Il passato come risorsa – Johan Galtung

Tunisi, 30 Mouharram 1431.

Un motivo per andare in Tunisia era la sua assenza attuale dai media internazionali: allora qui le cose debbono andar bene, anzi più che bene. Nessuna grossa tragedia, né qualcosa di curioso, solo gente che procede come al solito, con diritti e obblighi reciproci, talvolta ineguali, talvolta no.

Ed è effettivamente così in questo paese di 10 milioni di abitanti all’estremità nord dell’Africa, vicino all’Europa, come ben riflesso nella sua storia. Ma diciamolo subito: il battage dei media continua anche qui, ma sotto il segno opposto: sulla stampa locale non ci sono che “notizie” positive – come “Il Capo di Stato incontra il Primo Ministro”, che mostra chiaramente quanto Ben Ali sia interessato a migliorare il bene nazionale mediante una nuova Commissione per la Scienza e la Tecnologia (L’Expert, 31-12-2009); “Aumenta la produzione dei cereali” (La Presse, 16-01-2010). L’unica ombra trovata nei media è stata quella dell’eclissi di sole in Africa e Asia. Media, per favore, assumete una posizione intermedia.

Ci sono gradienti di ricchezza che aumentano dalla dorsale montuosa a ovest per circa 240 km verso la costa, e che calano dal nord super ricco giù per circa 700 km fino al sud sahariano. Strade di grande comunicazione, ferrovie, scolarità generalizzata, industria, milioni di turisti. Uno sviluppo ben amministrato, con alta parità di genere. Si parla di un 80% di ceto medio e solo un 3.5% di povertà. Può darsi.

Ma una cosa non è in forse: l’incredibile ricchezza storica di questo pezzo di terra. A questa strisciolina stretta fra i giganti Algeria e Libia, col loro petrolio e la loro sabbia, sono arrivati tutti, conquistando, colonizzando, sedimentando il proprio strato nell’archeologia della storia, per essere espulsi dai nuovi arrivi. Finché infine nel 1957 i francesi furono cacciati dagli abitanti stessi, i tunisini, signori nella propria terra.

Facciamo una panoramica di questa sezione a 11 strati della storia tunisina, dal basso in alto:

i Berberi, gli indigeni che arrivarono 10.000 e più anni fa, con propria lingua e cultura, possessori originari della terra;

i Fenici, naviganti semitici, dall’ 841 a.C., con Cartagine, un impero in lotta con la Grecia e l’Impero Romano per la Sicilia (Prima Guerra Punica), Spagna-Italia con Annibale e gli elefanti (Seconda Guerra Punica);

l’??Impero Romano, con l’attuazione genocida di Cartago delendam est – Cartagine dev’essere distrutta – nel 149 a.C. (Terza Guerra Punica), che rese la Tunisia con l’Egitto il granaio dell’Impero, e un centro del cristianesimo con Sant’Agostino, proveniente dall’Algeria;

i Vandali, provenienti dall’Italia, posero fine all’Impero Romano d’Occidente lacerato dagli scismi cristiani in Tunisia attorno al 430, con i Berberi sui loro veloci cammelli che vandalizzarono le statue romane tagliando loro pene e naso;

i Bizantini conquistarono la Tunisia nel 553 per l’Impero Romano d’Oriente e l’Ortodossia, attaccati dai Berberi come i romani d’occidente;

gli Arabi giunsero nel 670 con un Islam moderato e tollerante verso ebrei e cristiani, che convertì i berberi, e con tanta ospitalità e condivisione della solidarietà, al punto che Michael Tomkinson nel suo libro Tunisia ritiene che potessero offrire assistenza allo sviluppo per l’Europa;

gli Spagnoli, cattolici, ebrei-moriscos e musulmani espulsi dalla civilissima Andalusia a partire dal 1492 vi giocarono un ruolo importante;

i Turchi per l’Impero Ottomano, anch’essi musulmani, dal 1574, che governavano mediante il bey, – monarca – dal palazzo che è ora il Museo Bardo, con i migliori mosaici romani al mondo;

i Francesi, laici, dall’Algeria conquistata nel 1830, che governavano la Tunisia mediante i bey a mo’ di “protettorato” che divenne colonia dal 1883, finché l’indipendenza li scacciò nel 1957;

gli Alleati, laici, in guerra, che lasciarono tracce di democrazia;

i Tunisini, in lotta per l’indipendenza con Habib Bourguiba, socialista e presidente dal 1957 al 1987; poi giunse la liberalizzazione.

Ci si chiede che cosa sarebbe il 12° strato, anche se la versione ufficiale è che l’Indipendenza è la fine della storia. Bene, forse no. I Berberi, per tutto il Maghreb in varie forme, potrebbero gettar via gli spessi strati arabo e francese. Potenziale controforza sarebbe l’Unione del Maghreb Arabo dalla Libia al Mali – di cui la Tunisia è uno dei fondatori – come parallelo all’Unione Europea e parte dell’Unione Africana. La Tunisia potrebbe essere africanizzata e maghrebizzata anche se un’ambizione attuale è l’europeizzazione, attraverso il rapporto con la Francia. La Tunisia già le assomiglia, nelle planimetrie urbane, negli alberi ombrosi, nei vigneti e uliveti. Ma guardiamo agli strati, a quella ricchezza. Di Cartagine non resta nulla, ma gli altri strati sono sovente ben conservati e presenti come ingredienti nella vita quotidiana. Lo spagnolo, ad esempio, si parla diffusamente; non il turco, ma la Turchia è ben più lontana.

Ora che la finta universalità dell’Occidente in generale, e della Francia in particolare, si sta logorando come modello universale, forse del tutto, ci sono tre alternative (anche in Occidente): essere ispirati da altri, sincronicamente; imparare diacronicamente dal proprio passato, ed essere creativi. La Tunisia ha aperture verso l’Africa, soprattutto del nord; e verso l’Europa soprattutto del sud. E la Tunisia ha tutti quegli strati, ben più di quanto l’attuale maestro del Terzo Mondo, Evo Morales in Bolivia, possa imparare dal passato Aymara-Quechua-Inca.

Tutto cò può ispirare il popolo tunisino aldilà dei venti arabo e francese che soffiano così forte. Come in gastronomia, col ricco cibo tunisino. In quanto all’abbigliamento e alle abitazioni, ci sono chiari segni di profondo apprendimento. Ma cosa dire di quella commissione per la scienza e la tecnologia: riesce a guardare aldilà della Francia? E, ci sono antichi cereali di quel granaio che fu, che si potrebbero e dovrebbero riattualizzare per una maggiore varietà nel consumo umano e per l’arricchimento del suolo?

Lo sviluppo liberale dell’Occidente porta con sé il disfacimento del tessuto sociale. Ma con tanto a cui ispirarsi, il limite è il cielo.

18.01.10

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: THE PAST AS A RESOURCE

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2473

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