Ripensare il pensiero di Morin – Giuseppe Fumarco

edgar_morin_2Ripensare il pensiero di Morin. “Riforma del pensiero e democrazia cognitiva”

Premessa

Non vogliamo dogmatizzare il pensiero di Morin. Sarebbe ‘antimoreniano’. Ma quello che ci hanno dato i grandi pensatori, solitamente, abbiamo cercato di non sciuparlo. Così è stato per Darwin, Freud e lo stesso Marx (sebbene quest’ultimo abbia fatto “aggirare spettri per l’Europa”, rovinando il sonno a molti potenti e facoltosi di turno…).

In genere nell’800 si riconosceva “onore al merito”, anche se le cose che i “grandi pensatori” sostenevano erano all’epoca indigeste. Fu indigesto non solo il Marx dello spettro comunista, ma anche Freud, con la sua mania di ficcare il sesso dappertutto, e Darwin, con la sua idea strampalata che l’uomo “discendeva dalle scimmie” (scoprimmo poi che non era proprio così, ma più o meno..).

La scarsa digeribilità dei pensiero dei grandi del primo ‘900 cambia di genere. E’ indigeribile perché incomprensibile, o anti-intuitivo, come meglio si dice. Ma soprattutto ci spostiamo dalla filosofia (ampiamente detronizzata) alla fisica. Come dice Morin: “In effetti i grandi problemi scientifici sono divenuti filosofici perché i grandi problemi filosofici sono divenuti scientifici” [1].

Come capire Einstein e la sua ‘cerebrale’ teoria della relatività, per lo più confusa con il ‘relativismo’ in generale? Non parliamo della fisica quantistica, indigeribile perché incomprensibile e incomprensibile poiché a-logica: ci costringe ad accettare il principio di non-contraddizione, caposaldo di tutta la filosofia, da Aristotele in avanti. Intuiamo alla fine che tutto ciò che attiene alla fisica dell’infinitamente grande (macrofisica) è fortemente incomprensibile esattamente come tutto ciò che attiene alla fisica dell’infinitamente piccolo (microfisica). Solo ciò che è spiegato dalla fisica classica – inclusa la sana e vecchia fisica newtoniana – va bene per le nostre modeste, ma ben definite, dimensioni spazio-temporali “intermedie” (la “scala di mezzo”).

Che l’anti-intuitività, a pensarci meglio, sia un vecchio vizio della fisica, è senz’altro vero. Ma qui il discorso ci porterebbe all’indietro nella storia del pensiero; d’altra parte come dimenticare la difficile comprensibilità intuitiva della teoria eliocentrica, che Copernico e soci vollero sostituire a quella geocentrica che vediamo ‘disconfermata’ ancora oggi tutti i giorni guardando il cielo con i nostri occhi (insomma: è il sole che nasce e tramonta!). Oggi quando ormai sappiamo che l’intero Universo è a-centrico (oltre che unico e singolare). Ma nessuno oggi guarda più il cielo, presi come siamo da ben altre, irrilevanti, questioni.

Nella seconda metà del ‘900 la palma del pensiero che conta (i nuovi ‘grandi’ del pensiero e della ricerca) si sposta alla biologia genetica (la scoperta del DNA), e da lì vaga per la cibernetica, il pensiero sistemico, l’ecologia (sistemica), l’etologia comparata, la sociobiologia, ecc..; per tornare alla fisica con la teoria dei vortici, quella del caos, la geometria dei frattali, le strutture dissipative, ecc…; per ritornare di nuovo al vivente con l’ autopoiesi (Maturana e Varela) e le nuove epistemologie della conoscenza (le scienze cognitive). Si aggiungano poi gli sviluppi inediti della vecchia antropologia, dall’ arché dell’ominazione alla scoperta dei nuovi fossili nelle gole di Olduvai o altrove. E ancora: la geologia della tettonica a placche e le infinite nuove scoperte dovute ai più penetranti sguardi – sempre più satellitari e radio-telescopici – nelle profondità iperuraniche dell’universo.

Questo frastagliamento, questa esplosione, è dovuta alla congiunzione, virtuosa e viziosa, di molti fattori. Le università e i centri di ricerca si moltiplicano, le tecnologie erompono ed irrompono in essi; la comunicazione tra ricercatori ed esperti si velocizza (in parallelo al velocizzarsi di ogni tipo di comunicazione) ed esplode quel nuovo “sistema neuro-cerebrale artificiale” che chiamiamo internet, figlio della telefonia (e della comunicazione in generale) come dell’informatica, tutta roba artificiale (inventata e prodotta da Homo) che ri-moltiplica quanto andava già moltiplicandosi di per sé.. Gli sviluppi della cultura, della scolarizzazione, dei centri e dei luoghi di studio e di ricerca – anche di alto livello – cioè lo sviluppo antropo-socio-culturale – ci ha presi alla sprovvista.

Certo, i grandi pensatori originali sono anche oggi relativamente pochi (anzi possiamo ipotizzare che, in termini percentuali, siano in trend discendente…), ma questi pochi sono comunque molti.

Occorreva perciò che ci fosse qualcuno che – proprio a partire dalla seconda metà del ‘900 – si desse la pena di cercare di ri-collegare e di tenere unita in qualche modo questa storia esplosiva del pensiero, questa sociosfera culturale che produce questa abnorme noosfera ideale (un incredibile mondo delle idee!). Ci voleva qualcuno che riprovasse e ritrovasse l’arte della sintesi, del sincretismo, del collegamento, dell’integrazione, ecc…

Crediamo che ‘uno’ di questi (a nostro avviso il più significativo) sia Edgar Morin, antropologo, sociologo, filosofo, pensatore a tutto tondo, inauguratore (insieme ad altri, per certo) del noto “pensiero della complessità” [2]. Preoccupati dall’eccessiva velocizzazione del pensiero (scientifico, ma non solo..) che nessun ‘umano’ può più cercare di rincorrere nell’insieme, alcuni pensatori chiedono oggi uno stop, vogliono ri-pensare con calma, vogliono vederci chiaro; ma ri-vogliono soprattutto una visione d’insieme che ci restituisca un mondo di idee più complessivo, globale e “com-prensivo”.

Da qui nasce la teoria della complessità. Come diremo meglio più avanti, essa stessa indefinita e indefinibile per principio.

Dalla divisione sociale del lavoro alla divisione sociale del pensiero. I guasti attuali dell’intelligenza a-critica.

Dopo gli evi feudali, il rinascimento, il mercantilismo, la “descoverta” del mondo e l’esplosione dei viaggi di ‘esplorazione’ via mare, la colonizzazione dell’umanità non-occidentale da parte degli europei ed infine l’avvento e il trionfo del capitalismo…..ecc..; il sempre maggior sviluppo dei commerci e degli scambi impone una sempre più articolata “divisione sociale del lavoro” (A. Smith) a cui si affianca – con l’industrialismo – una “divisione tecnica della produzione”.

A livello della ‘noosfera’ (il mondo delle idee) la contropartita di questi sviluppi delle società occidentali è una sempre più accentuata “divisione sociale del pensiero”.

Divisione sociale e tecnica del Lavoro Divisione sociale del Pensiero

I pensatori ‘liberi’ e ‘tuttologi’ tendono a scomparire e, di fatto, scompaiono. I tempi degli “scienziati filosofi” del ‘600 (Descartes, Galilei, Spinoza, ecc…) sono definitivamente chiusi già nel 700/800. L’incredibile complessificazione delle scienze moderne obbliga a scelte di ‘campo’. Non solo tra filosofi o scienziati, ma anche tra scienziati delle scienze umane e sociali e scienziati delle scienze naturali. Si assiste di fatto non solo ad una biforcazione, un ‘aut’ ‘aut’, tra le “due culture”, ma anche ad una crescente necessità dello specialismo all’interno di queste due grandi branche del sapere. Si transita in pieno ed irreversibilmente verso un sempre più accentuato specialismo disciplinare. Le singole discipline si moltiplicano al loro interno. La frammentazione e la polverizzazione disciplinare attuale è (per chi la conosce) sconvolgente, ed obbliga le menti a chiudersi in comparti ristrettissimi.

Ogni disciplina adotta un proprio statuto, proprie regole e modalità di indagine, propri strumenti analitici, propri concetti organizzatori, propri linguaggi ‘specialistici’ non comunicanti con gli altri linguaggi specialistici. Si creano compartimenti stagni tra le diverse discipline.

Ha inizio la babele dei linguaggi disciplinari.

Ecco perché il processo della “divisione sociale del pensiero” è più che mai un’emergenza cognitiva. Approfondendosi e continuando questo sviluppo della noosfera gli stessi ‘specialisti’ “perdono la capacità di cogliere il globale ed il fondamentale, mentre i singoli cittadini perdono il diritto alla conoscenza” (Morin).

Non si tratta dunque solo di un problema del ceto intellettuale, dei modi della riforma dei sistemi educativi, di astratte o raffinate disquisizioni intorno alle logiche di sviluppo della conoscenza, dell’epistemologia delle scienze, della gnoseologia stessa. Ciò che accade al ceto intellettuale ed agli specialisti che operano nei campi più svariati ricade poi, come effetto distorsivo, sull’intero corpo sociale. Ossia: ciò che succede alla “tecno-scienza” ricade nella technè che, a sua volta, incide direttamente sul fare di tutti e di ciascuno; cioè sui cittadini della “società-mondo”. I quali cittadini – a volte anche inconsapevoli di essere cittadini di alcunché – avendo perduto il diritto alla conoscenza non riescono più ad esprimere forme di “democrazia cognitiva”.

L’assenza (l’inconsistenza) di una democrazia cognitiva ha conseguenze negative sulle personalità e sui modi di essere antropologici, sociologici, psicologici, ecc… degli esseri umani.

Gli assetti socio-culturali delle società cosiddette post-moderne appaiono così caratterizzati:

1.la gran massa degli individui vive in un habitat noosferico “imprintato” culturalmente dalle ‘normalizzazioni’ ambigue, non scientifiche, pre-razionali e irrazionali, della cosiddetta “cultura sociale diffusa”. A ciò si aggiunge il ruolo, affatto secondario, della manipolazione dei mass-media. Queste due forme di imprinting culturale impediscono l’emergere di vere consapevolezze e di un approccio critico e personale al mondo della comunicazione/informazione, mondo che opera con i fini più diversi quasi mai coincidenti con la ricerca della realizzazione di una vera soggettività umana;

2.proliferano sublimazioni di tutti i tipi, esoterismi irrazionali, visioni pseudo-consolatorie, ecc…; resistono le dogmaticità dell’irrazionale istituzionale legate alle grandi correnti del pensiero religioso e/o ai dogmi delle “ideologie di stato”;

3.cresce a dismisura la ‘falsa-coscienza’ e la ‘self-deception’, ed ogni tipo di auto-illusione;

4.le istituzioni pubbliche di istruzione e formazione di per sé non riescono – anche qualora operassero con logiche di pensiero complesso – a contrastare tali tendenze di fondo; va in ogni caso ricordato che la cultura sociale produce la scuola la quale riproduce a sua volta quella cultura sociale; cultura/società e istituzioni educativo/formative si collocano all’interno di un anello ricorsivo che costituisce un evidente circolo (vizioso, in questo caso);

5.il ceto politico, a sua volta, non può, non vuole e non sa operare secondo approcci culturali alternativi e subisce, adeguandovisi, la cultura massificata e manipolata; il politico di professione tecnicizza la politica e scade dell’economicismo, cosicché il suo “sapere professionale” da un lato si degrada e dall’altro non è più comprensibile all’insieme dei rappresentati;

6.un gran numero di specialisti dei settori più svariati della tecno-scienza sono privi di qualsiasi visione di insieme ; l’ università non solo non è fattore di inversione delle tendenze in atto, ma, nel suo complesso, rafforza la dispersione e la frammentazione, e quindi lavora per il “paradigma della disgiunzione e della separazione”;

7.la noosfera è percorsa incessantemente da un enorme “rumore di fondo” ipercomunicazionale ed è di fatto caratterizzata da una frammentazione e dispersione molto ampia delle informazioni e della comunicazione;

8.ristrette cerchie di intellettuali di nicchia (la c.d. ‘intelligentjia’), sono, all’epoca attuale, inabilitati e impossibilitati ad incidere sulla noosfera stessa (vedi questione storica della “decadenza degli intellettuali”).

Su questo sfondo cognitivo, costruire “sistemi democratici” è molto difficile.

La riforma del pensiero per una democrazia cognitiva

Ma ecco come lo stesso Morin pone (in Appendice al 6° volume del “Metodo”, “L’Etica”) la questione della “democrazia cognitiva” e della necessaria “riforma del pensiero” quale suo ineludibile presupposto.

“Le nostre società sono messe a confronto con il problema nato dallo sviluppo di questa enorme macchina in cui scienza e tecnica sono intimamente associate, in quella che ormai chiamiamo “tecno-scienza”. Questa enorme macchina non produce solo conoscenza ed delucidazione, ma anche ignoranza e accecamento. Gli sviluppi disciplinari delle scienze non hanno portato solo i vantaggi della “divisione del lavoro” (manuale e intellettuale, NdA), ma anche gli inconvenienti della super-specializzazione, della compartimentazione, e della parcellizzazione del sapere. Quest’ultimo è divenuto sempre più esoterico (accessibile ai soli specialisti) anonimo (concentrato nelle banche dati) e utilizzato da istanze anonime, in primo luogo lo Stato.

Inoltre la conoscenza tecnica è riservata agli esperti la cui competenza in un campo chiuso si accompagna a una incompetenza quanto questo campo è parassitato da influenze esterne o modificato da un evento nuovo. In queste condizioni il cittadino perde il diritto alla conoscenza.

Ha il diritto di acquisire un sapere specializzato compiendo studi ad hoc, ma in quanto cittadino è spossessato da ogni punto di vista inglobante e pertinente. ….”.

“Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Il problema non si pone solo per la crisi o per la guerra. E’ un problema di vita quotidiana. Ogni mente colta poteva, fino al diciottesimo secolo, riflettere su Dio, sul mondo, sulla natura, sulla vita, sulla società, e intraprendere così l’interrogazione filosofica che, contrariamente a quello che i filosofi di professione credono, è un bisogno di ogni individuo, almeno fino a quando gli obblighi della società adulta l’adulterano. Oggi si domanda a ciascuno di credere che la sua ignoranza è buona, necessaria, e tuttalpiù gli si offrono trasmissioni televisive nelle quali eminenti specialisti gli impartiscono qualche amena lezione”.

Lo spossessamento del sapere, molto mal compensato dalla volgarizzazione mediatica, pone il problema della democrazia cognitiva. La continuazione del processo tecnico-scientifico attuale, processo del resto cieco che sfugge alla coscienza e alla volontà degli stessi scienziati, porta ad una forte regressione della democrazia. Non esiste al momento una politica immediata da mettere in opera. C’è al contempo la necessità di una presa di coscienza politica dell’urgenza a operare per una democrazia cognitiva.

“E’ in effetti impossibile democratizzare un sapere compartimentato ed esoterizzato per natura. Ma è sempre più possibile pensare ad una “riforma del pensiero” che permetterebbe di affrontare la formidabile sfida che ci chiude nella seguente alternativa: o subire il bombardamento delle innumerevoli informazioni che ci giungono quotidianamente a pioggia con i giornali, le radio e le televisioni; o affidarci a sistemi di pensiero che raccolgono solo le informazioni che li confermano o sono loro intellegibili, rifiutando come errore o illusione tutto ciò che li smentisce o è loro incomprensibile. Questo problema si pone non solo per la conoscenza del mondo giorno per giorno, ma anche per la conoscenza di tutte le cose sociali e per la stessa conoscenza scientifica….

Ora, il problema cruciale dei nostri tempi è la necessità di un pensiero adatto a raccogliere la sfida della complessità del reale, cioè di cogliere i legami, le interazioni e le implicazioni reciproche, i fenomeni multidimensionali, le realtà che sono allo stesso tempo solidali e conflittuali (come la stessa democrazia, che è il sistema che si alimenta di antagonismi mentre li regola)…..

E in effetti tutte le scienze avanzate come le scienze della Terra, l’ecologia, la cosmologia, ecc…sono scienze che spezzano il vecchio dogma riduzionistico di spiegazione attraverso il monocausale e l’elementare: queste scienze considerano i sistemi complessi nei quali le parti e il tutto si producono e si organizzano a vicenda. Inoltre si sono già formati dei principi di intellegibilità atti a concepire l’autonomia, la nozione di soggetto, ecc..; nello stesso tempo è iniziato l’esame della pertinenza dei nostri principi tradizionali di intellegibilità: la razionalità e la scientificità chiedono di essere ridefinite e complessificate, e ciò non riguarda solo gli intellettuali.

Riguarda la nostra civiltà: tutto ciò che è stato realizzato in nome della razionalizzazione e che ha condotto all’alienazione del lavoro, alle città dormitorio, ai viaggi dei pendolari casa-lavoro, al divertimento in serie, all’inquinamento industriale, al degrado della biosfera, all’onnipotenza degli Stati-nazione dotati di armi di annientamento, tutto ciò è veramente razionale? Non è forse urgente reinterrogare una ragione che ha prodotto al suo interno il suo peggior nemico, la razionalizzazione?

La necessità di una “riforma del pensiero” è ancora più importante da delineare ora che il problema dell’educazione e quello della ricerca sono ridotti in termini quantitativi (se non bancari e finanziari, tipo: debiti e crediti formativi, portfolio delle competenze, ecc…NdA).

Si maschera attraverso ciò la difficoltà chiave che rivela la sconfitta di tutte le successive “riforme dell’insegnamento”: non possiamo riformare le istituzione (scolastiche e formative) senza aver preventivamente riformato le menti, ma non possiamo riformare le menti se non abbiamo preventivamente riformato le istituzioni. Ritroviamo l’antico problema posto da Marx nella terza tesi su Feuerbach: chi educherà gli educatori?

Non ci sono risposte propriamente logiche a questa contraddizione, ma la vita è sempre capace di trovare soluzioni a problemi logicamente insolubili. Qui, ancora, non possiamo programmare e neanche prevedere, ma possiamo vedere e promuovere. La stessa idea della Riforma (del pensiero, NdA) radunerà delle menti disperse, rianimerà delle menti rassegnate, susciterà delle proposte. Dobbiamo opporci all’intelligenza cieca che si è impossessata di quasi tutti i posti di comando e dobbiamo riapprendere a pensare: compito di “salute pubblica” che inizia da noi stessi.

Certo, ci vorranno molto tempo, dibattiti, battaglie, sforzi perché prenda forma la “rivoluzione del pensiero” che si delinea qui e là nel disordine. Potremmo quindi credere che non ci sia nessuna relazione tra questo problema e la politica del governo. Ma la sfida della complessità del mondo contemporaneo è un problema chiave del pensiero, dell’etica e dell’azione politica”.

