Gaza Freedom March: nonviolenza palestinese e solidarità internazionale – Max Ajl – Znet

Gaza_FreeFlag8_5x11Discuterò l’utilità della resistenza nonviolenta palestinese in quanto rivolta alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese e specificamente dell’occupazione e del blocco della Striscia di Gaza. E ancor più specificamente, della Gaza Freedom March (GFM), di cui sono un organizzatore.

Prima di parlare della nonviolenza palestinese, bisogna chiarire parecchie cose. Una è che nessuno – tanto meno io, ragazzo ebreo di Brooklyn – ha il minimo diritto di dettare ai palestinesi come porre fine al blocco o resistere all’occupazione. Un’altra è il bisogno di evitare la quasi inevitabile aria antisettica degli occidentali trattando la nonviolenza palestinese. Antisettica, in quanto ripulita della sabbiolina complicante dell’occupazione entro cui deve attuarsi la nonviolenza. C’è di solito anche un tacito messaggio implicito, una domanda formulata in genere con poche parole: dov’è il loro Gandhi? Domanda che non potrebbe essere più sbagliata. Spero di mostrare perché.

Inoltre, la giustificazione per la nonviolenza cui voglio arrivare non è una giustificazione di principio radicata in un impegno indefettibile per il pacifismo, più o meno la posizione quacchera. Gran parte delle persone non sposano la nonviolenza perché intrinsecamente superiore alla violenza. La nonviolenza è meglio della violenza solo se può raggiungere gli stessi obiettivi con meno sofferenza umana –valutata con la metrica più esigente: meno morti, meno bambini disgraziati. L’impegno assoluto per la nonviolenza non è una posizione che tratterò qui salvo suggerire che un impegno tattico per la nonviolenza può approssimarsi moltissimo alla posizione che la assume in linea di principio – se si può effettivamente mostrare o almeno presupporre che situazioni risolte violentemente possono essere risolte nonviolentemente a minor prezzo di sangue, l’unica considerazione cui valga la pena di prestare attenzione. Questa è la nonviolenza di Howard Zinn. E’ anche quella di Gandhi, contrariamente a interpretazioni prevalenti.

Non è che la violenza non funzioni mai: di fatto funziona piuttosto bene. L’antropologo David Graeber commenta “la violenza è veramente unica fra le forme d’azione in quanto sostanzialmente l’unico modo di ottenere effetti relativamente prevedibili su azioni altrui senza capirne nulla.” Vuoi della terra? Fai un attacco terroristico ai suoi abitanti: è probabile che fuggano. Cercano di riprendersela? Spara in testa al primo che ci prova, dopo un po’ smetteranno, e la terra sarà tua. Finché arriva qualcuno con un’arma più grossa. E’ ciclico. La maggior parte dei palestinesi sanno bene perché Israele non occupa più il Libano del sud: per via di Hezbollah. E palestinesi e israeliani sanno entrambi che Hezbollah ha respinto l’invasione dell’estate 2006 con la violenza. Funziona. La questione è se qualcos’altro può funzionare meglio.

Discutendo della nonviolenza palestinese, comunque, non facciamo che insultare la lotta palestinese se ne dimentichiamo lo sfondo: l’occupazione. L’occupazione è violenza tragica, permanente, perpetua, indefettibile. Il professor Eyal Benvenisti dell’università di Tel-Aviv commenta che il “continuo dominio del riottoso occupante” dovrebbe caratterizzarsi come “aggressione.” Questo è il motivo per cui la gente che vive a Gaza e in Cisgiordania fa resistenza. E in questo consisteva l’operazione Piombo Fuso: 1.400 morti, minacce di una shoah da parte di ufficiali israeliani, ecologia ed economia di Gaza a pezzi, la terra “morente”, secondo uno degli autori del Rapporto Goldstone, con la falda acquifera di Gaza pressoché al collasso, la gente, vittima di politiche deliberatamente offensive intese a indurla a rovesciare il proprio governo legittimamente eletto. Soggetta a de-sviluppo, massacri e occupazione, sarebbe grottesco o insolente discutere di nonviolenza, non fosse che per un fatto: la società civile palestinese sostiene moltissimo la nonviolenza. Il movimento nonviolento di Boicottaggio, Disinvestimento, e Sanzioni – sul quale la GFM non prende posizione – ha guadagnato immenso sostegno a Gaza e in Cisgiordania, nonché fra la diaspora palestinese. Così pure le navi Liberate Gaza, ormai una flottiglia, arrivate nel porto marittimo di Gaza City. Come pure innumerevoli marce e dimostrazioni.

