Capitalismo e diritti umani: una rassegna della globalizzazione civilizzatrice – Jake Lynch

“La globalizzazione, come l’idea di Dio, è nota a tutti noi, anche se non ci crediamo o non la capiamo”. Così dice David Kinley, professore di Legislazione sui Diritti Umani all’Università di Sydney. I lettori di questo libro (David Kinley, Civilising Globalisation, Cambridge University Press, Melbourne. Questa recensione è stata pubblicata sul «Sydney Morning Herald» del 30 gennaio 2010) ne emergeranno sicuramente con una più profonda comprensione dei processi che plasmano il nostro mondo interdipendente; se ci crederanno, nel senso di pensare che ci facciano effettivamente del bene, dipenderà da come definiscono noi e bene.

Kinley ritiene che i saggi difensori di un’economia globale basata sulla proprietà privata riconoscano che il suo successo è accentuato dal rispetto, la coltivazione anche superlativa di un’idea che appartiene al tempo stesso a tutti e a nessuno: i diritti umani. E’ un argomento sottile, degno del serio sforzo effettuato dagli studiosi, e importante pure per il lettore generale. La lucida prosa di Kinley, magazzino di aneddoti e dono per la sineddoche, si combinano per renderlo una guida gradevole e dotta.

Qualcosa del zeitgeist si può discernere, egli sostiene, nell’inganno da parte di mercanti di agrocarburanti per trasferire enormi quantità di biodiesel da Europa e USA, aggiungendovi una bottiglia di carburante USA per qualificarsi per un poderoso sussidio su tutto il carico, dopo di che il tutto è stato rispedito indietro. Tali sono gli azzardi di tentare di regolare il commercio globale perseguendo il bene ambientale o sociale, un’impresa che presuppone distinzioni fra la normativa economica e quella sui diritti umani. Quest’ultima, dice Kinley, insiste sul benessere individuale come presupposto, laddove la prima suppone che si produrrà naturalmente purché i mercati “funzionino propriamente”.

Ci sono ampie prove, qui addotte magistralmente, che la globalizzazione ha diffuso la prosperità, in termini di reddito misurabile. Tuttavia, Kinley tende a trascurare l’argomentazione che, con la monetizzazione della fornitura di una gamma sempre in aumento di merci e servizi, che ha permesso loro di essere messi sul mercato, molti anche nei paesi ricchi hanno subito un calo dei salari reali disponibili; tanto più quando lo scialo risultante di ricchezza viene risucchiato in titoli, così aumentando il prezzo delle abitazioni.

Ammette che la giuria non ha ancora un parere su una relazione controversa della Commissione ONU sul Commercio e lo Sviluppo, sostenendo che aprire i paesi in via di sviluppo al commercio globale non diffonde grandi benefici, se mai, alle loro popolazioni in quanto a diritti umani o protezione dal ciclo di povertà. Molta attività economica in quei luoghi è “informale e di sussistenza”, sicché è impossibile a misurarsi, e qualsiasi risposta deve essere considerata inconcludente. Quell’attività, comunque, è proprio del tipo facilmente compromesso, per esempio, dall’alienazione di milioni di ettari a società agricole e minerarie, che è come la globalizzazione tende ad arrivare nella vita di molti poveri del mondo.

Se l’influenza civilizzatrice del commercio resta contestata, com’è quella degli aiuti? Kinley discorda dalle due istituzioni finanziarie internazionali, la Banca Mondiale – di cui è stato consulente – e il Fondo Monetario Internazionale. Il FMI notoriamente non permette che considerazioni sui diritti umani inquinino le sue decisioni sui prestiti, come testimoniato dallo sdegno per il suo complesso di prestiti per 2.500 milioni di $ a Sri Lanka, concessi nonostante le accuse di crimini di guerra e la carcerazione illegittima di migliaia di tamil. La BM invece riconosce almeno in “retorica, se non in pratica” l’”intimità” dei diritti umani come fattore di sviluppo e di promulgazione di buon governo”.

Per la maggior parte di noi, la globalizzazione iniziò come avvincente pregusto del nuovo millennio, sull’onda di un progresso politico – la fine della Guerra Fredda – e tecnologico, mentre il sistema comunicativo che rimpicciolisce il mondo assumeva un’importanza rapidamente crescente nelle nostre vite. Ma disparve ben presto dalla vista come tale per diventare uno di quei fattori tralasciati sullo sfondo dei nostri drammi quotidiani.

L’argomentazione di Kinley è preziosa per permetterci di estrarre il senso che le cose vanno così per una ragione e potrebbero andare diversamente. Con un Primo Ministro a Canberra disposto, se non altro, a sollevare un caso intellettuale contro il neoliberismo, e un presidente a Washington che apparentemente mette le briglie all’influenza del settore assicurativo, si spera che si presentino nuove aperture a legiferare sui diritti umani: quindi lo spunto è anche tempestivo.

22.02.10

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno RegisTitolo originale:

CAPITALISM AND HUMAN RIGHTS: A REVIEW OF CIVILISING GLOBALISATION

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2729

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