Robert A. Baruch Bush – Joseph P. Folger, La promessa della mediazione – Recensione di Angela Dogliotti Marasso

Robert A. Baruch Bush – Joseph P. Folger, La promessa della mediazione, Vallecchi, Firenze 2009

Il libro di Robert A. Baruch Bush e Joseph P. Folger, La promessa della mediazione, recentemente edito da Vallecchi nella collana Mondinuovi, rappresenta un interessante contributo al dibattito sulla gestione dei conflitti e sulle pratiche di mediazione.

Monica Castoldi e Giovanni Scotto, i curatori della versione italiana, nella prefazione, sottolineano uno degli aspetti centrali del testo: quello di sfatare il mito del carattere avalutativo dell’intervento di mediazione. La tesi centrale del libro è infatti quella che esistono diverse teorie del conflitto e della mediazione, che fanno riferimento a differenti sistemi di valore e interpretazioni della natura umana e delle relazioni sociali, cui corrispondono diverse pratiche di mediazione.

Due sono, in particolare, le opzioni esaminate: quella della mediazione prevalentemente orientata al risultato, alla risoluzione del problema che ha dato origine al conflitto, centrata cioè sul contenuto, e quella orientata alla trasformazione dell’interazione conflittuale, cioè volta a un cambiamento delle relazioni tra le parti, prevalentemente centrata sul processo, pur nella convinzione che processo e contenuto non siano separabili. Le due opzioni, schematizzando molto, (ma anche il testo lo fa…) fanno riferimento a due diversi sistemi di valore: una concezione individualistica e strumentale delle relazioni umane da un lato, una visione relazionale della realtà dall’altro. Il libro intende presentare questa seconda opzione nei suoi fondamenti teorici e nelle sue conseguenze nelle pratiche di mediazione, proponendo una dettagliata analisi dei principi e dei processi di quella che viene chiamata “mediazione trasformativa”.

In questa prospettiva in conflitto è visto come una crisi delle relazioni, cioè è definito in termini relazionali e comunicativi. La premessa di base che fonda questo approccio è che gli esseri umani sono animali sociali e l’interazione sociale è il processo che permette a ciascuno di costruire se stesso e la propria identità umana, che non è statica, né predeterminata, ma si forgia, appunto, nell’interazione con gli altri. Questa visione relazionale, che vede gli essere umani alla costante ricerca di un equilibrio tra autonomia individuale e condizione sociale, tra libertà e responsabilità, si basa sulla convinzione che essi abbiano la possibilità di integrare l’esperienza della separazione con quella delle interconnessione, grazie alla loro capacità di essere sia agenti autonomi, capaci di esprimere il proprio potere, sia di dare riconoscimento e provare empatia verso gli altri.

Tali competenze sono state indagate e confermate da ricerche in varie discipline, dalla psicologia cognitiva alle neuroscienze, dalla filosofia politica comunitarista di Standel (1982), alla filosofia morale (Handler, 1988), al contributo di alcune teoriche femministe come C. Gilligan (1982-1988).

Da queste premesse deriva una visione positiva del conflitto. Infatti, proprio perché corrisponde a una crisi nella capacità di agire e di porsi in relazione, l’interazione conflittuale offre una grande opportunità di approfondire e rafforzare entrambe, cioè è in grado di valorizzare le potenzialità di autonomia e interconnessione dei soggetti in conflitto, ponendole in un nuovo equilibrio:

«Proprio a causa delle senso di confusione e alienazione che crea, il conflitto offre l’opportunità per una forma di interazione sociale molto più intensa delle consuete relazioni umane: una conversazione morale. Nei termini dell’ideologia relazionale, ai contendenti si presenta un’occasione unica per uno dialogo che possa costituire le loro identità separate e i significati condivisi; un’occasione per coltivare l’intimità delle relazioni umane in un incontro tra persone, faccia a faccia» (Handler, 1988, citato a pagina 215).

Nel campo della risoluzione dei conflitti la visione suddetta può essere chiamata “ideologia dell’interconnessione sociale e della trasformazione del conflitto” e in questa prospettiva non solo l’interazione conflittuale «non è una forza distruttiva da temere e controllare, ma è anche una forza positiva che va accolta e valorizzata per la sua capacità potenziale di aprire la porta attraverso la trasformazione del conflitto a tutti i benefici descritti: accordi autentici che permettono una reale conclusione del conflitto, ma anche un ritrovato senso del potere e di interconnessione per le persone coinvolte» (216), un accrescimento della forza interiore delle parti e della comprensione interpersonale.

Nella pratica della mediazione ciò si traduce in un atteggiamento del mediatore molto attento a lasciar interagire liberamente le parti, limitando al massimo il proprio intervento, che comunque è sempre inteso unicamente a dare sostegno alle scelte di cui le parti hanno l’intera responsabilità, senza mai cercare di contenere le loro emozioni o suggerire opzioni. Emerge così un’idea di mediazione come spazio in cui l’interazione conflittuale viene agita liberamente di fronte ad una terza parte che, attraverso un ascolto “profondo” è attenta a valorizzare i passaggi di empowerment e di riconoscimento dei contendenti. La convinzione è che, se l’interazione viene sostenuta adeguatamente, il risultato non sarà l’escalation del conflitto ma uno spostamento della dinamica conflittuale in una direzione costruttiva.

La teoria esposta viene nel testo sottoposta alla prova dell’esperienza attraverso l’esposizione dettagliata di un caso di mediazione in tutte le sue fasi evolutive, seguito da commenti che riportano alla teoria stessa.

Il pregio maggiore del libro mi pare consistere proprio in questo approfondimento concreto di uno specifico approccio e nell’esplicitazione dei presupposti teorici che ne stanno alla base.

Due mi sembrano, invece, i limiti: il primo è quello di riferirsi unicamente a teorie e pratiche di mediazione prevalenti nel mondo anglosassone (quando non solo statunitensi), ignorando del tutto altre significative esperienze europee, come quelle francesi e tedesche, in particolare, per non parlare poi delle teorie del conflitto e della mediazione nate nell’ambito della ricerca per la pace (J. Galtung, J. P. Lederach, P. Patfoort, per dire solo alcuni nomi) che non sono mai citate, nemmeno nei riferimenti bibliografici, nonostante Galtung e altri autori parlino espressamente di trasformazione nonviolenta dei conflitti.

Il secondo limite è un forse eccessivo ottimismo, che non sembra prendere mai seriamente in considerazione l’ipotesi, del tutto possibile e reale, di una degenerazione violenta e distruttiva dell’interazione conflittuale, anche in contesti “ protetti” come quello della mediazione. O meglio, ciò che si afferma con convinzione è che, se adeguatamente sostenuta, qualsiasi interazione tende spontaneamente a spostarsi in una direzione costruttiva.

È una bella scommessa, ma davvero le tendenze distruttive e i rischi di escalation sono così facilmente eludibili?

Angela Dogliotti Marasso

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