Riassumendo

La “divisione sociale del pensiero” che caratterizza le società occidentali – conseguente alla divisione sociale e tecnica del lavoro sempre più spinta – privilegia l’approfondimento monodisciplinare ‘verticale’ e dedica scarsi o quasi nulli sforzi di estensione ed integrazione ‘orizzontale’ del sapere.

Per cui:

si produce una scienza senza visione di insieme (paradigma della riduzione e della disgiunzione); tale scienza produce una techné rispetto alla quale il grosso dell’umanità è fruitrice alienata, nel senso che non la conosce, ma si illude di conoscerla, poiché – nei migliori dei casi – la ‘padroneggia’ prassicamente. Oppure si limita ad utilizzarla passivamente;

si produce una filosofia che non occupandosi (nel suo corpus centrale) della scienza, si auto-emargina da una vera conoscenza, che, all’oggi, non può che essere intesa come conoscenza di insieme, scientifica e filosofica allo stesso tempo. E, soprattutto, non si può più pensare oggi ad una filosofia che faccia a meno delle più importanti acquisizioni scientifiche sedimentate nel campo della fisica e della biologia, ecc…; si genera e si rigenera così costantemente una filosofia “im-potente” (il pensiero debole?!) chiusa nella propria ”torre d’avorio” (sapere socialmente non spendibile);

Ma, come ci fa osservare Morin citando i sociologi francofortesi Habermas e Adorno : “L’enorme massa di sapere quantificabile e tecnicamente utilizzabile non è che veleno se è privato della forza liberatrice della riflessione”.

La riflessione a cui alludono i due Autori non può che venire dai codici morali, dall’etica, e quindi (anche) dalla filosofia. Ma dato che – allo stato attuale delle cose – filosofia e scienza non dialogano, non si vede come si possa uscire da questo circolo vizioso.

Tale circolo vizioso produce ‘il’ (ed è prodotto ‘dal’) seguente paradosso: in tutto il mondo si studia sempre di più. I tassi di istruzione e i tassi di scolarizzazione sono – di decennio in decennio – aumentati in quasi tutte le nazioni in modo molto sostenuto. Sempre di più le tecniche elettroniche di raccolta e trattamento dei dati, dei testi e delle informazioni (i “data banking” degli archivi elettronici ed i loro motori di ricerca…) sono in grado di fornirci dati e informazioni su qualsiasi argomento in tempi rapidissimi.

Paradossalmente, lungi dall’incrementare una reale e maggiore conoscenza collettiva, questo profluvio di dati (disponibili in rete in modo frammentato e disperso secondo il trionfante paradigma della disgiunzione e della riduzione) non fa che alimentare nuovi tipi di ‘ignoranze’ che hanno il preoccupante difetto di ignorare l’insidia dell’errore e di ignorare la loro stessa ignoranza.

L’Intelligenza prassica della tecno-scienza sembra trionfare, ma questa è solo apparenza.

L’Intelligenza senza la luce del criticismo (politico e sociale) e della riflessività critica e autocritica produce “tutto il bene e tutto il male del mondo”. Assistiamo così ad un disastroso sciupio di risorse intellettuali ed alla coartazione e distorsione in direzioni erronee delle intelligenze “fresche” delle nuove classi generazionali.

La scienza, senza il faro dell’etica, è (rischia di essere, NdA) stupidità, imbarbarimento e distruttività.

– E’ un fatto che oggi un grosso patrimonio intellettuale è applicato o a cose inutili o a cose dannose.

– E’ un fatto che il paradigma della specializzazione rende ciechi scienziati e ricercatori e spossessa di ogni forma di sapere buona parte dei cittadini.

In queste circostanze non può – per definizione – emergere una classe politica in grado di imprimere una svolta sull’uso dell’Intelligenza nelle nostre società poiché il ceto politico stesso è il prodotto del non-sapere (delle nuove ignoranze) dovuto alla dispersione e perversione dei mille saperi.

Se questo è un ragionamento applicabile prevalentemente all’ Occidente, possiamo anche aggiungere che non sfuggono più di tanto a queste traiettorie cognitive le società del “resto del mondo” (così definite secondo la nostra ottica occidento-centrica, n.b.); società nelle quali le élite compradore, istruite nei licei e nelle università europee e nordamericane, ripropongono in versione kitch gli “stili di vita” occidentale per le ristrettissime classi abbienti, lasciando al consumo di sopravvivenza agricolo e suburbano interi popoli, vittime ignare del degrado intellettuale delle loro élite politiche.

Attraverso questi modi di gestire l’intelligenza sociale l’umanità non andrà certo molto lontano.

L’anello democratico

Analizziamo ora come Morin tratti il concetto paradigmatico di democrazia, nella sua dialogica e nei suoi limiti attuali. In effetti, a ben riflettere, il concetto di democrazia è un concetto altrettanto ideologico e utopistico di altri concetti e/o idee-guida tramontati nel ‘900: si pensi ai concetti di ‘comunismo’ (o meglio di “socialismo reale”), di ‘socialismo’ (ora riconvertito in socialdemocrazia europea) e di ‘liberalismo’. Si tratta di ideologie attestate sul positivismo ottocentesco. Molta acqua è nel frattempo passata sotto i ponti, ma la politica “ideologica” è rimasta lì. Osserverebbe Morin che le idee spesso si impossessano delle menti umane, togliendo loro lucidità e capacità di vera comprensione e, quindi, la possibilità di successive evoluzioni.

E’ comunque intuitivo che uno dei presupposti di base di una “democrazia matura” – che non scada nel populismo e/o in forme nuove di neototalitarismo – è l’esistenza di soggetti votanti intellettualmente maturi, coscienti e consapevoli. Soggetti dotati di senso di responsabilità verso il cosiddetto ”bene comune” e di senso della solidarietà sociale. Dice l’Autore:

“La democrazia è una conquista di complessità sociale. La complessità democratica, quando è ben radicata nella storia di una società, è un sistema metastabile che ha la qualità di mantenersi attraverso i conflitti interiori, le innovazioni e gli avvenimenti imprevisti…Il civismo costituisce la virtù socio-politica dell’etica e richiede solidarietà e responsabilità…Se il civismo deperisce anche la democrazia deperisce” (Morin, “Etica”, vol 6°).

Ma, sempre secondo il nostro Autore, “Le democrazie contemporanee sono in deperimento. Questo deperimento dipende da molteplici cause…tra queste, gli sviluppi correlati alla desolidarizzazione e all’egocentrismo individuale, e la crescita, in queste condizioni, di una coscienza di disuguaglianza e di non equità…Infine, l’allargamento di un non-sapere cittadino, poiché gli sviluppi della tecno-scienza hanno invaso la sfera politica, il carattere sempre più tecnico dei problemi e delle decisioni politiche li rende esoterici per i cittadini….tale situazione rende necessaria una “democrazia cognitiva”.

La rigenerazione dell’etica è quindi inseparabile da una rigenerazione del civismo, essa stessa inseparabile da una rigenerazione democratica.

E’ definibile una teoria della complessità?

A ben vedere c’è un nesso ineludibile tra la proposta moreniana della “riforma del pensiero” – presupposto all’approdo ad una “democrazia cognitiva”, a sua volta presupposto della praticabilità di una “democrazia vera” nelle nazioni pacificate di una nuova società-mondo – e la “teoria della complessità”. Non si dà l’una senza l’altra. La teoria della complessità è infatti la “Scienza Nuova” per raggiungere la quale Morin ci indica la via, anzi ‘le’ vie.

Le nove vie della complessità

Morin non è certo l’unico teorico della complessità. Ma – per chi si dà la pena di leggere il “Metodo” ”[3] per intero – egli è sicuramente uno dei grandi collettori dell’evoluzione del pensiero della seconda metà del ‘900 in tale ambito. Un Autore che non solo ha messo a sintesi in modo audace una pluralità di apporti teorici contenenti i più importanti “salti paradigmatici” della conoscenza recente, ma anche un teorico che ha proposto una propria visione della vita e delle cose all’interno di una filosofia sostanzialmente unitaria del pensiero complesso. Vediamo come egli stesso descrive la complessità a partire da una non-definizione della complessità:

“Vi sono due difficoltà preliminari quando si voglia parlare di complessità. La prima sta nel fatto che il termine non possiede uno statuto epistemologico (i filosofi e gli epistemologi lo hanno trascurato). La seconda difficoltà è di ordine semantico. Se si potesse definire la complessità in maniera chiara, ne verrebbe evidentemente che il temine non sarebbe più complesso”.

In seguito Morin tratta il concetto della complessità come un concetto in cui confluiscono più vie (nove sono le vie della complessità, non certo una sola……).

Non abbiamo qui lo spazio per svilupparle per intero e le citiamo per rendere conto al lettore delle conclusioni a cui poi si perviene:

1. irriducibilità di caos e del disordine;

2. rilevanza della singolarità, della località e della temporalità (superamento del principio di generalizzazione);

3. la via della complicazione;

4. la via della complementarietà tra ordine e disordine;

5. complessità e organizzazione; il sistema e le qualità emergenti;

6. il principio ologrammatico e l’organizzazione ricorsiva;

7. aprirsi all’incertezza, crisi della chiarezza e della separazione (crisi dei concetti chiari e chiusi);

8. l’osservatore è parte integrante del sistema osservante/osservato

Sviluppando la “nona via” emerge infine la filosofia moreniana (paragrafo successivo).

? La complessità ci obbliga a superare il principio di non-contraddizione (della logica classica) e ad accettare il principio dialogico (dell’ uni-dualità)

“Noi siamo spinti a porre una relazione nel contempo complementare e contraddittoria fra le nozioni fondamentali che ci sono necessarie per intendere il nostro universo. Alla logica bivalente di tipo aristotelico (aut, aut), possiamo (dobbiamo, NdA) sostituire delle logiche polivalenti …”.

Sempre secondo l’Autore “La logica tradizionale è fondata sul sillogismo, la deduzione, l’induzione; essa è tautologica, o almeno omeostatica, nel senso che si fonda sempre sulla conferma (deduzione) o sulla generalizzazione (induzione) delle sue premesse.

La logica organizzazionale procede invece attraverso l’errare e l’errore, fa dei ‘salti’ a partire dai quali emergono nuovi sviluppi, nuove strutture organizzative. Diciamo che la logica ‘classica’ va bene per le macchine, ed anche per la banda fisica “media”, tra la microfisica e la macrofisica; va ancora bene per analizzare alcune caratteristiche del vivente, ma cessa di essere utile per concetti essenziali quali quelli dell’auto-organizzazione e della complessità.

La logica del vivente sfugge al “tutto o niente”, al “sì o no”, poiché con essa entriamo nell’incertezza e nell’ambiguità. Essa va corretta con la logica probabilistica (Von Neumann), con la logica pluralista (Gottard Gunther) e, a nostro avviso,questa logica deve essere allo stesso tempo probabilistica, flessibile, dialogica. dialettica, pluralista e generativa.

La logica generativa è quella che caratterizza il vivente. La logica probabilistica è non-degenerativa, ossia ‘potenzialmente’ generativa. La dialogica è generativa per il suo stesso carattere simbiotico…Oltre a queste logiche occorre fare spazio all’alea, al disordine, al rumore”.

Così il “rumore” (il principio di H. Von Foester di ‘errore’ della comunicazione/informazione) può essere generativo, poiché cambia la struttura dell’ordine pre-esistente facendola transitare attraverso una fase di disorganizzazione/riorganizzazione: ed è proprio l’errore nella trasmissione genetica a dare origine al fenomeno della mutazione che sta alla base dell’evoluzione attraverso la selezione delle specie in natura. “Così le nozioni di errore e di verità cessano di essere nozioni ontologiche inalterabili. Esse diventano biodegradabili, ma anche biotrasformabili….; così il concetto di logica sembra perdere la sua razionalità assoluta, sia relativizzandosi, sia aprendosi all’ambiguità, alla contraddizione, all’errore, alla creazione”.

Una nozione chiave: l’organizzazione

In Morin la nozione-ponte che sta alla base della comprensione sia del mondo della phisis che di quello del bios (il vivente, incluso l’uomo e la sua conoscenza) è l’organizzazione; d’altronde l’Autore l’aveva già affermato all’inizio della stesura della sua opera più completa e sistematica: il “Metodo”. Sosteneva Morin in apertura al primo volume:

“C’est en meme temp que me sollicitent la biologie (moléculaire, génétique, éthologique), la théorie des sistèmes, la cybernétique, la théorie de l’information, la thermodynamique, et les problemes épistémologiques de la complexité. Je comprend alor que l’organisation doit devenir la colonne vertébrale de toute théorie sur les choses, les etres, e les existants…”

In effetti il “Metodo” è un viaggio epistemologico transdisciplinare che, attraverso il concetto-chiave di “organizzazione”, radica l’uomo nel biologico ed il biologico nel fisico.

