Nulla di fatto a Copenhagen – Giuliano Martignetti

La tanto attesa conferenza delle Nazioni Unite programmata per la fine del 2009 nella capitale danese si è conclusa con un completo insuccesso, del resto già annunciato. Ne aveva costituito il prologo, all’indomani dell’inizio dei suoi lavori la comunicazione con cui l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o WMO) rendeva noto che con il 2009 si sarebbe concluso il decennio più caldo mai registrato dal 1850 (anno in cui si è cominciato a misurare la temperatura media globale della superficie terrestre), e ricordava che il decennio antecedente, 1990-2000, era stato a sua volta più caldo di quello che l’aveva preceduto.

Il comunicato della WMO era suonato come un chiaro monito indirizzato alla Conferenza di Copenhagen perché tenesse presente che ad onta di tutte le iniziative prese nell’ultimo ventennio dall’«ecodiplomazia»? comitati scientifici, conferenze, convenzioni, trattati, protocolli (i) ?; e sebbene la stragrande maggioranza dei climatologi di tutto il mondo avesse accertato col massimo di attendibilità scientifica possibile l’origine antropica del mutamento climatico e in particolare il ruolo decisivo giocato dalla combustione di enormi quantità di fonti energetiche fossili, con relativo aumento di emissioni e concentrazione in atmosfera di CO2, il principale gas climalterante, il minaccioso fenomeno avesse continuato a crescere.

Il monito non era superfluo, poiché recenti incontri avvenuti tra Cina e Stati Uniti avevano evidenziato la scarsa volontà dei due paesi? massimi responsabili delle emissioni di gas serra (coprendone rispettivamente il 22 e il 18 per cento ? di approdare a risultati apprezzabili. E ciò sebbene già un anno prima la Conferenza di Bali (COP14) avesse riconosciuto, sulla base dei dati forniti dal quarto Rapporto dell’IPCC (vedi nota i) che la questione climatica dovesse essere assunta come prioritaria dall’intera comunità internazionale.

L’esito della COP15, comunque, è stato anche peggiore di quanto si potesse temere. Tutto ciò che ha prodotto è stato un documento, presentato dal presidente Obama, dopo una serie convulsa di consultazioni, dalle quali è uscita vincitrice la Cina (contraria ad ogni vincolo sulle emissioni future e scadenze da rispettare e, dalla quale è rimasta esclusa l’Unione Europea, sostenitrice di posizioni specularmente opposte a quelle cinesi): un documento concordato da un’inattesa ed inedita coalizione degli Usa con il cosiddetto Basic (Brasile, Africa del Sud, India e Cina) che non è potuto nemmeno essere assunto dalla Conferenza come proprio, per l’opposizione, peraltro sacrosanta di un minuscolo stato insulare della Melanesia, Tuvalu, (ii) a rischio di sparizione a causa del livello crescente degli oceani. In sostanza dal primo tentativo di trovare un punto d’accordo accettabile per l’intera comunità internazionale è venuto solo il riconoscimento della necessità di contenere entro 2 C° l’ulteriore, inevitabile aumento della temperatura (obbiettivo non accompagnato da alcuna indicazione sulla distribuzione degli oneri necessari per raggiungerlo), e la promessa di un consistente appoggio finanziario e tecnologico ai paesi economicamente arretrati, che li aiuti a realizzare il loro sviluppo senza accrescere la concentrazione di gas climalteranti nell’atmosfera. In cambio si tace sulla sorte di precedenti impegni presi dai paesi ad economia avanzata con il Protocollo di Kyoto (vedi nota i) o su eventuali altri futuri Ogni decisione relativa a questioni concrete di questo tipo è stata demandata a una nuova conferenza già messa in calendario per il dicembre del 2010.

E’ augurabile che ciò avvenga. Tuttavia è lecito dubitarne poiché l’andamento confuso – per quello che se ne è saputo (iii) – e l’esito della COP15 hanno mostrato quanto poco i governi di tutto il mondo siano disposti a discutere in termini di bene comune della comunità mondiale e ad adottare strategie economiche di lungo periodo i cui oneri siano equamente suddivisi – tutto quanto insomma la questione climatica richiederebbe – e come invece puntino, as usual, a sfruttare ogni modesta occasione di vantaggio che si presenti, vada essa contro o a favore delle ragioni dell’ambiente. Questa è l’accusa che gli stati del Sud del mondo rinnovano a quelli ad economia avanzata, criticando stavolta il pratico abbandono degli impegni presi a Kyoto, sostenendo in particolare che gli aiuti promessi a Copenhagen non sono altro che un modo di rilanciare le proprie economie e che, comunque, essi hanno tutto il diritto di decidere, come hanno fatto finora i secondi, su come realizzare o implementare il proprio sviluppo, considerato anche che a tutt’oggi è ancora il consumatore del nord del mondo di gran lunga il maggior responsabile del mutamento climatico. (iv)

Da queste osservazioni sembra giocoforza concludere che non è ragionevole attendersi che la prossima conferenza delle parti, la COP16 di Città del Messico non si risolva in un nulla di fatto: perché le ragioni che hanno fatto fallire la COP15 saranno ancora operanti ed attive. Lo stesso dicasi di tutte le COP che seguiranno. A meno che… A meno che tra una COP e l’altra non capiti qualche evento straordinario o un Deus ex machina che intervenga a modificare strutturalmente l’ordine delle cose umane esistenti, spazzandone via i faticosi equilibri su cui si regge. Un evento del genere potrebbe essere quello auspicato dal filosofo Hans Gadamer. Il grande pensatore tedesco, poco prima di morire ultracentenario, dichiarò in un’intervista di ritenere talmente inevitabile una catastrofe ambientale da augurarsi che prima che ciò accadesse si verificasse qualche piccola catastrofe capace di far capire agli uomini il rischio che stavano correndo. Un altro scenario, molto meno preoccupante è quello avanzato con grande ottimismo, che vorremmo fare nostro, da Desmond Tutu, arcivescovo del Sudafrica e premio Nobel per la pace. Tutu ha partecipato il 12 dicembre a una grande marcia organizzata dal movimento ambientalista nella capitale danese e ne ha tratto materia per una simpatica profezia: «Marciarono a Berlino e il muro cadde. Marciarono in Sudafrica e l’Apartheid cadde. Oggi hanno marciato a Copenhagen per far cadere i rischi del climate change….». Con parole meno poetiche un articolo apparso su «Le Monde» fa una considerazione che pare implicita nelle parole del reverendo Tutu, che cioé i 100 mila di Copenhagen sono apparsi rappresentativi di un movimento in cui appaiono ormai fusi i grandi temi della difesa ambientale e della giustizia sociale e politica:

« A Copenhague s’est opérée la fusion entre les écologistes et les altermondialistes, conduisant à poser la question climatique en termes beaucoup plus politiques, en relation avec la justice sociale. Cette évolution est importante : de même que le changement climatique pousse à la recomposition des rapports géopolitiques, il ébranlera l’ordre social. La crise écologique implique en effet une adaptation du système économique et social qui ne pourra pas maintenir l’état d’inégalités établi à l’orée des années 2000» (v).

Egalité versus inégalités: antiche parole ed antinomie che tornano ancora utili a definire una nuova tappa del cammino dell’uomo che questa volta, forse, a seconda di come sceglie, si gioca tutto.

N o t e

(i) Risale al 1988 la prima importante iniziativa presa a livello internazionale sulla questione climatica, con la costituzione di un Gruppo Intergovernativo sul Mutamento Climatico, noto con l’acronimo inglese IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), promossa congiuntamente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e dal Programma Economico dell’ONU sull’Ambiente o UNEP (United Nations Environment Program, quest’ultimo creato nel 1972 in occasione del Vertice di Stoccolma). Lo IPCC, incaricato del compito di sottoporre ad esami sistematici gli studi e le ricerche sul mutamento climatico e di ricavarne indicazioni per fronteggiare il fenomeno, ha prodotto finora quattro preziosi rapporti di valutazione (1990, 1995, 2001, 2007) che hanno riscosso il consenso della stragrande maggioranza degli specialisti. Lo stesso anno della nascita dell’IPCC si tenne a Toronto la prima Conferenza Mondiale sul Clima che prese atto della necessità di una sensibile riduzione della concentrazione di gas climalteranti in atmosfera e formulò la proposta di avviare un negoziato per l’adozione di una Convenzione internazionale sul clima. Ciò avvenne a Ginevra nel 1990 dove si palesò apertamente il contrasto tra ragioni scientifiche e ragion di stato: mentre i 600 scienziati dell’IPCC denunciarono il rischio di mutamenti gravi e irreversibili insito nel mutamento climatico, i rappresentanti degli stati si limitarono ad auspicare l’introduzione di tecnologie atte a mitigare il fenomeno ma esclusero ogni impegno circa la riduzione o quanto meno la stabilizzazione delle emissioni. La stessa contrapposizione si ripeté due anni dopo al secondo Vertice della Terra di Rio, dove le ragioni della scienza ottennero un riconoscimento quanto meno formale con l’approvazione da parte di 166 stati di una Convenzione Quadro delle NU sui cambiamenti climatici o UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change): entrata in vigore nel 1994, essa prevedeva la possibilità di adottare trattati o protocolli a carattere vincolante e una verifica annuale sull’andamento climatico attraverso la periodica riunione di una Conferenza delle Parti (COP). La prima di queste (COP1) si tenne a Berlino l’anno dopo, ma fu nella terza (COP3) svoltasi a Kyoto, in Giappone, nel 1997 che venne decisa l’adozione di un Protocollo sottoscrivendo il quale gli stati firmatari si impegnavano a ridurre mediamente del 5,2% entro il 2012 le proprie emissioni di gas climalteranti rispetto a quelle prodotte nel 1990, e accettavano di sottoporsi a delle sanzioni pecuniarie in caso di inadempienza. La sottoscrizione del Protocollo era riservata agli stati ad economia avanzata e bisognò attendere il 2005 perché si raggiungesse il numero minimo di adesioni, previsto dal Protocollo stesso, per entrare in vigore, adesioni alle quali venne meno quella degli Stati Uniti d’America.

(ii) Lo Stato di Tuvalu ha un territorio di circa 26 km quadrati distribuiti i 9 atolli dell’Oceania, che ne fanno il quarto stato più piccolo del mondo, e una popolazione di poco più di 11 mila abitanti. Il suo presidente Apisai Ielemia, ha capeggiato nei lavori della COP15 il fronte dei piccoli stati insulari che rischiano di sparire, sommersi dall’oceano se, a detta di gran parte del mondo scientifico, l’aumento della temperatura media della superficie terrestre avrà un aumento superiore a 1,5 gradi e il livello delle acque oceaniche salirà (fino a 1,4 metri, secondo le ultime stime del Scientific Committee on Antartic Research, sommergendo non solo gli atolli ma persino Londra e New York). Il suo rifiuto di firmare il “l’Accordo di Copenhagen”, dichiarato a lavori praticamente terminati (e imitato a quel punto da Venezuela, Cuba, Costarica, Bolivia e Sudan) ne ha impedito l’accettazione alla COP15, tenuta all’osservanza del voto unanime.

(iii) Per una ricostruzione attendibile si veda l’editoriale di C. Bastasin, Il retroscena del vertice di Copenhagen, «Il Sole 24 Ore» del 3 genn. 2010.

(iv) I dati resi noti nel 2008 alla Conferenza di Bali confermavano inequivocabilmente lo stato di fatto attuale evidenziando che il tasso di emissioni di gas serra pro capite di paesi pur ormai pervenuti globalmente ad alti livelli di crescita, come la Cina e l’India, presentano valori pari a un quinto rispetto agli USA, la prima, e a un ventesimo, la seconda (il rapporto tra il dato italiano e quelli cinese e idiano è anch’esso significativo risultando doppio del dato cinese e quintuplo di quello indiano.

(v) H.Kempf, L’Europe a démissionné à la conférence de Copenhague, «Le Monde», 23 dic. 2009

Fonte: Fondazione Peano, Atti del Seminario Natura o Sostenibilità?, Agam 2010

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *