurare un miglioramento nelle condizioni di tali gruppi. Un processo di crescita che avvantaggi solo la minoranza più ricca e mantenga o addirittura aumenti le disparità fra ed entro i paesi non è sviluppo. E’ sfruttamento. E il momento per cominciare il tipo di vera crescita economica che conduca a una migliore distribuzione e alla soddisfazione dei bisogni fondamentali per tutti è oggi. Crediamo che trent’anni d’esperienza con la speranza che una rapida crescita economica che avvantaggia quei pochi possa “ricadere” sulla massa della gente si sia dimostrata illusoria. Respingiamo perciò l’idea della “crescita prima e giustizia nella distribuzione dei benefici poi”.

Lo sviluppo non dovrebbe limitarsi alla soddisfazione dei bisogni fondamentali. Ci sono altri bisogni, altri obiettivi, e altri valori. Lo sviluppo comprende la libertà d’espressione e di stampa, il diritto di dare e ricevere idee e stimoli. C’è un profondo bisogno sociale di partecipare nel plasmare le basi della propria esistenza, e di dare qualche contributo al modellamento del futuro del mondo. Soprattutto, lo sviluppo include il diritto al lavoro, col che non s’intende solo un posto di lavoro bensì trovare auto-realizzazione nel lavoro, il diritto di non essere alienati dai processi produttivi che usano gli esseri umani semplicemente come attrezzi.

2. La diversità dello Sviluppo

Molti di questi bisogni, fini e valori più che materiali, dipendono dalla soddisfazione dei bisogni fondamentali che sono la nostra preoccupazione primaria. Oggi non c’è consenso sulle strategie da perseguire onde giungere alla soddisfazione di questi bisogni. Ma ci sono alcuni buoni esempi anche fra i paesi poveri. Essi chiariscono che il punto di partenza per il processo di sviluppo varia considerevolmente da un paese all’altro, per ragioni storiche, culturali e altre ancora. Conseguentemente, sottolineiamo il bisogno di perseguire molte diverse strade di sviluppo. Respingiamo la visione unilineare secondo la quale lo sviluppo sarebbe essenzialmente e inevitabilmente lo sforzo di iniziare il modello storico dei paesi che per varie ragioni hanno la ventura di essere ricchi oggigiorno. Per questa ragione respingiamo il concetto di “divari” nello sviluppo. Il fine non è “inseguire” ma assicurare la qualità di vita per tutti con una base produttiva compatibile con i bisogni delle generazioni future

Abbiamo parlato della soddisfazione minima dei bisogni fondamentali. Ma c’è anche un livello massimo, ci sono sia soffitti sia pavimenti. Si deve mangiare per vivere; ma si può anche mangiare troppo. Non ci serve produrre e consumare sempre più se il risultato è un crescente bisogno di tranquillanti e cliniche per malattie mentali. E così come si ha una limitata capacità di assorbire beni materiali, sappiamo che la biosfera ha una capacità di carico finita. Alcuni paesi ne abusano in un modo che è ampiamente sproporzionato rispetto alla propria quota di popolazione. Pertanto essi creano problemi ambientali ad altri oltre che a se stessi.

Di conseguenza, il mondo oggi non si trova di fronte solo l’anomalia del sottosviluppo. Possiamo anche parlare di tipi di sviluppo di sovraconsumo che violano i limiti interiori dell’uomo nonché i limiti esteriori della natura. In tale prospettiva, abbiamo tutti bisogno di ridefinire i nostri obiettivi, delle nuove strategie di sviluppo, dei nuovi stili di vita, ivi compresi schemi più sobri di consumo fra i ricchi. Benché la prima priorità sia assicurare i valori minimi, cercheremo anche strategie di sviluppo che possano essere utili ai paesi ricchi, nel loro interesse personale illuminato, a trovare modalità di vita più umane, meno sfruttatrici della natura, degli altri, di se stessi.

3. Autosufficienza

Crediamo che una strategia basilare di sviluppo debba mirare a una maggiore autosufficienza nazionale, che non vuol dire autarchia, ma comporta vantaggi reciproci nel commercio e nella cooperazione e una più equa ridistribuzione delle risorse per soddisfare i bisogni fondamentali. Essa significa aver fiducia in se stessi, basandosi soprattutto sulle proprie risorse, umane e naturali, e sulla capacità di stabilire autonomamente obiettivi e decisioni. Esclude la dipendenza da influenze e poteri esterni che si possano trasformare in pressioni politiche. Esclude modalità commerciali sfruttatrici che privino i paesi delle proprie risorse naturali per il loro sviluppo. Esiste ovviamente un ambito per il trasferimento di tecnologia, ma l’orientamento dovrebbe consistere nell’adattarla e nell’inventarne una locale. Questo implica il decentramento dell’economia mondiale, e talvolta anche di quella nazionale per accrescere il senso della partecipazione personale. Ma implica anche maggiore cooperazione internazionale per l’autosufficienza collettiva. Soprattutto, vuol dire fiducia nelle persone e nelle nazioni, affidamento sulla potenzialità delle persone stesse d’inventare e generare nuove risorse e tecniche per aumentare la propria capacità di assimilarle e impiegarle per un uso sociale benefico, assumendo un adeguato controllo sull’economia, e generando il proprio modo di vivere.

In tale processo, l’educazione per una piena consapevolezza e partecipazione sociale avrà un ruolo fondamentale e bisognerà esplorare il grado in cui ciò sia compatibile con le attuali modalità scolastiche.

Per arrivare a questa condizione di autosufficienza, saranno spesso necessari fondamentali mutamenti economici, sociali e politici delle strutture sociali. Altrettanto necessario è lo sviluppo di un sistema internazionale compatibile con l’autosufficienza e capace di sostenere il cambiamento verso di essa.

L’autosufficienza a livello nazionale può anche implicare un distacco temporaneo dall’attuale sistema economico; è impossibile sviluppare l’autosufficienza mediante una piena partecipazione in un sistema che perpetua la dipendenza economica. Ampie parti del mondo odierno sono costituite da un centro che sfrutta una vasta periferia oltre al nostro patrimonio comune, la biosfera. L’ideale di cui abbiamo bisogno è un mondo cooperativo e armonico nel quale ogni parte sia un centro, che vive senza pesare su nessun altro, solidale con la natura e con le generazioni future.

C’è una struttura internazionale di potere che resisterà a ogni cambiamento in tale direzione. I suoi metodi sono ben noti: intenzionale mantenimento dello squilibrio incorporato nei meccanismi esistenti del mercato internazionale, altre forme di manipolazione economica, ritiro o mancata concessione di crediti, embarghi, sanzioni economiche, uso sovversivo degli enti di spionaggio, repressione compresa la tortura, operazioni anti-insurrezionali o perfino interventi militari su larga scala. A coloro che contemplano l’uso di tali metodi diciamo: “Giù le mani! Lasciate che i paesi trovino la propria via verso una vita più piena per i propri cittadini”. A coloro che sono – talvolta controvoglia – strumenti di tali disegni – cattedratici, uomini d’affari, poliziotti, soldati e molti altri – vorremmo dire: “rifiutatevi di venire usati per negare ad altre nazioni il diritto di svilupparsi”. Agli scienziati in discipline naturali e sociali che collaborano a progettare gli strumenti d’oppressione vorremmo dire: “il mondo ha bisogno dei vostri talenti a scopi costruttivi, per sviluppare nuove tecnologie vantaggiose per l’uomo e non nocive per l’ambiente”.

Transcend Media Service, 29 Marzo 2010
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: THE COCOYOC DECLARATION
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2931

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