Pace e giustizia – Jake Lynch

“La pace non è assenza di guerra”, ci diceva Martin Luther King: “è la presenza di giustizia”. Il lascito di King si è tradotto direttamente nel mantra degli attivisti afro-americani, indignati per il pestaggio dell’automobilista nero Rodney King da parte di poliziotti di Los Angeles nel 1991: “Niente giustizia, niente pace”, scandivano. E’ una risposta importante a una domanda ben nota: che cos’è la pace? Che ovviamente comprende, a mo’ di matryoshka, un’altra domanda, altrettanto insidiosa: che cos’è la giustizia?

Il reverendo Mpbambami raccontò alla Commissione per la Verità e la Riconciliazione del Sud Africa la storia di due amici, Peter e John, che litigarono quando Peter rubò la bicicletta di John. Poi Peter disse a John: “Parliamo di riconciliazione”. E’ sempre attuale la risposta di John: “Non possiamo parlarne finché non abbia indietro la mia bicicletta”.

Accade allora che fornire biciclette è l’obiettivo di un significativo sforzo d’aiuto diretto “da persona a persona”, in corso al momento qui a Sydney per recare sollievo alla popolazione tamil dello Sri Lanka, dove si usano per il semplice ma essenziale lavoro di trasporto del pesce al mercato; ma nella storia di Peter e John è più importante il meccanismo per il suo valore simbolico, ovviamente, in quanto contiene il senso di restituzione che è una precondizione alla intenzione di vivere in pace.

Nel caso dello Sri Lanka, un tribunale ufficioso allestito a Dublino e diretto dal Tribunale Permanente dei Popoli con sede a Milano, ha appena emesso il suo verdetto: il governo dello Sri Lanka è colpevole di crimini di guerra e contro l’umanità. Il tribunale ha anche concluso che l’imputazione di genocidio richiede ulteriori indagini. Fra i testimoni oculari, parecchi erano sfuggiti all’ultima settimana di offensiva nella Mullaitivu ‘zona di cessate il fuoco’, alla fine della guerra civile a maggio dell’anno scorso, in cui si valuta che più di 20.000 civili tamil siano stati massacrati dall’esercito della Sri Lanka con l’uso di artiglieria pesante.

Questo dato concorda non solo con prove fornite da estranei, ma anche con accuse scambiate fra i candidati alle elezioni nazionali che devono tenersi fra poco. Un alto assistente del presidente Mahinda Rajapakse ha rivelato recentemente che Colombo ordinò un arresto all’uso di artiglieria pesante solo ad aprile, due mesi dopo che ne venne promesso il non utilizzo a un inviato dell’ONU.

L’ex-ministro degli esteri e leader dell’opposizione Mangala Samaraweera ha fatto propria l’ammissione dell’assistente, Lalith Weeratunga, secondo il quale l’uso di artiglieria pesante fu infine interrotto nell’ambito di un patto politico con il governo indiano. L’ ammissione “indica che nonostante fosse stato dichiarato il contrario, sia nei confronti del pubblico di questo paese sia all’ONU … nel febbraio 2009, in realtà il governo aveva sancito l’uso di armamento pesante fino ad aprile, quando le elezioni generali indiane erano in pieno svolgimento” ha detto Samaraweera in una dichiarazione pubblica.

Perfino colui che condusse l’offensiva dell’anno scorso, generale Sareth Fonseka, che ora sfida Rajapaksa per la presidenza, ha detto che gli ordini di esecuzione delle Tigri Tamil che si erano arrese nei giorni finali della guerra erano arrivati direttamente dal ministro della difesa Gotabaya Rajapaksa, potente fratello del presidente. Il generale disse poi di essersi espresso male, ma “è difficile immaginare che cosa intendesse invece dire”, come ha rilevato Peter Bouckaert di Human Rights Watch (HRW).

A suo tempo, quando HRW diede l’allarme sugli abusi inflitti ai civili, fu denunciata dal governo dello Sri Lanka insieme ai suoi sostenitori all’estero come faziosa. Anche Amnesty International era faziosa. L’ Alto Commissario per i Diritti Civili ONU, il giudice sudafricano Navi Pillay, aveva frainteso tutto. I giornalisti stranieri si facevano ingannare. E così via.

Al nostro incontro pubblico indetto all’Università di Sydney l’agosto scorso per trattare la perdurante emergenza dei diritti umani nello Sri Lanka, mostrammo un servizio della britannica Channel Four News, con un video portato fuori dal paese di soppiatto, in cui prigionieri tamil denudati sembrano venir uccisi a sangue freddo da soldati dello Sri Lanka. Questa ripresa fatta con un cellulare fu definita un falso, con sostenitori del governo che presentavano calcoli elaborati da cui sarebbe risultato che il divario fra l’audio degli spari e l’apparente colpo sui prigionieri non corrispondeva alle leggi della fisica.

Philip Alston, osservatore speciale ONU per le uccisioni extra-giudiziarie, fece notare l’ovvio: non c’è modo di simulare la reazione di un corpo all’impatto di un proiettile, ben visibile nella ripresa; doveva per forza essere autentica. E’ un segno benvenuto e, bisogna pur dirlo, tardivo di risolutezza da parte ONU. Il pregevole Inner City Press ha rivelato recentemente che il Segretario Generale Ban Ki-Moon non aveva intrapreso alcuna azione in risposta alle prove di crimini di guerra che si stavano accumulando fin dallo scorso settembre, allorché accettò le assicurazioni dello Sri Lanka che esse sarebbero state oggetto di una piena indagine. Come la precedente assicurazione che non si sarebbero più usate armi pesanti, anche queste risultarono prive di valore, come c’era da aspettarsi.

Quindi ci sono sempre più imputazioni specifiche contro membri del governo dello Sri Lanka su cui indagare adeguatamente, badando a preferire accuse in un tribunale che abbia effettivamente potere d’azione, non già solo di iterazione; il che è certamente una componente della giustizia, ma non la sola.

L’ autorevole ricercatore e operatore per la pace John Paul Lederach , definisce la giustizia come: “l’impegno a ripristinare, riparare i torti, creare relazioni corrette basate sull’equità e l’onestà. Perseguire la giustizia comporta la difesa di coloro che sono stati danneggiati, l’aperto riconoscimento dei torti commessi e l’impegno a rimettere le cose a posto”. Il che non vuol dire che la giustizia debba comportare la punizione, poiché essa di rado si traduce in restituzione o riconciliazione. La sfida, secondo Lederach, è “perseguire la giustizia in modi che rispettino le persone, e [al tempo stesso] ottengano il ripristino di relazioni basate sul riconoscimento e la riparazione delle ingiustizie”.

Il punto cruciale è che si devono creare una nuova serie di disposizioni, nuove strutture e nuovi processi per aggiustare le cose, se si vuole che chi ha patito ingiustizia sia in grado di notare una decisa rottura col passato. Ciò che Lederach chiama un “divario di giustizia” insorge quando non si vedono prospettive di cambiamento nelle strutture e nei processi se non tentando di rovesciare violentemente quelli esistenti. Se si vuole evitare la violenza, si devono adottare efficaci mezzi nonviolenti per raggiungere gli stessi obiettivi, o qualcosa di ragionevolmente prossimo a essi. Si coglie un senso simile nel preambolo alla Dichiarazione dei Diritti Umani, con il suo appello a “ogni individuo e ogni organo della società” per farli valere, onde evitare che si sia “costretti a ricorrere, come ultima risorsa, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione”.

Allora, ciò di cui i tamil dello Sri Lanka hanno realmente bisogno è la giustizia politica: un’opportunità di creare nuove strutture e processi propri, come unico mezzo di salvaguardare i loro diritti umani. “Tirannia e oppressione” sono una descrizione precisa del loro trattamento nel corso degli anni: a meno che attori internazionali li aiutino a conseguire mezzi politici per ottenere giustizia, sarà anche loro la colpa di eventuali nuove ondate di “ribellione”.

A tale proposito l’Australia, in particolare, deve ora cambiare posizione e cominciare a far la sua parte. L’ Unione Europea mantiene sospese le concessioni commerciali – vitali all’industria tessile dello Sri Lanka – per gli abusi sui diritti umani, e il Fondo Monetario Internazionale ha ritardato parte di un importante pacchetto di prestiti. Il FMI formalmente non lo condiziona ai diritti umani, ma alla sessione del suo Consiglio esecutivo per l’approvazione del pacchetto, USA e Regno Unito avevano dichiarato insolitamente la propria astensione in segno di protesta. L’ Australia, ovviamente, votò a favore. L’appello iniziale per un’indagine internazionale indipendente sui presunti crimini di guerra fu fatta originariamente dal giudice Pillay il maggio scorso: a differenza di molti altri paesi, l’Australia non l’ha mai sostenuto.

Ai rappresentanti tamil l’anno scorso fu detto da funzionari del Ministero degli Affari e del Commercio Esteri che la politica dell’Australia era per uno Sri Lanka unitario: un inutile tentativo di mettersi al riparo dal risultato di qualunque eventuale negoziato sul diritto dei tamil all’auto-determinazione. Che è davvero tipico dello squilibrio nella risposta internazionale al conflitto negli anni recenti, accentuato dall’applicare l’ortodossia della cosiddetta guerra al terrorismo: un approccio poi strumentalizzato dallo Sri Lanka per giustificare qualunque e ogni devastazione in cerca della loro vittoria militare sulle ribelli Tigri Tamil.

Forse la cosa migliore da farsi con qualunque indagine sui presunti crimini di guerra è produrre accuse penali contro alcuni individui simbolici, che possano poi essere trattate da merce di scambio per effettive mosse verso una giustizia politica. Questo è il principio valso in Sud Africa: gli accusati di complicità nella deportazione, tortura e persino omicidio potevano evitare la chiamata in giudizio se erano disponibili a presentarsi alla Commissione Verità e Riconciliazione mostrando di essersi pentiti e fornendo informazioni sul destino di molti di coloro che erano semplicemente “scomparsi”, come è avvenuto anche nello Sri Lanka. Questo funzionò, almeno fino a un certo punto, perché avveniva nel contesto di un decisivo mutamento nelle strutture e nei processi politici.

Più recentemente, l’International Crisis Group ha raccomandato di mantenere le imputazioni del Tribunale Penale Internazionale a carico dei membri del governo sudanese, in modo che l’unico modo di sfuggirvi fosse concordare una soluzione politica significativa per il Darfur. E’ quindi il tipo di nesso che non è privo di precedenti in queste faccende.

Per somma ironia, i tamil sono risultati essere l’elettorato determinante nelle elezioni presidenziali, con candidati rivali in gara nel promettere loro un trattamento migliore nel sistema politico esistente nello Sri Lanka. Al tempo stesso, non c’è però accesso soddisfacente per gli operatori internazionali ai detenuti politici – le migliaia di presunti ribelli trattenuti come prigionieri di guerra – e perdura una ferrea stretta sulla libera espressione con intimidazioni, rapimenti, torture e talvolta uccisioni di giornalisti e operatori di ONG.

Il progresso conseguito – la liberazione di centinaia di migliaia di tamil detenuti illegalmente per mesi dopo la fine della guerra in desolati campi di internamento – è attribuibile alla pressione internazionale. E’ ora che l’Australia si unisca nello sforzo di esercitarla. La giustizia non esige nulla di meno.

25.01.10

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis

Titolo originale: PEACE AND JUSTICE

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2512

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *