Democrazia al lavoro – Johan Galtung

Questo fine-settimana ci ha proposto due casi, l’Islanda e l’Iraq. In Islanda il referendum, con una strabordante maggioranza del 90-95%, ha respinto l’idea che lo stato, cioè i suoi contribuenti, compensassero i governi inglese e olandese per il rimborso delle perdite di 5.300 milioni di $ sofferte da 300.000  cittadini, dovute alle attività abusive della banca Icesave fallita nell’ottobre 2008. Quel No è un chiaro No alla “socializzazione di debiti privati”. C’è una certa ambiguità: il No significa nessun pagamento o un accordo migliore, già negoziato? Probabilmente entrambi, ci sono norme sul traffico.

Ma di qui nasce la domanda di fondo: chi deve pagare quando si verifica una catastrofe, come un terremoto o uno tsunami, che non possa essere considerata un “atto divino”, vale a dire provocata dalla natura? Per un danno ambientale “paga l’inquinatore”, per la malasanità paga il medico, pertanto è meglio avere una solida polizza di (ri-) assicurazione. Come avrebbe dovuto averla Icesave, ma meglio non con AIG (American International Group).

Per l’attività bancaria catastrofica, comunque, il riflesso automatico è stato il salvataggio, all’insegna del mantra “troppo grossa per fallire”, e per giunta senza alcuna regolazione significativa per garantire che non si ripeta. C’è bisogno di molta solidarietà di classe per tale risposta, ed è ben di quello che si tratta intendendo classe: chi mangia con chi, chi ascolta chi? Persiste la classe, e così le catastrofi: Goldman Sachs e altre banche avevano prodotti derivati non trasparenti come le transazioni – illegittime, addirittura fraudolente – sui CDS (Credit Default Swap) con la Grecia e altri paesi, scommettendo su un crollo greco o perfino dell’euro, in attesa di consistenti profitti. Il denaro riguarda molto più che il solo denaro: politica, potere, egemonia mondiale.

Qualcuno ha attribuito la causa principale della crisi in Islanda a tre giovani laureati in economia e commercio di formazione USA. Perché non citare in giudizio certe scuole di economia in quanto insegnano pratiche fraudolente e abusive? Forse che essi lanciarono un allarme? Avevano un codice deontologico? Si dovevano incolpare i tre laureati? O anche i 300.000? Oppure tutti quanti coloro che abbiamo indicato più sopra?

E cosa dire degli economisti che escogitano le teorie alla base di tali pratiche, alcuni dei quali gratificati con un Premio Nobel fraudolento, in realtà della banca nazionale svedese? Ma in tutta l’ Europa alla “crisi” si danno etichette nazionali. Il livello zero, l’epicentro, Wall Street con i suoi molti affluenti, dei quali sono d’importanza chiave la teoria economica e le pratiche d’affari USA, se la cavano impunemente. Per ora. Tale equilibrio è a mala pena stabile.

In quanto all’Iraq, non c’è dubbio che le elezioni nazionali siano ben accolte da una popolazione che sfida i tentativi della resistenza di far saltare il processo in corso. Sembra inoltre che i circa 10 milioni di elettori che scelgono fra 6.200 candidati in gara per i 325 seggi parlamentari decideranno realmente, in modo indiretto, la composizione del governo,  e non i militari USA come avviene dall’invasione del 2003. Grandi passi.

Avanti? Vediamo. Democrazia vuol dire governo col consenso dei governati. In una democrazia che vota in seguito a un dibattito, il consenso si identifica nella maggioranza. Ma questa procedura può scontrarsi con due problemi piuttosto essenziali: la popolazione può essere divisa da linee di faglia quali la nazionalità e la classe sociale, dando a una di esse una maggioranza automatica. E tanto più qualora la minoranza sconfitta è portatrice di istanze non-negoziabili come l’identità nazionale ed esige che il suo territorio sia governato dai propri simili. O chiede di sopravvivere, non di morire di miseria. I rimedi stanno in partiti trasversali, nel federalismo, nei diritti umani.

Ma dato lo scisma fra arabi e curdi per il territorio conteso, con il petrolio che alimenta la linea di faglia, e la consistenza dei curdi al 16%, una maggioranza è una guida inadeguata. Sarebbe adatta una democrazia del dialogo-consenso? Si è provato con questa formula, ma funziona male riguardo agli elementi non-negoziabili. La soluzione è un’autonomia di livello piuttosto elevato per i curdi, con diritti per il territorio conteso e per il petrolio.  Questa strada è di solito costellata di violenza, a meno che gli arabi non la considerino di proprio interesse. Sia il Kurdistan sia il mondo arabo la stanno proponendo. L’Iraq può forse restare unito ma solo in modo lasco.

I numeri contano. La strategia israeliana brutale e violenta contro i palestinesi, Gerusaleme-est, Gaza e la Cisgiordania è dolorosamente ovvia: rendere la loro vita così orribile da indurli a optare per il “trasferimento silenzioso” verso una qualche diaspora palestinese. Ma che tipo d’Israele resterebbe, funzionano anche lì i numeri? La maggioranza degli alunni di prima elementare in Israele hanno genitori palestinesi o ortodossi. Fra i primi, il 72% delle madri non lavorano fuori casa, e fra i secondi il 78% dei padri lavorano solo in ambito religioso. Dato l’aumento demografico dei due gruppi più in basso nella scala sociale del paese, questo tipo d’Israele è vitale?

Meno male che dal punto di vista del genere si dividono all’incirca a metà, senza una maggioranza automatica, purché le donne [a] abbiano diritto di voto e [b] lo usino. Qui ci sono motivi di speranza.  Eric Linklater, nel suo bellissimo Private Angelo (tr. it.: Angelo buon diavolo, Mondadori, Milano 1947, ndt), fa dire a una donna:

Devo parlare per me perché non lo farà nessun altro. Le donne sono meno fortunate  dei soldati. I poeti e gli storici del mondo sono sempre disponibili a sostenere che i soldati sono giustificati nel loro orrido mestiere di distruzione della vita, ma se una donna è colpevole di creare la vita non trova altri difensori che se stessa.

Come se la cavano allora le donne come soldatesse? All’ONU, molto bene, a quanto pare. Doreen Carvajal in “They earn their salute” [si guadagnano il loro saluto militare] (1) riferisce: “Quando sono presenti soldate femmina, la situazione è più vicina alla vita reale, e di conseguenza gli uomini tendono a comportarsi decentemente”. Sono solo il 6% delle forze di pace ONU –  è stato posto l’obiettivo del 20% – ma stanno aumentando.

In questa giornata, la 100^ Giornata Internazionale della Donna, i numeri contano. Dal 1980, la percentuale di donne fra i 15 e i 64 anni con un lavoro nell’economia formale è cresciuta nella maggior parte dei paesi – tranne la Svezia, dov’era già oltre il 70%, e  negli USA dove rimane intorno al 65%. E il numero di nascite per donna cala ben sotto il livello di riproduzione fisiologica di 2.1 in Germania, Italia e  Giappone, mentre rimane al di sopra solo per gli USA (2). La seconda guerra mondiale ha tuttora un impatto psicologicamente?

Cambiamenti enormi. I numeri contano. E così la democrazia. E le donne.

NOTE

(1) International Herald Tribune, 6-7 marzo 2010.

(2)  International Herald Tribune, 18 gennaio 2010.

8 marzo 2010, Giornata delle Donne

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: DEMOCRACY AT WORK

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2798

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *