Gli afghani “mancanti” – Jake Lynch e Annabel McGoldrick

Una battuta scherzosa sul cricket degli anni 1980 riguardava Mark Waugh, battitore australiano soprannominato ‘afghano’. Pur forzandosi di emergere dall’ombra del fratello Steve, rischiava sempre di venir trascurato: ‘il Waugh dimenticato’. La guerra in Afghanistan è una tela su cui potenti nazioni che intervengono proiettano le loro preoccupazioni; uno schermo che pencola fra periodi in cui attira l’attenzione e altri in cui viene dimenticato.

Il vaglio dei media internazionali si focalizzò improvvisamente sui taliban all’inizio del 2001, sulle loro intenzioni di far saltare un tesoro dell’antichità: le gigantesche statue di Buddha a Bamiyan, sulla vecchia Via della Seta fra le montagne dell’Hindu Kush. A partire dal sesto secolo, le immagini venivano condannate, dal leader taliban Mullah Mohammed Omar, come idoli – vietati per la legge shari’a – e debitamente minati. Notevole fra gli interventi per evitarne la distruzione fu l’offerta del Metropolitan Museum of Art di New York di smontare le due statue e trasferirle a Manhattan.

In effetti, alcuni attribuirono la decisione di distruggerle alla rabbia dei governanti clericali per l’indifferenza del mondo esterno alle sofferenze degli afghani nella vita quotidiana rispetto alle statue. L’allora ambasciatore plenipotenziario taliban Sayed Rahmatullah Hashemi, disse che la distruzione venne ordinata dal Consiglio Principale degli Studiosi dopo che un esperto svedese di monumenti aveva proposto di restaurare le teste delle statue. Hashemi disse: “Quando il Consiglio chiese loro di procurare il denaro per dar da mangiare ai bambini anziché sistemare le statue, essi rifiutarono dicendo ‘No, il denaro è solo per le statue, non per i bambini’. Al che decisero di distruggerele”.

Quali bambini? Questo turbine d’attenzione seguiva un’ostentata indifferenza. Nel gennaio 2000 ci fu l’ultimo di una serie di gravi terremoti nella regione, che lasciò decine di migliaia di sopravvissuti a campare in tenda per tutto il duro inverno e vari successivi. Invano l’ONU circolò con la lattina dell’elemosina fra i potenziali paesi donatori, e secondo un raro documentario BBC Television News, un anno dopo i bambini morivano letteralmente di freddo per insufficienza di coperte. Il ricercatore sui media Terence Wright rievoca questo brano, del reporter Matt Frei: “Il profugo Sirijillin, mostrandoci la tomba di suo figlio, spiega che fu la mancanza di coperte responsabile della sua morte. Poi l’orfanella di sette mesi Marjula. E infine la famiglia Mohammed che ha appena perso due figli e ne ha un terzo morente. Si fa presente allo spettatore che sta per calare la notte, e con essa la temperature, che c’è sovraffollamento nel riparo disponibile e che altri profughi sono ancora in cammino”.

Al quartier generale ONU non c’era abbastanza denaro per pagare delle coperte che mantenessero in vita i bambini. Un rappresentante taliban parlò alla BBC perché, spiego, la situazione era così grave da giustificare l’infrazione al bando generale alla creazione d’immagini dando interviste televisive. Frattanto, ad alcune decine di strade dal centro, al ciglio del Central Park, il Metropolitan era pronto a raccogliere i milioni necessari a breve per togliere i Buddha dalle nicchie d’arenaria a Bamiyan e trasportarle a migliaia di miglia a ovest.

Il vandalismo sulle statue servì ad anatemizzare i taliban, perfino i pochi paesi che riconobbero la legalità del loro regime – come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – condannarono l’atto come “barbarico”. Quel che seguì, dopo qualche mese, fu un intenso scoppio di propaganda contro l’Afghanistan, sulla sua presunta complicità negli attacchi dell’11 settembre (benché, come ha fatto notare Robert Entman, ci sia voluta una possente campagna programmatica di “attivazione a catena” per interi strati di reti rappresentative, per sviare l’attenzione dal fatto che quasi tutti gli attentatori noti fossero sauditi).

Heikki Luostarinen, una ricercatrice finlandese nel campo dei media, ha prodotto un modello formale di propaganda bellica, una forma narrativa distintiva, sostiene, per la ricchezza di riferimenti polarizzanti per l’identificazione e socializzazione positiva e negativa. Terence Wright passa poi, nel novembre dello stesso anno, a contrapporre il servizio iniziale BBC sui profughi con un altro dello stesso giornalista, dopo che gli USA avevano alleato le proprie forze aeree con l’Alleanza del Nord per cacciare i taliban da Kabul. A quel punto, “i taliban non sono più trattati come informatori riluttanti, bensì piuttosto come se fossero una strana tribù. … il cordiale talib, disposto a infrangere il suo codice di condotta per parlare di fronte alle telecamere, viene sostituito da una figura indistinta che imbraccia un kalashnikov, adornata con del nastro audio confiscato”.

Tutti questi sono elementi di un gruppo di convenzioni rappresentative identificate, originariamente da Johan Galtung, come “giornalismo di guerra”:

• orientato alla guerra/violenza

• orientato alle élite

• orientato alla propaganda

• orientato alla vittoria.

Questi sono elementi che si rafforzano reciprocamente. “L’orientamento alla guerra o alla violenza”, dominante nel giornalismo prevalente dei media delle corporation, vede il conflitto rappresentato come partita a somma zero fra due parti che si contendono il fine singolo della vittoria. Noi descriviamo il quadro così costruito come un “tiro alla fune”, in cui “qualunque cosa non univocamente vincente rischia di essere interpretata – e riferita – come perdente”.

