Novità libri – Peter Singer, Salvare una vita si può. Agire ora per cancellare la povertà – Recensione di Dario Cambiano

cop singer 2gPeter Singer, Salvare una vita si può. Agire ora per cancellare la povertà, Il Saggiatore, Milano 2009

Ricchezza non è il Boeing privato dei fondatori di Google. Ricchezza non è lo yacht da 126 metri di Paul Allen, il cofondatore di Microsoft. Ricchezza è comprarsi ogni giorno una bottiglietta d’acqua da 40 centesimi quando dal rubinetto possiamo avere acqua qualitativamente analoga per 0,02 cent (in lire fa più effetto: 800 lire per mezzo litro contro una lira al litro l’acqua del rubinetto)

Non comincia così il trattato di Peter Singer, ma questo è uno dei capisaldi: qui, in occidente, siamo tutti ricchi. E siamo tutti in debito verso chi abita nei paesi “in via di sviluppo”, che è poi uno di quegli eufemismi con cui si maschera la realtà, per cui lo spazzino è diventato un “operatore ecologico” ma gira sempre con l’Ape e ramazza le stesse strade; così il terzo mondo che muore di fame è sempre lì, ironicamente “in via di sviluppo”.

Singer ci parla di come sarebbe assurdamente semplice CANCELLARE la fame del mondo: così semplice che basterebbe che gli Occidentali (gli 855 milioni di persone che stanno “sopra la linea di galleggiamento” di questo mondo) donassero 200 dollari l’anno per dieci anni.

Però non succede. Una cosa cosi semplice non succede. Ogni anno ci sono 18 milioni di morti per cause legate alla povertà, di cui quasi 10 milioni sono bambini sotto i 5 anni, insomma una roba da togliere l’appetito per sempre (in 6 anni la II guerra mondiale ha ucciso 50 milioni di persone. In 6 anni la povertà si porta via 90 milioni di persone. Vedete voi). Tutti sanno che una cifra irrisoria, una briciola della tredicesima potrebbe cancellare tutto questo. Eppure.

Eppure. Il libro di Singer è un unico, insistente, urgente, drammatico appello alla beneficenza: bisogna donare. Anzi, dobbiamo donare. Anzi, TU devi donare.

Ma quanto? Quanto ci mette a posto con la coscienza?

Qual è la “giusta parte” che dobbiamo fare come esseri umani? Se in un lago stanno affogando 10 bambini, e ci sono 10 uomini sulla riva, la giusta parte sarebbe che ogni uomo si tuffasse e salvasse un bimbo. Ma se si buttano solo in tre? La giusta parte dei tre “salvatori” rimarrebbe quella di aver salvato un bambino? Potrebbero andarsene a casa soddisfatti di aver fatto quello che era loro richiesto? Cosa fareste voi?

Il libro di Singer è pieno di interrogazioni inquietanti, che colpiscono direttamente il nostro impianto etico. Come la domanda: perché donare è guardato con sospetto? Perché i ricchi che donano fanno pensare che lo facciano per pubblicità? E’ ancora attuale il dettato cristiano “non sappia la tua destra ciò che fa la tua sinistra?”

Secondo Singer no. Anzi, l’”outing” in questo campo può essere benefico, stimolare l’adesione di persone incerte, far nascere competizione, solidarietà, cooperazione. Tanto che, negli Usa, è nata la “50% League”, cui ogni anno aderiscono nuovi membri: un club esclusivo, di chi sceglie di donare il 50 per cento del proprio reddito.

Estremismi? Ma quanto è giusto donare (di nuovo, la “giusta parte”)? Singer ci spende l’ultimo capitolo con una teoria economica attuabilissima: donazioni progressive. Dall’1 al 5% i meno abbienti, dal 5 al 10% il ceto medio, dal 10 al 20% i ricchi, dal 20 al 33% i miliardari.

Semplice, no? E allora perché non succede?

Ci sono strumenti per capire anche questo, nel libro di Singer. E anche per capire che la beneficenza non va fatta ciecamente, ma semmai con più cura di quanto si facciano i nostri investimenti di capitale.

Un libro che va letto e consigliato, che sarebbe interessante portare al pubblico dibattito o nei programmi scolastici. Perché lo “scandalo” di questo mondo sia cancellato al più presto.

Utopia? Forse.

Ma l’accorato, solo apparentemente ingenuo appello di Singer non dovrebbe lasciarci immutati, inattivi. Anche perché, come hanno scoperto (Science, 2007) donare attiva le stesse funzioni cerebrali del mangiare cioccolato. E non fa male al fegato.

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