La pedagogia della Shoah – Laura Tussi

Moni Ovadia sostiene che l’antisemitismo prevede un nemico non per posizione, ma per definizione, ossia un nemico ontologico, per essenza umana e per pensiero altro, nella concezione del nazismo che è senza precedenti nelle altre dittature.

La Shoah diviene oggetto di fiction televisive e cinematografiche; è indagata e trattata in innumerevoli opere narrative; viene analizzata nel tentativo di enucleare concettualmente e razionalmente il suo mistero che resta indecifrabile. È accaduto, nella vicenda storica dell’umanità, un evento mostruoso, enorme, non solo per la quantità delle vittime, ma anche per il numero di colpevoli, di complici sottomessi e obbedienti, di indifferenti ottenebrati, obnubilati e alienati dal sistema del terrore nazista. L’esigenza spasmodica di comprendere conduce dalla storia alla microstoria, degenerando persino nella pornografia della Shoah, nella morbosità dell’incesto storico, di fantasie maniacali fino al recondito delle fosse comuni e delle camere a gas, nel fetore nauseabondo del male, nel gusto del proibito, nell’umiliazione dei corpi nudi. Una pornografia della Shoah che alimenta una distanza abissale rispetto alla sobrietà del racconto di Primo Levi, elaborato come faticosa conquista e riflessione pacata e cogente di razionalità, trattenuta come lucida e disincantata e sobria forma di pudore, che è monito attivo e militante, fra memoria delle atrocità del passato e insensibilità per la xenofobia contemporanea.

La lezione della storia deve sempre tradursi in un interrogativo attuale che si ponga domande sulla nostra disponibilità a sopportare nuovamente la discriminazione e l’esclusione del diverso, prima ridotto a ospite ingrato ed indesiderato e poi destinato all’eliminazione.

La pedagogia della Shoah rappresenta uno strumento prezioso che deve adeguarsi alla novità del contesto multietnico, suscitando interrogativi, nel promuovere comportamenti, inducendo sempre a mettersi nei panni dell’altro. Altrimenti i propositi didattici e culturali di immedesimazione nella tragedia ebraica possono risultare controproducenti.

La didattica della storia ha stabilito una giornata della memoria in cui questo tema viene trattato nelle scuole, cercando di evitare il rischio dell’ostentazione della celebrazione.

Una soluzione all’errore della retorica dell’Olocausto è l’insegnamento da parte dei testimoni in percorsi didattici che prevedano la narrazione autobiografica. L’importanza della memoria di vita e dell’autonarrazione risulta compresa in un approccio didattico di pedagogia narrativa finalizzata a reagire all’alienazione del razzismo e della xenofobia. La Shoah sembra incomprensibile e si sono addotte spiegazioni economiciste, psicologiste che si fermano ad un punto, oltre il quale subentra il demoniaco, il diabolico, la barbarie.

Attraverso la pedagogia dell’internamento si comprendono fenomeni di espropriazione, alienazione e violenza, dove il campo di sterminio diventa un laboratorio pedagogico per “costruire soggetti distrutti”, quale ossimoro e contraddizione da cui nasce un’antropologia dove si costruisce un setting pedagogico, in cui si sviluppano pratiche di contrasto, in una pedagogia della resistenza minimale e infinitesimale. Adorno sostiene che “dopo Auschwitz non è più possibile scrivere poesie”, dove invece occorre rimemorare, fare memoria, ripresentificare il tempo nel diritto all’ascolto dei testimoni, con il dovere di capire, di ricordare e chiedere continuamente il perché.

Primo Levi nell’opera “I sommersi e i salvati” evidenzia l’importanza attuale e contemporanea della testimonianza, con la narrazione che diviene riscatto della propria individualità.

L’Associazione Nazionale Ex Deportati ANED ha intrapreso una ricerca sulla deportazione femminile, sulle donne deportate, più deboli e per questo più restie a testimoniare e a raccontarsi, dove, secondo Levinas, il nazismo si è avventato contro “il volto dell’altro”.

I testimoni e gli insegnanti sono in rapporto con la comunità educante per la trasmissione di memoria storica fra le generazioni. La scuola è al centro della comunità educante attraverso la memoria della testimonianza che rappresenta il filo rosso educativo che unisce i vari enti di attività culturale e di ricerca.

La scuola è una comunità di ricerca volta a mantenere attuali i valori costituzionali. Nel 1996 il ministro dell’istruzione inserisce la storia contemporanea nell’ultimo anno delle scuole superiori, dove si ripresenta la difficoltà di coniugare la memoria individuale e collettiva e l’impegno per gli insegnanti nel dialogo tra generazioni. Dalle riflessioni di Moni Ovadia, esponente e cultore della tradizione ebraica Yddish, nei suoi discorsi in teatro e in pubblico, si evince che la forma di resistenza più straziante e lancinante concepibile dalla mente umana si rivela tramite il mezzo sublime della follia creativa, della creatività artistica, nella pedagogia della resistenza, per la salvezza e sopravvivenza della dignità umana, contro la barbarie e la violenza, perché il carnefice non potrà mai reprimere la dimensione umana individuale e lo spirito creativo. Infatti nella simbologia del popolo ebraico risulta presente il senso del dio vivente in ogni creatura, concetto opposto rispetto ai canoni nazisti che propongono simboli di morte e tenebre, nell’oscurantismo della ragione, mettendo al bando le opere culturali. Nella retorica di regime sussiste una crudele dicotomia tra vita e morte, cultura e ignoranza, tenebre e luce, vitalità e annientamento, differenza e omologazione.

Un’interpretazione biblica cita che se non ci fosse la dimenticanza, l’uomo penserebbe ossessivamente alla propria morte, nella scelta traumatica tra memoria e oblio. Nel capitolo terzo del Qoelet si dice che vi è tempo per fare memoria e tempo per astenersi dal ricordo, dove il momento dell’oblio può mettere in discussione il passato.

A livello sociale, si giunge all’esigenza di smemoratezza, occultando le fonti storiche e riabilitando i colpevoli. Attualmente sussiste un mare magnum di stimoli, informazioni, notizie, attraverso i mezzi informatici, i musei, gli archivi, i media, per cui siamo immersi nei ricordi, ma in poca memoria e scarsa capacità e strategia selettrice, dove subentra mancanza di riflessione critica rispetto alla confusione. Le distorsioni della memoria comportano l’imbarbarimento generale nelle relazioni interpersonali, nel conflitto etnico e nella pretesa purezza della superiorità razziale, nel conflitto di civiltà dopo il fatidico 11 settembre, come “profezia che si autodetermina”, nell’oblio che predica la xenofobia, dimenticando quando gli stranieri, gli extracomunitari e i dannati della terra eravamo noi.

Laura Tussi, docente, scrittrice e giornalista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *