Agire e intervenire – Jake Lynch

jlynch(con ricerche supplementari di Emily Parsons-Lord)

Denaro proveniente dallo smercio di droga attraverso il Sahara finanzia ribelli e terroristi. Così ha detto l’Ufficio ONU su Droghe e Crimine questa settimana, con un’allarmante visione di cocaina West-Africana che incontra eroina che attraversa l’Est-Africa, i cui ricavi sono usati da “terroristi e forze anti-governative… per finanziare le loro attività, comprare attrezzatura e pagare i propri soldati”.

La “drammatica situazione in Somalia” ha sgombrato la via all’ingresso annuo nel continente di 35 tonnellate di eroina afghana”, secondo il responsabile droghe ONU, Antonio Maria Costa. E’ un valido esempio di come le dinamiche di conflitto s’ammantino di eufemismi ufficiali. La Somalia stava godendo di qualche sembianza di legge e ordine, per la prima volta dopo anni, sotto l’Unione delle Corti Islamiche, allorché l’invasione etiope sostenuta dagli USA, nel 2006, ripiombò il paese nella guerra. E ovviamente la produzione afghana di eroina si era ridotta quasi a zero sotto i Taliban, finché anche quel regime fu rovesciato: dai signori della guerra dell’Alleanza del Nord con potenza aerea USA come vantaggio strategico.

Le notizie riferite sui commenti di Maria Costa generalmente non indugiarono su tali aspetti. E’ abituale per il giornalismo di guerra, filone dominante nei grandi media occidentali: attenzione al qui e ora, così come vanno le cose, anziché ampliare lo sguardo su come si è giunti a questo punto – e a suggerimenti su come potrebbe essere diverso. Ecco perché ci serve più giornalismo di pace – per ripescare i frammenti scartati nell’agenda dei notiziari e reinserirveli.

Le notizie possono essere un utile veicolo di propaganda proprio perché generalmente proclive a non scavare più di tanto nelle sequenze di causa ed effetto e per la loro carenza di autoconsapevolezza critica. In un memorabile aforisma di un libro importante, Making News , Gaye Tuchman dice: “l’accettazione delle convenzioni di rappresentazione come attualità rende la realtà vulnerabile alla manipolazione”.

E in effetti sembra essere in corso uno sforzo manipolativo, con la minaccia ora delineata in un’area grosso modo definita come la metà nord dell’Africa, comprensiva dei paesi del Maghreb, confinanti col Sahara a nord e il Sahel a sud. Maria Costa ha detto che il mese scorso in tale area si sono intensificate le indagini sul nesso fra contrabbando di droga e terrorismo, dopo aver trovato tracce di cocaina fra i resti del cargo Boeing caduto nella regione di Gao in Mali. E ha aggiunto: “Spaventa che quest’altro esempio di connessioni fra droga e terrorismo si sia scoperto per caso a seguito della caduta dell’aereo”.

Quello di Gao è un tipico esempio di un tratto di territorio con la propria identità storica – di Impero commerciale indipendente fino al XVI secolo – che s’è ritrovato ai margini di uno stato nazione allorché vennero tracciati i confini in epoca coloniale. Poiché tali regioni tendono a venir lasciate indietro in qualsivoglia sviluppo abbia luogo, ci sono attualmente questioni irrisolte che accompagnano il procedere della storia, che si combinano per dar luogo a esigenze politiche di maggior controllo dei propri affari. La ribellione Tuareg è stata largamente risolta con concessioni, per ora, nell’ambito di un accordo sponsorizzato dall’ Algeria che dovrebbe fornire un’accentuazione dello sviluppo in cambio del lasciar cadere le richieste d’autonomia regionale.