Afferma ancora l’Autore nelle “Vie della Complessità” [4] a proposito dell’organizzazione e della categoria concetto di “sistema”:

“La quinta via della complessità è la via del’organizzazione. L’organizzazione è ciò che determina un sistema a partire da elementi differenti; esso costituisce un’unità nello stesso tempo in cui costituisce una molteplicità. Questa è la complessità logica dell’ “unitas multiplex”. Il tutto è più della somma delle parti, poiché fa emergere “qualità” (qualità cosiddette “emergenti”) che senza una tale organizzazione non esisterebbero; ma il tutto è anche qualcosa di meno della somma delle sue parti, nel senso che l’organizzazione impone vincoli che inibiscono talune potenzialità che si trovano nelle varie parti. L’unitas multiplex sistemica la troviamo, per esempio, nelle organizzazioni biologiche e sociali: un organismo pluricellulare ha qualità emergenti che lo distinguono nettamente dalle cellule che lo compongono, così come la società umana è un sistema organizzato (una macchina antropo-sociale) con qualità emergenti ben distinguibili dalle qualità e caratteristiche dei singoli individui che la compongono”.

In effetti l’organizzazione è veramente la “colonna vertebrale” del suo pensiero (e non in molti hanno afferrato questo concetto….).

Morin infatti compie attraverso il “Metodo” un percorso di ricerca verso la “Conoscenza della Conoscenza” (in particolare nei primi tre volumi) e proprio l’organizzazione è il leit-motif di questo emozionante viaggio [5].

Un Metodo per un’emozionante ricerca

Il Metodo muove dalla “Natura della natura”, dove prevalgono gli “Esseri Organizzatori di Sé” e/o “Organizzazioni Attive” della phisis: i vortici delle nebulose galattiche, le galassie, le stelle, i cicli geo-atmosferici sul pianeta Terra, ecc…[6]. E’ da questa culla materiale che emerge il vivente; gli “esseri viventi” (il bios) sono dotati di qualità nuove (dette ‘emergenti’), cioè di un “autos”, ossia della capacità, unica e fondante, del vivente di auto-organizzarsi e auto-riprodursi.

La realtà fisica (ma anche fisico-chimica e poi biologica) è organizzata in “sistemi di sistemi di sistemi”, in cui il Sistema è “quel particolare insieme di relazioni storiche, dinamiche, spaziali, fra le componenti che formano un’unità globale, non elementare, composta da parti diverse in inter-relazione”. Tutta la materia (o meglio, la materia/energia) è organizzata e stratificata attraverso un meccanismo ad incastro che alcuni Autori hanno definito appunto come “Sistema di sistemi di sistemi”. Ecco una spiegazione ed una esemplificazione proposta proprio da Morin:

“Tutti gli oggetti della fisica, della biologia, della sociologia, dell’astronomia (atomi, molecole, cellule, organismi, società, astri, galassie..) costituiscono dei sistemi. Il nostro mondo è organizzato in arcipelaghi di sistemi nell’oceano del disordine. L’universo ha quindi carattere “polisistemico”: un’architettura di sistemi edificati gli uni sugli altri; così l’essere umano fa parte di un sistema sociale, che si colloca in un eco-sistema naturale, il quale è, a sua volta, nel sistema solare, il quale si trova dentro un sistema galattico. Egli è costituito da sistemi cellulari, i quali sono costituiti da sistemi molecolari, i quali sono costituiti da sistemi atomici”.

Come si vede, “sistemi di sistemi di sistemi..” .

Parallelamente, attraverso la riclassificazione degli esseri viventi in esseri del primo tipo (unicellulari), del secondo tipo (pluricellulari) e del terzo tipo (società dei pluricellulari), l’Autore recupera la dimensione dell’unicità della categoria bio-antropologica del “soggetto vivente”, per poi passare all’analisi del bizzarro e incredibile “mondo delle idee” (la noosfera) che caratterizza la società degli umani (è infatti proprio ‘con’ e ‘attraverso’ homo che il vivente transita dal computo al cogito); analisi preceduta dall’indagine bio-psico-socio-culturale della categoria della conoscenza. Il “Metodo” conclude con l’esame dell’animale-crisi (Homo Sapiens) nella dialettica e dialogica della sua inumanità che vorremmo più umana (la “società-mondo”, comunità di origine e di destino), e termina con l’Etica (l’antropo-etica) necessaria a lasciare l’età del ferro planetaria e a guardare al futuro più serenamente

Unica tra gli esseri viventi, la specie Homo Sapiens perviene alla “piena conoscenza”: homo è (per ora..) il solo essere nell’Universo consapevole e cosciente di Sé in modo pieno. Ma anche un essere consapevole della finitezza di Sé nella morte, con tutte le conseguenze psichiche e esistenziali di tale consapevolezza (la ‘breccia’, il “trauma originario” che trascina con sé la problematica sapiens/demens). Ultime osservazioni. Il cogito di homo sarebbe inconcepibile al di fuori della sequenza ricorsiva individuo/società/cultura, delle relazioni comunicative inter e intra individuali – ‘via’ linguaggio – e della trinità cervello/mente/cultura (nonché della trinità mentale pulsione/affettività/ragione).

Come si vede, affidando un ruolo chiave al macro-concetto di Organizzazione , Morin perviene ad una personale ed originale proposizione della “Teoria della Complessità”.

Ancora a proposito della complessità secondo Morin

“Tutte le complessità a cui ho fatto riferimento costituiscono il tessuto della complessità. Com-plexus è ciò che viene “tessuto insieme”, ed il tessuto deriva da fili differenti e diventa uno. Tutte le varie complessità si intrecciano ma l’unità del complexus non viene con ciò eliminata dalla varietà e dalla diversità della complessità che l’hanno tessuto. Quando si avanza sulla via della complessità ci si rende conto che ci sono due nuclei connessi insieme: un nucleo empirico ed un nucleo logico… Il nucleo empirico comprende i disordini ed i fenomeni aleatori..le complicazioni, i grovigli, le moltiplicazioni e le proliferazioni; il nucleo logico si riferisce invece da un lato alle contraddizioni che dobbiamo necessariamente affrontare, e dall’altro ai problemi di indecidibilità interni alla logica.

La complessità sembra regressiva e negativa perché reintroduce l’incertezza in una conoscenza che era partita trionfalmente verso la conquista della certezza assoluta. Ma la risposta alla sfida della complessità può essere progressiva e positiva se ci avvia verso un pensiero multidimensionale, che si fa strada contro l’errore del pensiero formalizzante e quantificatore che ha dominato finora la scienza. Dobbiamo inoltre e soprattutto, trovare la strada del pensiero dialogico. Cosa significa dialogica? Significa che due logiche, due nature, due principi, sono connessi nell’unità, senza che con ciò la dualità si dissolva nell’unità (unidualità). Così l’uomo è un essere uniduale, nello stesso tempo completamente biologico e completamente culturale.”

La complessità ha un Metodo. Così il metodo della complessità ci richiede di pensare senza mai chiudere i concetti, di spezzare le sfere chiuse, di ristabilire le articolazioni fra ciò che è disgiunto, di sforzarci di comprendere la multidimensionalità, di operare con la singolarità, la località e la temporalità, di non dimenticare mai le totalità integratrici.

“L’imperativo della complessità consiste nel pensare in forma organizzazionale. Nel capire che l’organizzazione non si risolva in pochi principi d’ordine, in poche leggi, e come abbia invece bisogno di un pensiero complesso estremamente articolato. Un pensiero organizzazionale deve com-prendere la relazione auto-eco-organizzatrice (cioè la relazione profonda tra sistema e ambiente) la relazione ologrammatica fra le parti e il tutto, il principio di ricorsività, ecc…

Un pensiero che non comprenda tutto ciò è condannato ai luoghi comuni, alla banalità e quindi all’errore. Siamo in uno stato della preistoria dello spirito umano, ancora dominato dai concetti, dalle idee, dalle teorie e dalle dottrine da esso prodotti, proprio come pensavamo che gli antichi fossero dominati dai loro miti e dalle loro magie….Il nostro bisogno di civilizzazione implica la civilizzazione delle nostre menti, un salto storico e di civiltà che comporterà anche il salto verso il pensiero della complessità”.

Verso una “società-mondo”

In “L’identità umana” Morin affronta finalmente di petto la storia attuale dell’umanità, la sua situazione esistenziale; il tutto dopo aver ‘ritrovato’ il “paradigma perduto della natura umana”.

“La storia planetaria potrà arrivare a una società-mondo che superi le nostre società (barricate ancora nel modello ‘antiquato’ dello stato-nazione, NdA) pur conservandole?

La mondializzazione tecnico-economica è istituzionalizzata, ben organizzata, animata da un pensiero più o meno omogeneo detto “unico”. Un fenomeno chiave dell’ultima mondializzazione (quella dopo il 1990) è infatti l’autonomizzazione di mega-macchine economiche transnazionali (le multinazionali e/o corporation) che si presentano come un’idra con molteplici teste.

Esse dispongono di una tecno-sfera costantemente in evoluzione innovativa e di una élite tecnico manageriale anch’essa mondializzata. L’ideologia di questa nuova elite tende a depersonalizzare e a deresponsabilizzare i propri comportamenti, in nome di una pretesa razionalità e di una presunta obiettività. Tale ideologia (che altro non è che “liberismo mondializzato”, NdA) produce un’intelligenza cieca a tutto ciò che è fuori dal calcolo.

L’altra mondializzazione (le controcorrenti ecologiche, di resistenza all’invasione generalizzata del principio quantitativo, di resistenza al consumismo standardizzato, di lotta per la salvaguardia delle identità e delle qualità culturali – anche locali – di emancipazione contro la tirannia onnipresente del denaro, di resistenza alla vita prosaica puramente utilitaristica, contro lo scatenarsi della violenza, – alimentando etiche della pacificazione e della soluzione negoziale dei conflitti – ) eredita delle correnti molto diverse e si scontra inevitabilmente con delle difficoltà di organizzazione. Rischia la disgregazione sotto l’influsso di spinte contradditorie e la deviazione sotto l’effetto di illusioni semplificatrici.

Difficile è costruire una “società civile internazionale”. Mancano infatti: regolazioni e controllo internazionali; un diritto comune dell’umanità e delle istanze che lo facciano osservare; confederazioni unite di queste istanze; dei global commons estesi dai monumenti e dalla salvaguarda della biosfera all’acqua ed all’informazione; una democrazia salda e irreversibile. Manca un “diritto dell’umanità” e istituzioni capaci di farlo osservare. Manca una coscienza comune e diffusa dell’essere oramai, tutti noi umani, una “comunità di destino” , o, perlomeno, tale coscienza è per ora fugace ed epifenomenica”.

Siamo sempre nell’età del ferro planetaria ( “Per uscire dal XX° secolo”).

“ Le nazioni consolidavano (e consolidano) la coscienza della comunità di destino con la minaccia incessante del ‘nemico esterno’; ora il nemico dell’umanità non è esterno. E’ nascosto in essa, è in sapiens-demens. Al posto del progresso illusorio che guiderebbe la Storia c’è un quadrimotore folle che spinge il pianeta. Il vascello spaziale Terra è spinto da quattro motori connessi gli uni agli altri: la scienza, la tecnica, l’industria e l’economia capitalista. L’avvenire si giocherà nella dialogica tra due eliche di cui la prima è ormai animata dal quadrimotore, e la seconda, è animata dalle idee di universalismo e di solidarietà….”.

“Forse la maggior minaccia che pesa sul pianeta deriva dall’alleanza tra due barbarie: la prima che viene dal fondo delle età storiche e porta la guerra, il massacro, la deportazione, il fanatismo…La seconda, gelida, anonima, viene dalla nostra civiltà tecno-industriale..conosce solo il calcolo ed ignora gli individui. Il pianeta avanza all’ombra della morte: la potenzialità di annientamento accompagna la marcia dell’umanità. Il nostro sviluppo tecnico-urbano-industriale degrada la biosfera:..Andiamo verso una metamorfosi o verso una catastrofe? Ci salveremo grazie alla catastrofe? Se sì la salvezza sarebbe nella catastrofe, ma a condizione che sia evitata per un pelo. Se un Dio gioca a farci paura c’è riuscito.

Saremo capaci di andare verso una società-mondo che porti in sé la nascita dell’umanità stessa?”

Ritornando sulla spinta che ha dato origine alla scrittura del “Metodo”….

