Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre, La capanna indiana – Recensioni di Beppe Marasso e Cinzia Picchioni

Jacques-Henri Bernardin de Saint-Pierre, La capanna indiana, Tranchida Editori Inchiostro, Milano 1985, pp. 104

“La capanna indiana” è un breve libro scritto da J.H. Bernardin de Saint Pierre nel lontano 1790 e giunto ora a noi per opera della Tranchida Editori. L’autore scrive l’opera in età già matura, quando è considerato scienziato, viaggiatore, geografo di fama.

Si immagina d’essere uno degli uomini di scienza, esattamente venti, a cui la Società Reale di Londra consegna un volume contenente lo stato attuale delle questioni irrisolte. Tali questioni sono ben 3500. Ognuno degli scienziati, provvisto di lettere per i consoli, ministri, ambasciatori di Sua maestà e soprattutto di banconote a firma dei più famosi banchieri di Londra, è invitato a girare il mondo nella ricerca dei lumi che valgano a dare risposta alle 3500 domande.

Il nostro, senza perdere tempo, sfoglia i libri della Sorbona e della Biblioteca Vaticana, si imbarca poi per la Turchia, consulta i libri della moschea di Santa Sofia, consulta i Copti, i Maroniti e i Monaci del Carmelo… Non trova le risposte che cerca ma non desiste. Consulta i Mullah, i Verbiest armeni, gli antichi Parsi, e giunge fino ai Pandit indiani, in un crescendo esilarante che ricorda da vicino le consultazioni ai rabbini di “A serious men'” dei fratelli Cohen.

In India la ricerca si complica per la selva delle prescrizioni castali e si allieta dell’accoglienza di “schiere di giovani baiadare che vanno incontro al cercatore cantando e danzando al suono di leggeri tamburelli e sonagli”. Posto finalmente di fronte al sommo sacerdote di Jagrenat ha l’ardire di discuterne le sibilline risposte, per cui viene messo freddamente alla porta proprio qualche minuto prima che si scateni un orribile uragano. E’ l’occasione terribile e felice che la Provvidenza gli offre per poi entrare a contatto con chi gli dà le risposte attese, non circa le 3500 domande, ma rispetto alle sole tre che contano.

Quali siano queste domande e quali siano le risposte lascio al lettore scoprire. Dirò solo, per tracciare una pista, che qualcosa del Saint-Pierre è poi riemerso in autori come Henry David Thoreau della “Vita nei boschi”, come il Jean Giono di “L’uomo che piantava alberi”, o il Mollison della permacoltura.

Una sintesi di saggezza, una lettura lieve, sorridente, acuta, da consigliare ad amici stressati dalla vita cittadina.

Beppe Marasso

Siamo sempre nel satyagraha…

«Ma quale sacrificio non si farebbe mai, pur di trovare la verità,

dopo esserla venuta a cercare fino in fondo all’India?» (p. 41)

A tutta prima mi sembrava un libro sull’Inipi, la capanna sudatoria degli indiani nativi Lakota; da un po’ di anni ogni tanto partecipo alle cerimonie sacre di quella tradizione spirituale, accompagnata da uno sciamano autorizzato dai Nativi a condurre quei riti. Uno dei più importanti è appunto la «capanna del sudore», perciò quando Nanni mi ha offerto questo prezioso libretto, intitolato La capanna indiana, mi è venuto spontaneo pensare a «quella» capanna.

E invece, gradita sorpresa, la capanna a cui si riferisce il racconto è in India, l’altro grande amore della mia vita. Qui, e precisamente a Benares, comincia il viaggio di un inglese in cerca di risposte a tremilacinquecento domande «(…) collegate in tale modo tra di loro che la luce fatta intorno ad una sola di esse avrebbe dovuto espandersi necessariamente su tutte le altre» (p. 20)!

Lì abitava un famoso bramino, che sarebbe stato in grado di risolvere tutti i dubbi del pellegrino narratore (o almeno così gli dissero). Nonostante appartenesse a un’altissima casta sacerdotale, fosse venerato da tutti e trattato come un re, nonostante i ricchissimi regali di cui lo ricoprì l’inglese, il bramino non riuscì però a rispondere alle tre domande fondamentali che gli rivolse il pellegrino (dopo averle, per così dire «estrapolate» dalle originarie 3.500): «Mi considererei più che soddisfatto se costui mi insegnasse davvero il metodo per conoscere la verità, e dove questa verità si trovi, e se convenga o non convenga comunicarla agli uomini» (p. 38). Dopo innumerevoli difficoltà di etichetta e non solo, il colloquio con il bramino terminò con un nulla di fatto, tanto che l’inglese si espresse così, uscendo dal palazzo:

Niente di più vero di quel proverbio indiano che dice: ogni europeo che viene in India impara ad avere pazienza, se non ne ha; e la perde, se ne ha. Io, per me, ho perduto la mia. Ma come! Sta’ a vedere che non potrò conoscere il metodo con cui si arriva alla verità, e dove questa verità stia di casa, e se valga o no la pena di farla conoscere agli uomini. Ma allora vorrebbe dire che l’uomo è condannato, sotto tutte le latitudini, ad errare ed a discutere vanamente! E se fosse così, vedi un po’ se tornava il conto di venir fino in India a consultare i sacerdoti di Brama. (pp. 46-7)

E non solo non trovò le sue risposte, ma quando chiese ospitalità gliela negarono perché era «impuro» o qualcosa del genere. Allora l’inglese, sfiduciato, si mise in viaggio con i suoi bagagli e gli accompagnatori, ma furono sorpresi da un tifone e si trovarono in un bosco, davanti a una capanna (ecco la capanna del titolo!) che però era abitata da un paria, un intoccabile e così solo l’inglese si avvicinò e bussò; ma non ebbe bisogno di chiedere ospitalità, perché chi gli venne ad aprire lo invitò senza indugio ad entrare.

E fu così, nella più assoluta semplicità (contrapposta alle complicazioni incontrate al palazzo del bramino) che i due uomini iniziarono a parlare, dividendo lo spazio, il cibo, il calore e il fumo della pipa. Nella capanna si trovavano anche la moglie e il figlioletto dell’«intoccabile».

Nelle ore trascorse nella capanna l’inglese poté rivolgere al suo nuovo amico le tre domande, e le risposte furono sorprendenti… ne riporto solo una – e non interamente – per lasciarvi il piacere di gustarle in prima persona qualora decideste di leggere il libro (104 pagine ben scritte e attuali benché composte nel 1790!):

Diffiderei della verità (…) se non mi venisse che dagli uomini. Non è certo tra di loro che bisogna cercarla, ma piuttosto nella natura: essa è la fonte di tutto ciò che esiste; il suo linguaggio non è certo incomprensibile e mutevole come quello degli uomini e dei loro libri. Gli uomini fanno dei libri, ma la natura fa delle cose. (…) Un libro è l’opera di un uomo; ma la natura è opera di Dio (p. 63).

Vi invito a prestare particolare attenzione alle pagine intorno a 81-82, in cui leggerete una descrizione della città (Delhi) che si attaglia perfettamente alle città dove noi viviamo, paure comprese. E infine le pagine da 87 a fine sono tutte bellissime: vi si legge l’amore per gli animali, l’amore coniugale e filiale, il saluto dell’inglese al suo ospite («Ho percorso la metà del globo (…) e dovunque non ho incontrato che errore e discordia. La verità e la felicità non le ho trovate che dentro la vostra capanna»); troviamo anche la fine del viaggio del pellegrino, che una volta tornato in Inghilterra decise di tenere per sé le molte risposte che aveva ricevuto dal paria.

CInzia Picchioni

J. H. Bernardin de Saint-Pierre, La capanna indiana, Tranchida Editori Inchiostro, Milano 1985, pp. 104, (il prezzo è ancora in lire, ed è pure cancellato! Veste elegante, formato grazioso, libro da collezionare).

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