La società civile palestinese ha abbracciato la nonviolenza non per qualche strano impulso inesplicabile, onirico, utopico, bensì in quanto ben conscia che la nonviolenza spesso funziona, ottimamente. Una recente indagine sull’ “efficacia strategica” delle campagne violente e nonviolente nell’ambito di lotte fra “attori statuali e non” ha esaminato centinaia di conflitti dal 1900 al 2006. Il risultato mostrava che “importanti campagne nonviolente hanno conseguito successo 53% delle volte rispetto al 26% delle campagne di resistenza violenta”. (L’autore si riferisce all’importante lavoro, ampiamente citato nella letteratura sulle lotte nonviolente, di Maria J. Stephan and Eric Chenoweth. “Why Civil Resistance Works: The Logic of Nonviolent Conflict.” International Security, vol. 33, no. 1, Summer 2008, www.nonviolent-conflict.org/…/IS3301_pp007-044_Stephan_Chenoweth.pdf, ndT.) Ci sono delle buone ragioni a tale proposito, direttamente correlate al pensiero che sta alla base della Gaza Freedom March.

La nonviolenza contribuisce grandemente alla legittimazione di un movimento sia agli occhi dei potenziali partecipanti che nel giudizio del mondo. Più legittimità vuol dire più partecipanti. Più partecipanti vuol dire più pressione sull’obiettivo. La nonviolenza può imporre un maggior riconoscimento dei motivi di disagio e, di conseguenza, un sostegno crescente sia dall’interno che dall’esterno della zona di conflitto verso il gruppo impegnato nell’azione nonviolenta. Il che può portare all’ “alienazione del regime oggetto della lotta”. Inoltre i governi sono in grado di giustificare facilmente dei “violenti contrattacchi contro insorti armati” mentre la repressione statale contro chi pratichi la nonviolenza può rapidamente ritorcersi contro di loro.

Sappiamo che questo è vero. Un manganello sferrato addosso a un manifestante nonviolento evoca più simpatia che un guerrigliero abbattuto a fucilate dal cannone di un elicottero. Perché sia così non è del tutto chiaro. Né del tutto giustificato. Quando le problematiche sono chiare e la causa è pura nel nostro immaginario collettivo, come per l’eroismo di John Brown a Harper’s Ferry, stiamo con gli insorti violenti. Il conflitto Israele-Palestina per molti non è così definito come la lotta contro la schiavitù nel Sud degli USA, né la lotta di liberazione nazionale palestinese, data la sua dirigenza storica e attuale, priva di ambiguità morale e politica. Eppure, nessuno, quasi nessuno, può sostenere il furto di terra, o la tentata distruzione della coscienza nazionale. E un gruppo di persone che protestino in modo nonviolento per il sequestro della propria terra non può essere demonizzato come si fa con i guerriglieri. Però li si potrebbe pur sempre ignorare.

La Gaza Freedom March mira a far sì che questa tornata di nonviolenza palestinese non sia ignorata, come altre. Stiamo seguendo una pista tracciata da Mandela e Martin Luther King Jr., certo, ma è stata tracciata anche a Beit Hanoun e Gaza City, a Ramallah e Nablus, a Ni’lin e Bil’in. La nonviolenza non è merce d’importazione dal pianeta Gandhi. Nel marzo 1920, i palestinesi protestarono contro la Dichiarazione Balfour con attestati di proprietà, dichiarazioni, petizioni, manifesti, assemblee, delegazioni, cortei, marce e sfilate con veicoli a motore. Nel 1936, i palestinesi tennero un convegno per organizzare uno sciopero generale essenzialmente nonviolento per protestare contro gli assalti di coloni nazionalisti in terra palestinese. I paesi arabi confinanti dissero loro di calmarsi – uno schema ricorrente. Per 50 anni, la loro esistenza e il loro aggrapparsi alla coscienza nazionale furono forme di resistenza nonviolenta.

Ma la resistenza passiva, ciò che lo studioso palestinese Salim Tamari chiama sumud, fermezza, “una strategia evolutiva di sopravvivenza e preservazione comunitaria finché le condizioni politiche sfavorevoli permettano un intervento esterno”, si sarebbe presto mutata in resistenza attiva, quella che Gandhi chiamava satyagraha, con l’erompere della Prima Intifada, prevalentemente nonviolenta, ove i palestinesi si diedero a dimostrazioni di massa, sciopero dei trasporti, digiuni, alzabandiera, e altre forme di disobbedienza civile nonviolenta. Gli adolescenti non si disperdevano neppure di fronte ai gas lacrimogeni o quando erano presi a fucilate con proiettili veri, ai quali l’esercito israeliano ricorre regolarmente, reagendo all’Intifada con arresti di massa, uccisioni, coprifuoco, e assassini mirati. Yitzhak Rabin disse che avrebbe martellato la mobilitazione ampiamente nonviolenta con “forza, potenza, e pestaggi”. Già a dicembre 1989 le Forze di difesa Israeliane (IDF) avevano ucciso oltre 600 palestinesi, feriti forse 20.000, incarcerati forse 50.000. Assassinarono Khalil Ibrahim al-Wazir, sparandogli a Tunisi mentre stava considerando di valutare di più la nonviolenza, ben conscio dell’impatto coinvolgente delle mischie fra nonviolenti palestinesi e IDF sulla consapevolezza mondiale. Alcuni asseriscono che questa nonviolenza avesse spaccato l’IDF, sbalestrandola, finché la dirigenza palestinese sovvertì questo processo spontaneo di base. In effetti, fu solo per l’Intifada che ebbero luogo le trattative di Oslo, per quanto bacate. Avrebbe potuto essere altrimenti.

Più recentemente, la gente di Ni’lin e Bil’in hanno fatto dimostrazioni settimanali contro il furto della loro terra con l’erezione del muro di separazione. E a Gaza, nel fitto delle incarcerazioni e punizioni collettive, hanno formato catene umane, con migliaia di partecipanti, e raccolto centinaia di migliaia di firme, organizzato proteste a lume di candela, bambini e adulti a scandire i loro motti in arabo contro la chiusura delle centrali per carenza di combustibile. Il punto di tutto ciò non è genuflettersi all’ingegnosità palestinese prima di procedere a un intervento occidentale, né fare della resistenza palestinese un feticcio, bensì mostrare che proprio ora c’è una costante resistenza nonviolenta. Che non bisogna lasciare ignorare. Che bisogna amplificare. Ecco la questione che ci poniamo.

Sicché quando Gershom Gorenberg o altri autori si perdono nella ricerca di un Gandhi palestinese, nel desiderio di vedere una Marcia al Mar Morto invece delle Marce del Sale, nella ricerca di satyagrahi, nell’incapacità palestinese di produrre una reazione nonviolenta all’occupazione, si intravede qualcosa di più che un pizzico di falsa ingenuità. Si tratta di cecità deliberata: gran parte degli americani possono non sapere della Prima Intifada, ma tali autori certamente sì. Però serve allo scopo: se non si prende in considerazione la nonviolenza palestinese non si discute la reazione israeliana: violenza selvaggia nei confronti della Prima Intifada. O rispetto agli sforzi attuali: ostinazione bruta, proiettili di gomma, proiettili veri, un rifiuto di applicare le sentenze della propria stessa Corte Suprema di Giustizia, occupazione perdurante. I politici d’Israele non sono stupidi; non hanno dimenticato gli effetti della Prima Intifada. E’ dura da sostenere l’immagine di faro della democrazia in Medio Oriente quando saltano fuori filmati del tuo esercito che se la prende con i bambini. Per un verso è una situazione insostenibile: reprimere la nonviolenza distruggendo la propria legittimità, o lasciarla fiorire incoraggiando ulteriore resistenza. Ma c’è una scappatoia: se la resistenza nonviolenta non ha visibilità, non può produrre effetti. Le opinioni pubbliche di tutto il mondo non possono far pressione su uno stato perché cambi politica se non sanno di che politica si tratta. Esse non possono usare l’indignazione per assassini di cui non conoscono l’esistenza.