In uno scenario altrettanto famigliare, tuttavia, un comandante ancora non ci sta. Truppe maliane hanno cercato di eliminare l’ATNM (Alleanza Tuareg del Nord-Mali), guidata da Ibrahim Ag Bahanga, in modo da sgombrare il campo all’intensificarsi dell’attività delle aziende cinesi e australiane che vi stanno cercando il petrolio. Si può valutare la probabile risposta dei ribelli a tale mossa in una dichiarazione attribuita a Ag Bahanga stesso per il giornale El Khabar, edito ad Algeri: “Oggi, l’unica alternativa offertaci sta nella contro-spinta e nella lotta armata”.

Un rapporto sulla situazione della Jamestown Foundation, un think-tank USA a finanziamento aziendale, sostiene che l’ATNM pare godere, per il momento, di “poco sostegno pubblico”. Il suo autore, Andrew McGregor, va sul sicuro però osservando che la formazione della milizia araba, per fare il lavoro sporco del governo, rischia di sospingere la popolazione Tuareg, etnicamente distinta, nuovamente fra le braccia dei ribelli. L’ATNM può anche essere solo una facciata, come suggerisce il rapporto Jamestown, per “le operazioni di contrabbando” di Ag Bahanga, ma l’esperienza d’innumerevoli situazioni analoghe nel mondo in via di sviluppo insegna che la linea di separazione fra attività criminali e politiche è talvolta difficile da stabilire e può variare nel tempo.

Gli enti preposti e l’agenzia

McGregor ci rammenta anche che “le missioni d’addestramento delle Forze Speciali USA hanno sede in Mali in quanto parte dell’Iniziativa Antiterroristica Trans-sahariana”, benché “non ci siano indicazioni di diretto coinvolgimento USA nell’offensiva governativa”. E qui la solita solfa postcoloniale ha uno scarto. Jeremy Keenan, ricercatore alla Scuola di Studi Orientali e Africani dell’ Università di Londra e massima autorità sul popolo Tuareg, ha pubblicato una serie di articoli accademici nella Review of African Political Economy, svelando il ruolo delle agenzie di spionaggio occidentali nell’apparente diffusione di attività terroristiche nel Sahara saheliano, fra cui in particolare un gruppuscolo militante algerino: l’Organizzazione di al-Qaeda nel Maghreb Islamico, già noto come Gruppo Salafista per la Predicazione e il Combattimento.

In un articolo su un numero recente del New Internationalist di Nafeez Mosaddeq Ahmed, direttore esecutivo dell’Institute for Policy Research and Development (un think-tank britannico che curiosamente nel suo sito web dice nulla dei suoi finanziamenti), è apparsa un’importante conferma in quanto vi si sosteneva che la cattura dei turisti europei come ostaggi nel 2003 “era frutto di iniziativa e orchestrata da elementi dell’ambito militare algerino” – un’operazione “condonata dagli USA” – e che il capo locale di al-Qaeda, Ammar Saifi (pure noto come il bin Laden del Maghreb) “fosse passato dalle forze di sicurezza algerine nel gennaio 2003”.

Ora, scriveva Ahmed, le scoperte di Keenan erano state confermate:

“Un consulente del Pentagono disse al giornalista d’indagine USA Seymour Hersh che l’operazione algerina faceva parte di un nuovo programma operativo segreto, originariamente proposto nell’agosto 2002 dal consiglio Scientifico della Difesa come Gruppo d’Operazioni Autonome Preventive, mirante a stimolare reazioni fra i terroristi di al-Qaeda attirandoli con l’inganno a intraprendere operazioni mediante l’infiltrazione dei gruppi terroristici da parte militare USA e il reclutamento di persone del posto per condurre operazioni di combattimento o anche terroristiche. La cattura di Ammar Saifi era un elemento pilota per il nuovo programma”.

Ahmed scriveva che l’agenda soggiacente era la “sicurezza energetica”. Le enormi riserve di gas naturale dell’Algeria si combinavano con il nuovo oleodotto Camerun-Ciad nel rendere la regione di interesse strategico per Washington. Questo, più il complotto svelato da Keenan e Hersh, suggerisce una cospirazione, che può far benissimo parte del quadro complessivo. Questi sviluppi non stanno solo accadendo, diciamo così, come il tempo, bensì, in gergo accademico vi si sta applicando una sollecitazione guidata (“agency”) per farle accadere. Ma non è ancora tutto. L’Iniziativa Antiterroristica Trans-sahariana si spiega così nel proprio sito web:

“Dilacerata da guerre, malattie e povertà, e con ampi spazi senza governo, l’Africa è un rifugio emergente per i nostri nemici nella Guerra Globale contro il Terrorismo”.

Si tratta di un discendente diretto della classica visione orientalista, colta in innumerevoli rappresentazioni coloniali, di paesaggi africani e asiatici vuoti, maturi per lo sfruttamento. La cornice concettuale denotata nel termine “senza governo” è parente prossima del discorso sullo stato fallito, che origina da giudizi basati sul confronto dello stato in questione con stati forti come quelli nel mondo ricco che generalmente formulano tali giudizi, e tali confronti, arrogandosi il potere di agire su di essi. Si è definito “stato fallito” uno stato non in grado di sostenersi come membro della comunità internazionale mancando di un’autorità centrale con controllo sufficiente su quanto accade nel suo territorio da garantire il tranquillo sfruttamento di giacimenti di petrolio, diciamo, o di stabilire intese atte a permettere che abbiano luogo le missioni formative delle Forze Speciali USA.

E qui entriamo in prospettive raggruppabili in termini accademici sotto il denominatore Relazioni internazionali critiche. Alexander Wendt, uno dei suoi maggiori esponenti, ha affermato che “l’anarchia è ciò che ne fanno gli stati”, inferendo che il sistema internazionale è non solo una costrizione all’azione statale, ma costituisce in effetti esso stesso azione statale costituendo le identità e l’interesse di agenti statali. Ben prima della decisione di costituire il gruppo segreto del Pentagono per fomentare la violenza terroristica, e ben prima della firma dell’accordo Trans-Sahara, l’agency veniva generata da dinamiche soggiacenti come la dipendenza dagli idrocarburi nelle economie avanzate, e l’influenza del complesso militare-industriale sul processo decisionale nelle politiche di difesa e affari esteri.

I media vi sono implicati anch’essi, come ho già sostenuto in altri articoli trattando dell’influente formula di James DerDerian che aggiorna la definizione di complesso militar-industriale in Rete-MIME: militare-industriael-mediatica-d’intrattenimento. I think-tanks cui ci si riferisce qui sono fra quelli numerosi e in aumento presenti in luoghi come Londra e Washington, per lo più con finanziamenti di grandi aziende e molti dei quali in cerca di accedere ai media per perorare la causa di intensificare la spesa militare e la rapidità della reazione e dell’azione militare.

Anche a Canberra, l’Australian Strategic Policy Institute ama più che altro presentarsi come analista indipendente, finendo sempre per indicare il bisogno di acquistare altro materiale militare. I suoi portavoce sono senza dubbio gratificati dal costante silenzio dei giornalisti sulla sua fonte di finanziamento: il ministero della Difesa. Tutto ciò vuol dire che l’agency è decentrata: “resa attiva da reti, non da attori”, dice Der Derian. Tanto quanto l’agency diretta, specifica, identificata dalle indagini come quelle di Keenan e Hersh, c’è un’agency generalizzata, indiretta, costantemente all’opera per indurre tali risultati.

Minacce in Mauritania?

Il messaggio di George W Bush -“O siete con noi o con i terroristi”- ha imposto disciplina al sistema internazionale costringendo con l’intimidazione i vari paesi ad associarsi alla cosiddetta Guerra al Terrorismo. L’alternativa dopo tutto potrebbe venir costruita come una minaccia, in un’era in cui la Casa Bianca era disposta ad affermare apertamente che tali minacce potrebbero essere affrontate con l’uso della forza anche “prima che siano del tutto formate”, secondo i termini della National Security Strategy del 2002.

Uno dei paesi ad associarsi all’Iniziativa Antiterroristica Trans-sahariana fu la Mauritania, un altro stato ricco di giacimenti di metano ma la cui popolazione vive tuttavia in povertà. L’aiuto internazionale fu eliminato l’anno scorso quando il suo primo governo democraticamente eletto fu deposto da un colpo di stato guidato dal generale dell’esercito Mohammed Ould AbdelAziz, che vinse le elezioni in agosto. Nonostante locali lamentele di frode, sia USA che Francia – sua ex-potenza coloniale – dichiararono accettabile tale elezione decidendo di riconoscerne il risultato.

Rene Dassie, in Afrik.com, riferì:

“Parigi e Washington paiono avere altre ragioni per sostenere [il generale]… preoccupazioni di sicurezza hanno di fatto prevalso sull’ideale democratico. Le due capitali sono da tempo molto preoccupate per la penetrazione di reti islamiste in Africa occidentale. Nel dicembre 2007, un gruppo legato ad al-Qaeda assassinò quattro cittadini francesi in Mauritania. In giugno il ramo nordafricano della rete terroristica rivendicò la responsibilità dell’assassinio di un americano in pieno giorno a Nouakchott”.

Pochi giorni dopo quelle elezioni la Mauritania ha subito il suo primo attacco suicida in assoluto, vicino all’ambasciata francese a Nouakchott. Coincideva con l’uscita di nuove ricerche contrastanti con il diffuso paradigma del terrorismo come estremista religioso. Una ricerca pubblicata a migliaia di chilometri da Riaz Hassan dell’ Università Flinders in Australia, afferma di offrire il più esteso database sul Terrorismo Suicida al mondo e indica una conclusione preminente: è l’oppressione politica anziché il fanatismo religioso che porta le persone a farsi saltare per aria.

Varie prove nel database smentiscono la tesi dello scontro di civiltà, per cui la personalità degli attentatori suicidi e la loro religione ne sarebbero la causa principale. Si dimostra che la forza che smuove è una combinazione di motivazioni, politica, umiliazione, vendetta, rappresaglia e altruismo, che dipendono dalle specificità del conflitto e dal suo contesto. “Gli attentati suicidi sono decisamente un fenomeno a motivazione politica” conclude Hassan nel suo libro La vita come arma: l’aumento globale di attentati suicidi.

Il “documento definitorio” della Guerra Fredda era il trattato, scrive Thomas Friedman in Il lessico dell’ulivo, mentre l’equivalente nell’era che chiama “Globalizzazione II” è l’accordo. Insediare e mantenere governi negli analoghi di Mali, Mauritania e Camerun, in grado di fare accordi e attenervisi, comporta soggiogare gli equivalenti dei Tuareg, i poveri di Nouakchott e gli indigeni del Camerun che hanno mandato vane petizioni ai governi USA e britannico affinché smettessero di sostenere un progetto di oleodotto che distrugge il loro patrimonio e, con esso, la loro identità.

Che cosa si può fare, viene da chiedersi, come si può intervenire? La risposta è: siamo già sempre intervenuti. E’ l’egemonia blindata e perdurante dei militaristi e il pensiero strategico nelle capitali del mondo ricco che dà luogo all’agency che realizza tale soggiogazione; che a sua volta dà luogo alla violenza, usata a sua volta ancora per giustificare l’egemonia.

Di tanto in tanto, riceve una mano, che ci permette uno sguardo fugace a quello che Michel Foucault chiamava “il cinismo locale del potere”. Chissà quali influenze nascoste ci sono dietro gli attacchi in Mauritania attribuiti al ramo nordafricano di Al Qaeda. La conclusione è: la lotta contro il militarismo in USA, Gran Bretagna e Australia è la stessa lotta per la libertà e la dignità da parte dei popoli soggiogati di tutto il mondo. Non è lì che ci serve intervenire, ma qui.

(Emily Parsons-Lord è uno studente del master presso il CPACS, il Centro per la Pace e i Conflitti di Sydney)

14.12.09

Traduzione di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis

Titolo originale: AGENCY AND INTERVENTION

http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=2258

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