“Questo lavoro rompe con ogni tentativo di razionalizzare l’essere umano, di razionalizzare la storia, di razionalizzare la vita. Rompe con la concezione insulare che isola l’umano dal mondo biologico e fisico. Lo radica, al contrario, in questo mondo. Ci situa tra i tre infiniti: l’infinitamente grande, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente complesso. Rompe con le concezioni riduttive di homo sapiens, homo faber e homo oeconomicus. Complessifica la nozione di uomo a partire dall’unità e dalla dualità maschile/femminile e dalla trinità umana individuo/società/specie; senza stabilire gerarchie, ma accettando che le tre dimensioni della trinità appaiano nella loro essenza complementare, concorrente e antagonista. L’individuo stesso è uno e molteplice: la sua unità è fondata a partire dalla nozione di “soggetto” che comporta un doppio principio di inclusione/esclusione e che permette di comprendere nello stesso tempo l’egocentrismo, l’intersoggettività e l’ altruismo. Infine l’essere umano è polarizzato in yin/yang, gli opposti tra sapiens e demens, faber e ludens, oeconomicus ed estheticus, prosaicus e poeticus…(con la consapevolezza che non possiamo sfuggire a demens).

Questo lavoro rompe anche con ogni concezione troppo coerente che pietrifica l’umano. Mostra la sua incompiutezza e la sua incompletezza. Mostra non solo i limiti della sua ragione ma anche della sua mente. La mostra sempre infantile e adolescente, anche nell’età adulta, anche davanti alla morte. La mostra arcaica sotto una patina moderna, nevrotica sotto il guscio della normalità. Mostra che l’intelligenza è difficile e che l’illusione è la sua minaccia costante. Mostra la relazione complementare e antagonista individuo/società. Indica la dialettica di ciò che asserve e di ciò che libera. Avverte che lo sviluppo tecnico, industriale, economico, si accompagna ad un nuovo sottosviluppo psicologico, intellettuale e morale. L’uomo è un essere di speranza e di disperazione, è il “ridicolissimo eroe” di cui parla Pascal. Il suo vero tesoro, la coscienza, è nata come epifenomeno marginale e parassita..un’emergenza del cervello; la coscienza si è trovata dall’origine straziata e afflitta dalla morte; rischia continuamente l’illusione, la self-deception, la falsa coscienza. Il mistero umano è legato al mistero della vita ed al mistero del cosmo poiché li portiamo in noi stessi. Come ha scritto Jean Tellez “Il mistero sbalorditivo del fenomeno umano appare sullo sfondo del mistero sbalorditivo della vita, che si affaccia sullo sfondo del mistero sbalorditivo del cosmo; e tutti questi sbalordimenti rinviano gli uni agli altri per rinforzarsi”.

I principi del pensiero complesso (la dialogica, l’anello ricorsivo, l’ologramma, ecc…) sono principi esplicatori che in quanto tali, sono a loro volta inesplicabili, avendo in sé il principio di incompiutezza della conoscenza; il pensiero complesso permette un misterioso rinforzo del mistero. La nostra conoscenza riscopre l’ignoranza, ma nobilitata, poiché non è più l’ignoranza arrogante e inconsapevole; è l’ignoranza nata dalla conoscenza che si sa ignorante. Ci troviamo nella fase dell’era planetaria che ci permette di ritrovare l’origine comune. E’ ora, per portare a compimento l’umanità, che occorre rioriginarsi in questa origine comune…assumere la relazione iniziale della trinità individuo/società/specie è ritrovare l’ Arkhé, è scommettere sul futuro.

Poiché il nostro divenire planetario necessita di un’antropo-etica e di un’antropo-politica che associno la rigenerazione della verità generica e la ricerca di un progresso rigenerato.

La nuova Origine, che forse sopraggiungerà a partire dalla nostra incerta agonia planetaria, dovrebbe essere l’inizio dell’umanizzazione. Si potrà proseguire l’ominizzazione nell’umanizzazione? Niente è sicuro, neanche il peggio.”

NOTE ALL’ARTICOLO

[1] E. Morin “La conoscenza della conoscenza” ed. it. Raffaello Cortina, MI 2007.

[2] La cosiddetta “teoria della complessità” è definibile come un movimento di pensiero che si è attualizzato più sul versante della fisica e delle scienze naturali che non su quello umanistico. Movimento a cui hanno concorso svariati pensatori: da Von Neuman a Von Foerster, da Gregory Bateson, alla Scuola di Santiago (U. Maturana e F. Varela), dagli studi pionieristici di Prigogine, a quelli divulgativi di Fritjof Capra. Proprio Morin ha cercato di sistematizzare, attraverso il “Metodo”, una filosofia adatta a tale pensiero (la logica e l’epistemologia della complessità).

[3] La “Methode” è costitutito da sei volumi che, a partire dalla “Natura della Natura”, attraverso “La Vita della Vita” e la “Conoscenza della Conoscenza”, approdano infine al mondo delle idee “Le idee….” per riflettere sull’umanità (“L’identità umana”) e sull’etica (“Etica”) .

[4] “Le vie della complessità” è uno degli interventi apparsi sul volume curato da G.L. Bocchi e M. Ceruti con il titoto “La sfida della complessità” uscito per i tipi della Feltrinelli (MI) nell’85 (poi rieditato nel ‘97).

[5] Dirà Morin all’inizio del “Metodo”: “La mia ricerca è una via, la mia via è una spirale”.

[6] Il non vivente “attivo” o “esseri macchina”, sono gli esseri non appartenenti al vivente ma nemmeno prodotti artificialmente dall’uomo (come gli artefatti e i manufatti…). Morin in “Natura della natura” classifica in questo modo fenomeni molto diversi tra loro ma unificati dalla circostanza di essere “Produttori di Sé”:

1. l’archeo-macchina: il Sole (le stelle in generale…);

2. le proto-macchine o “motori selvaggi”, che possono avere carattere termico, eoliano, idraulico. Alcuni ripetitivi e meno turbolenti, legati ai cicli atmosferici ed allo spostamento di masse di aria all’evaporazione, all’erosione, ecc..; altri a carattere effimero ma violento (cicloni, tornadi, uragani, tifoni);

3. i ‘motori selvaggi’ – come accennato sopra – possono avere un carattere più tranquillo, come i mulinelli e il moto delle fiamme, ed hanno la caratteristica di essere ‘domesticabili’ dall’uomo. La morfologia degli uni e degli altri è spiraloide e il loro movimento è “a vortice” .

Le stelle, i ‘motori selvaggi’ e i ‘vortici’ sono fenomeni naturali di produzione di Sé (non ancora di autoproduzione, caratteristica solo degli esseri viventi…) e generano stabilità solo apparente delle forme fisiche (morfostasi).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *