Femminilizzare le notizie dall’Afghanistan – Jake Lynch e Annabel McGoldrick

Per gran parte di questo decennio la guerra in Afghanistan è stata oscurata nei media dei paesi che vi partecipano dalle notizie sull’Iraq, al punto da diventare, ancora una volta, la “guerra dimenticata”. Tale valutazione si basa sui reportage del 2006, cioè da quando l’Afghanistan ha acquistato maggior rilievo, mentre la gran parte delle notizie riportate in quegli stessi media trattava della vita e della morte delle truppe occupanti e/o di dichiarazioni di politici autorevoli sui motivi per cui fossero decisi a “mantenere la rotta”.

Questo testimonia del persistente predominio del giornalismo di guerra. I ricercatori nel campo dei media Robert Hackett e Birgitta Schroeder hanno analizzato il contenuto di 522 articoli della stampa canadese, israeliana e USA nonché di Al Jazeera Online, a proposito della guerra in Afghanistan e la simultanea guerra in Libano nel 2006. Hanno trovato dieci criteri specifici del giornalismo di guerra, derivati dal modello Galtung, presenti in media nel 51.9% degli articoli, mentre gli equivalenti per un giornalismo di pace erano presenti solo al 31.6%. Il giornalismo di guerra era più dominante in storie provenienti dall’Afghanistan stesso che in qualunque delle altre dieci fonti locali, e “l’orientamento dell’élite” era il secondo criterio più frequente in tutta quanta la ricerca, dopo quello del “focalizzarsi sul qui e ora”.

Ciò indica che il costo umano della guerra in Afghanistan viene sistematicamente sminuito, in accordo con le impressioni e le innumerevoli storie dei grandi media occidentali lungo gli anni, per cui le voci degli afghani stessi sono quasi sempre escluse. Qui in Australia, per esempio, ogni volta che ci sono notizie di un ulteriore spiegamento di truppe o di uno sviluppo diplomatico, le fonti si limitano ai dirigenti militari e/o politici per la vasta maggioranza della trattazione che se ne fa localmente. I sondaggi d’opinione indicano senza contraddizione che gli australiani preferirebbero che le proprie truppe fossero richiamate, ma politicamente non se ne fa quasi nulla perché i maggiorenti di entrambi i partiti maggiori sono d’avviso contrario; e non affiora quasi mai nei media. Così non c’è quasi la percezione dell’urgenza di promuovere la “rilevanza” – come la chiama William Crano – del tema.

Non essendoci visi noti per la sofferenza causata dalla guerra – e magari compresi nelle statistiche demografiche – è probabile che venga percepita, per usare una metafora del concetto introdotto da Crano, dall’opinione pubblica dei paesi belligeranti un po’ come un prurito da grattare di tanto in tanto ma non così irritante da richiedere un cambiamento di politica.

Tale schema ha permesso ai politici e decisori dell’era di Obama – un periodo precedente il suo effettivo insediamento, probabilmente risalente alla sua campagna per la candidatura democratica – di presentare quella dell’Afghanistan come la “guerra giusta”, anche se quella irakena era la “guerra sbagliata”. Sin dai giorni precedenti la prima notte d’incursione “shock and awe” su Baghdad nel 2003, numerosi corrispondenti dalla città mandavano rapporti a influenti media occidentali caratterizzati dall’umanizzazione del nemico, raccontando storie di comuni cittadini irakeni. Una di loro era l’autorevole Suzanne Goldenberg, corrispondente star del quotidiano britannico Guardian, il cui capo-redattore Alan Rusbridger disse a una conferenza londinese d’alto livello, organizzata da Reporting the World:

“In ogni guerra si cerca di spersonalizzare il nemico e disumanizzarlo, ma penso che avere qualcuno a Baghdad del pregio di Suzanne Goldenberg che parla a comuni irakeni rendendoli vividamente umani sia un nuovo elemento nell’ambito della guerra, e si vede perché non piaccia ai politici e come renda estremamente difficile entrare in guerra contro una nazione ricevendone quel tipo d’immagine; e credo che l’umanità con cui si esprimono lei e Lindsey Hilsum (Channel Four News) sia davvero di calibro e spessore diversi dai reportage precedenti, e penso che questo apporterà cambiamenti decisivi in come si considera la guerra”.

Reportage di guerra e genere

E’ una coincidenza che le due reporter citate da Rusbridger siano donne? Prima del 1970 solo 6% dei corrispondenti esteri erano donne. Oggi la Brookings Institution stima che lo siano più di un terzo, secondo Sheila Gibbons, con una sempre maggior influenza sul contenuto e sul tono dei reportage di guerra: “Con l’avvicinarsi del numero di corrispondenti di guerra donne alla massa critica, sembra che esse si concentrino più chiaramente sul tributo imposto dalle guerre odierne alla popolazione civile – donne e bambini – che non ha voce nelle decisioni che portano a uccisioni e ferimenti di massa”.

La trattazione della guerra in Afghanistan è finora rimasta per lo più maschile, non femminilizzata, almeno nei grandi media occidentali. L’invio di reporter come Goldenberg e Hilsum a Baghdad non è stato emulato, per varie ragioni. Non c’è un centro di violenza diretta identificabile, e per corrispondenti dipendenti da media occidentali essere disponibili a colloqui con afghani comuni comporta da tempo pericoli e difficoltà. Suona sincero il commento di Gibbons sul reportage di guerra tradizionale a preponderanza maschile: “dominato da questioni tattiche, lotte politiche intestine e dispute sulle decisioni da prendere, [esso] può oscurare il trauma vissuto dalle donne che vivono in zone che sono bersaglio di attacchi”, specialmente da quando, secondo stime internazionali, le donne insieme ai minori di 15 anni costituiscono il 70% della popolazione afghana.

L’osservazione che il giornalismo di pace può essere un modo di riferire più femminilizzato non implica necessariamente di rendere essenziali le caratteristiche di genere. Si può trarre un’utile prospettiva dalla sociolinguistica, in cui ci si focalizza “non sul sesso biologico, neppure sulla categoria di genere di costruzione culturale, bensì piuttosto sulle diverse realizzazioni delle dimensioni dinamiche della mascolinità e della femminilità”. Janet Holmes trova che “la variabilità stilistica è spesso maggiore nel discorso delle donne rispetto a quello degli uomini”, e la mette in relazione ai “modi in cui le donne devono spesso usare il linguaggio per costruire una gamma di ruoli sociali ben più ampia che gli uomini”. Un giornalista di pace dovrà dar voce alle persone ben al di fuori della ristretta cerchia di fonti ufficiali: un compito quindi in generale più congeniale alle donne che agli uomini.

Tutto ciò riecheggia dibattiti sul genere nel contesto di discorsi e stili politici, tipicamente sulla nozione di potere morbido. Indra Adnan, direttrice del Soft Power Network, spiega: “il potere duro è l’uso della forza, mentre il potere morbido è l’uso dell’attrazione – due modi di ottenere risultati in ogni settore applicativo”. Il giornalismo di pace “è sia uno strumento sia un veicolo di potere morbido”, aggiunge, “in quanto attiva e modella quelle relazioni reciproche più aperte fra paesi o attori d’ogni tipo”.

Joseph Nye, che ha reso popolare ile termine, considera le “abilità femminili” di empatizzare, mediare e vedere un ambito più ampio, vitali all’efficacia di tale giornalismo. Simon Baron-Cohen, professore di psicopatologia dell’evoluzione a Cambridge, ritiene tali caratteristiche biologiche e neurologiche, mentre Susan Pinker, una psicologa che scrive di temi sociologici su quotidiani, preferisce considerarle culturali, dovute ai diversi ruoli tradizionali e attuali delle donne per l’allevamento di bambini in una comunità di sostegno.

L’ormai annoso distacco fra opinione pubblica e politica sulla guerra in Afghanistan è attribuibile alla “bruta irresponsabilità delle strutture istituzionali”(1). I media hanno spesso presentato la stessa faccia serenamente indifferente, sia alla sofferenza degli afghani sia agli appelli per il ritiro delle truppe nei paesi belligeranti. Da tempo abbiamo bisogno di un po’ più di giornalismo di pace e un po’ più di femminilizzazione.

Note

(1) Jake Lynch, ‘What is the Point of Peace?’, Uni News, Università di Sydney, marzo 2009.

Questa è la seconda parte di un articolo originariamente apparso in Media Development 2010/1, ‘Rethinking Media and Gender Justice’. la prima parte è apparsa su TMS la settimana scorsa. Per altri dettagli su Media Development: http://www.waccglobal.org/en/resources/media-development.html

Jake Lynch è Professore Associato e Direttore del Centro Studi su Pace e Conflitto all’ Università di Sydney. Egli e Annabel McGoldrick hanno in corso ricerche su Uno Standard Globale per Riferire sui Conflitti, un progetto di collegamento sponsorizzato dal Consiglio Australiano di Ricerca, in società con la International Federation of Journalists e l’ente assistenziale Act for Peace.

Indra Adnan è Direttrice del Soft Power Network e del Downing Street Project, e interviene regolarmente sul Guardian e su Huffington Post.

Insieme hanno allestito la prima Scuola estiva per il Giornalismo di Pace, nel 1997, con Johan Galtung, che lanciò a livello mondiale il movimento per un giornalismo di pace fra gli addetti, gli attivisti della società civile e i ricercatori accademici.

Jake Lynch e Annabel McGoldrick, con ricerche supplementari di Indra Adnan, TRANSCEND Media Service
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale: FEMINISE THE REPORTING OF AFGHANISTAN
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2838

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