Di alcuni si sa, ma di altri no. Fra questi ultimi: Bassem Ibrahim Abu-Rahma, ucciso nell’aprile 2009 da una capsula di lacrimogeno ad alta velocità che gli ha sfondato il petto. E ricordiamo un paio dei primi, nomi che è più probabile che si conoscano: Rachel Corrie, schiacciata a morte da un bulldozer israeliano; Tom Hurndall, colpito alla testa da un cecchino israeliano. Tom e Rachel erano coraggiosi senza dubbio, ma non ne ricordiamo i nomi per il loro coraggio, o non solo per quello. Vengono uccisi continuamente coraggiosi nonviolenti palestinesi e noi non ne conosciamo i nomi o i visi o le parole. Né si scrivono drammi su di essi, né si tengono conferenze in loro nome.

C’è una ragione per tutto ciò, ed è il razzismo istituzionale. I politici occidentali e i parlamentari occidentali, le agenzie di stampa occidentali e i soloni occidentali, hanno la tendenza a prestare molta più attenzione alle attività, alle vite, alle morti, di occidentali, rispetto a quelle del Sud del mondo. Si compiange di più un cadavere bianco che bruno – normalmente lo scudo protettivo di parecchie azioni sgradevoli compiute dai forti sui deboli.

Ma la Gaza Freedom March si approprierà di quello scudo. E lo trasformerà in una leva per incunearsi nel muro d’ ignoranza a protezione del blocco illegale. E lì è dove subentra l’intervento occidentale: quando 1.300 persone dell’Europa, del Sud-Africa, delle Filippine, degli Stati Uniti, del Giappone, del Brasile e della Nuova Zelanda, saltano su aerei, attraversano gli oceani, atterrano al Cairo, traghettano in un convoglio di 20 autobus a el-Arish, quindi a Rafah, chiedendo alle autorità egiziane di entrare a Gaza, ci faranno entrare. E allora incontreremo 50 o 100 o 150.000 palestinesi. Commemoreremo il massacro di Piombo Fuso testimoniando di fronte alle macerie dell’attacco invernale. Poi con musicisti e scrittori, senatori francesi e filippini, Alice Walker e Ali Abunimah, rabbini e sopravvissuti all’Olocausto, membri della diaspora palestinese, marceremo quasi fino alla soglia dell’attraversamento di Erez, insieme, dicendo: Israele, il mondo intero ti guarda. Togli il blocco. Il trucco tuttavia sta nel far sì che tutto il mondo stia a guardare.

Così speriamo che il coraggio palestinese e la nostra solidarietà e il vostro sostegno otterranno l’attenzione del mondo: delle sue agenzie stampa, dei suoi parlamentari, presidenti e primi ministri. Pensiamo di poter trasformare il razzismo istituzionale in una leva, molto lunga, che arrivi a New York e Londra, Parigi e Bruxelles e Berlino, i maggiori soci e sostenitori politici, militari ed economici d’Israele. Perché il blocco può continuare per la sua tacita accettazione, tolleranza, silenzio, che comprende una furia troppo ammutolita. Il blocco è un fatto fisico; ma è sbagliato considerarlo solo tale. Il fatto fisico può venire temporaneamente rimosso per essere poi di nuovo ricostituito. Questo lo sappiamo, perché Hamas fece saltare il muro sud nel gennaio 2008 per alleviare brevemente la sofferenza degli abitanti di Gaza. Più che da un elemento fisico, il blocco è salvaguardato da un altro muro, simbolico, di legittimità, o forse neppure tanto quella quanto dall’apatia, o tolleranza o semplicemente ignoranza. Quello è il muro contro cui lottiamo. Se si premerà abbastanza su quella leva, il muro simbolico che attornia la barriera fisica si abbatterà fragorosamente al suolo e forse, se avremo fortuna, porterà giù con sé anche il muro fisico.

“Max Ajl è attivo in blog sul cambiamento climatico e Israele-Palestina a www.maxajl.com. E’ uno dei principali organizzatori della Gaza Freedom March. Qui esprime sue opinioni personali, riprese da MRZine, dov’erano già apparse in origine, come adattamento di un colloquio da lui tenuto all’Amherst College il 3 dicembre 2009.”

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: GAZA FREEDOM MARCH: PALESTINIAN NON-VIOLENCE AND INTERNATIONAL SOLIDARITY

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2325

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