Ciascun contendente acquisisce in tal modo un interesse bell’e pronto nell’intensificare il conflitto – darsi più da fare per vincere – dato che l’unica alternativa è la disfatta. L’intensificazione è giustificata dal ricorso alla propaganda, che demonizza e disumanizza l’altro. Il giornalismo di guerra si concentra su “la sofferenza del ‘nostro’ versante, [specialmente] robusti maschi bianchi” prosegue Galtung, alle spese del nascondimento del costo umano della violenza organizzata, sia fisica che psicologica.

Guerra umanitaria

Il costo della violenza è stato un argomento assai contestato nelle guerre di questo decennio, in Iraq e Afghanistan. Philip Hammond, nel suo importante libro Media, war and post-modernity [Media, guerra e post-modernità], identifica lo “spettacolo umanitario” come l’obiettivo visionario del conflitto che coinvolge USA e alleati, per sostituire la precedente crociata dell’anti-comunismo: “Al nerbo militare americano si doveva dare nuovo significato nell’era post-guerra fredda, non più come garante delle libertà dell’Occidente contro la minaccia del comunismo ma in quanto pugno d’acciaio in un guanto di velluto umanitario”. I taliban avevano “sgovernato disastrosamente” in Afghanistan, riflette Matt Frei nel secondo più propagandistico dei due servizi BBC presi in considerazione da Wright, “ma toglierli dal potere – con inserto di ripresa a media distanza di un altro soldato con profughi sparsi nel vento – ‘ha anche il suo prezzo’”.

Si pone in primo piano un implicito ‘equilibrio di vantaggio umanitario’ nei dibattiti su qualunque decisione di andare in guerra in primo luogo, e i proponenti cercano tipicamente, presentando tale decisione e le sue conseguenze, di minimizzare le valutazioni del suo impatto, in particolare in quanto ai costi in vite umane e sfollamenti. Da qui i tentativi, a Washington e nelle capitali alleate, di contraddire e sminuire l’unico studio epidemiologico condotto professionalmente sul numero di morti aggiuntive in Iraq dopo l’invasione del 2003, da parte della squadra dell’Università Johns Hopkins nell’articolo per Lancet, di ben oltre 600.000 solo nei primi tre anni; a parte i milioni di sfollati.

Quando i membri NATO s’incontrarono per discutere il dispiegamento di altre truppe in Afghanistan, il ministro degli Esteri britannico David Miliband, disse ai reporter: “Sappiamo tutti che negli anni 1990 l’Afghanistan fu l’incubatrice del terrorismo internazionale, della scelta del jihad globale”. Lasciando a parte il punto argomentato da Entman e altri, che non c’è prova di alcun nesso fra l ‘Afghanistan e gli attacchi dell’11 settembre, appare dalle cifre ONU che la popolazione dell’Afghanistan sia cresciuta ben più negli anni 1990 che nel decennio precedente. Quegli anni furono certo tormentati, con la famigerata ‘battaglia di Kabul’ del 1994-96 sistemata solo allorché i taliban scacciarono i signori della guerra intenti a conquistarsi una posizione, ma non fu segnata dal sistematico bombardamento aereo e massiccio dispiegamento di truppe straniere che seguì all’intervento USA dell’ottobre 2001.

Secondo calcoli derivati da cifre pubblicate dai servizi Demografici del Dipartimento Affari Socio-Economici ONU, ci dovrebbero essere vivi milioni di afghani in più oggigiorno, sulla base di estrapolazioni delle cifre degli anni 1990 per la crescita demografica, rispetto a quelli che ci sono.

Nelle due categorie nelle quali rientra l’Afghanistan, i paesi Meno Sviluppati e l’Asia centro-meridionale, il tasso d’incremento demografico è calato di alcuni punti percentuali rispetto ai valori degli anni novanta. Ma ben di più in Afghanistan:da 63.2% a 41.8%. Nove anni dopo l’invasione e l’occupazione del paese sotto la guida USA, sembrano mancare parecchi milioni di persone. Se il tasso di crescita fosse rimasto uguale per i due decenni, la proiezione demografica per il 2010 sarebbe di oltre 33 milioni, rispetto agli effettivi 29 milioni.

Poiché non c’è stato alcuno studio epidemiologico condotto professionalmente dopo l’intervento USA del 2001, non c’è modo di sapere che cosa sia loro successo. La Missione d’Assistenza ONU in Afghanistan ha registrato 1.798 vittime civili fra gennaio e fine ottobre 2008, 695 delle quali attribuibili a USA e alleati, ma le cifre che raggiungono il mondo esterno riguardo a morti causate da incursioni aeree e sotto fuoco incrociato non possono, di per sé, dar conto della disparità. Il mistero è ancora più profondo quando si consideri che dal 2002 l’Alta Commissione ONU per i Profughi ha rimpatriato circa cinque milioni di afghani fuggiti dal paese in precedenti guerre, per cui sono compresi nelle cifre del 2010.

Questa è la prima parte di un articolo originariamente apparso in Media Development 2010/1, ‘Rethinking Media and Gender Justice’. La seconda apparirà su TMS la prossima settimana. Per altri particolari su Media Development, e per abbonarsi, consultare: http://www.waccglobal.org/en/resources/media-development.html

Con ricerche aggiuntive di Indra Adnan
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis.
Titolo originale: THE ‘MISSING’ AFGHANS


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