Giornalismo di pace: cos’è e perché si contrappone alla pratica corrente – Simona Defilippi

giornaliIl termine e il concetto di giornalismo di pace è relativamente nuovo ed è stato introdotto negli anni Novanta da Johan Galtung.

Si può parlare di giornalismo di pace quando redattori, editori ed inviati compiono scelte su cosa riferire e come, che creano per la società nel suo complesso opportunità di considerare e valutare risposte nonviolente ai conflitti. Usa l’analisi e la trasformazione del conflitto per rinnovare i concetti di equità, giustizia ed accuratezza nel dare le notizie.

L’approccio proprio del giornalismo di pace cerca di dare una nuova mappa per trovare le connessioni tra i giornalisti, le loro fonti, le storie che loro raccontano e le conseguenze del loro modo di riferire le informazioni. Fa riferimento alla consapevolezza che la nonviolenza e la creatività possono essere usate come applicazioni quotidiane del lavoro del giornalista.

Riferire vuol dire scegliere. I giornalisti sostengono spesso di riferire solo i fatti, ma i fatti sono una categoria di dimensioni praticamente infinite. Per quanto i media divulghino una quantità di materiali immensa, in ogni caso si tratta solamente di una selezione e vengono riportate solo quelle che vengono considerate delle notizie. E’ il giornalista che decide quali aspetti della realtà illuminare agli occhi della gente e quali invece destinare al buio e all’oblio. I fatti lasciati fuori, non sono tali casualmente, ma sono sempre per lo più gli stessi. Le notizie generalmente preferiscono le fonti ufficiali a qualsiasi di quelle alla “base”; preferiscono l’evento al processo; e come modello per spiegare i conflitti usano una battaglia tra due parti per la supremazia.

Queste preferenze si sono cristallizzate e sono diventate delle convenzioni e delle consuetudini professionali, a partire da quando il giornalismo ha iniziato ad essere venduto come uno dei prodotti della società consumistica e si è trovato davanti alla pressione di dover essere commercializzato di fronte a lettori o spettatori di ogni tipo.

Citare le fonti ufficiali e dar voce ai funzionari è una scelta, fatta dalla maggior parte dei giornalisti, perché permette di sentirsi con le “spalle coperte”, di avere una sorta di alibi: il capo di un governo non è stato scelto da chi riporta la notizia, ma semplicemente lo è. Un altro modo di far passare per fatti delle scelte è rappresentato dall’usanza di restringere la portata di una dibattito generale alle differenze tra governo ed opposizione ufficiale, mentre lo scenario sarebbe molto più ampio e complesso.

Come anticipato, i giornalisti preferiscono l’evento al processo. Le notizie che si nutrono, ad esempio, dei dettagli di morte e distruzione causati da una bomba evitano la controversia: ci sono fonti affidabili quali ospedali e polizia che attestano il numero delle vittime e la portata dei danni. Più difficile e complicato sarebbe indagare il perché gli autori siano arrivati a compiere quel gesto, quale sia stato il processo che ha condotto a quell’esito, quali siano state le motivazioni e la situazione sociale sottostante.

Il giornalismo tende a presentare sempre una sorta di dualismo, ed è portato a “ sentire entrambe le campane”, ad “essere in equilibrio tra le parti”: questo modo di procedere serve al singolo giornalista per evitare accuse e lamentele di unilateralità e settarismo, ed avere una buona base per una carriera di successo.

Quelle appena elencate sono le convenzioni dominanti nel giornalismo, e questo porta con sé la conseguenza che il giornalismo dominante possa meritare la definizione di “giornalismo di guerra”.

Se si pensa che il conflitto sia una partita a somma zero, un confronto che comporta necessariamente un vincitore a un perdente, ogni mutamento nel rapporto tra i due contendenti, ogni mossa realizzata, ogni azione ha luogo su un solo asse, dove qualsiasi minimo passo verso la vittoria di uno è allo stesso tempo un passo verso la sconfitta dell’altro: qualunque cosa che non sia senza ombra di dubbio un vincere rischia di venire riferito come un perdere. Questo è un incentivo a insistere negli sforzi di vittoria e a cercare azioni sempre più dure per evitare che si parli di sconfitta, agendo e recitando in uno scenario creato dai media. La violenza viene presentata o suggerita spesso come unica reazione possibile e di rado si leggono o ascoltano notizie riguardanti iniziative di pace. Gli stimoli per la pace, infatti, quasi invariabilmente iniziano dal basso. Inoltre il governo ha in mano un potere che non ha nessun altro: l’uso legittimo del potere militare.

Il giornalismo di pace può essere visto come un rimedio strategico e come un tentativo di aggiungere delle nuove convinzioni che aprano opportunità per un futuro diverso.

Nella parte precedente sono state descritte in negativo le caratteristiche del giornalismo oggi prevalente, caratteristiche che il giornalismo di pace non deve possere.

Il giornalismo di pace, infatti, si basa su criteri ed idee molto diverse. Cerca innanzitutto di minimizzare i divari tra le parti, non riportando fatti che demonizzino una delle due parti. La domanda che ogni giornalista di pace si dovrebbe chiedere prima di mettersi al lavoro su una storia dovrebbe essere “cosa posso fare con il mio intervento per aiutare le prospettive di pace?”. Detto in poche parole, il giornalismo di pace è un più ampio, più giusto, e più accorato modo di dare le notizie, attingendo alle idee dell’analisi dei conflitti e della loro trasformazione.

L’approccio del giornalismo di pace dà una nuova direzione al lavoro del giornalista.

I DICIASSETTE PUNTI DI UN BUON GIORNALISTA DI PACE
Jake Lynch e Annabel McGoldrick fanno un elenco di cosa dovrebbe e cosa non dovrebbe fare un giornalista di pace:

1.EVITA di descrivere un conflitto come costituito da due parti che si contendono un unico obiettivo. La logica conseguenza è che uno vinca e l’altro perda.

INVECE si dovrebbero dividere le due parti in molti gruppi più piccoli, che vogliono raggiungere molti obiettivi diversi: si apre in questo modo un potenziale creativo per una più ampia gamma di risultati.

2.EVITA di accettare una netta distinzione tra il sé e l’altro.

INVECE cerca l’altro in sé e viceversa. Se una parte si presenta come “i buoni”, chiedere in che modo il loro comportamento sia davvero diverso da quello che si attribuisce ai “cattivi”.

3.EVITA di trattare un conflitto come solo nel luogo e nel tempo in cui scoppia la violenza.

INVECE cerca di trovare le connessioni e le conseguenze per le persone in altri luoghi, ora e nel futuro.

4.EVITA di valutare i meriti di un’azione o di una politica violenta solo in riferimento ai risultati visibili.

INVECE cerca il modo per descrivere anche gli effetti invisibili. Per esempio, le conseguenze a lungo termine del danno psicologico e del trauma, aumentando la consapevolezza che questi effetti saranno violenti in futuro.

5.EVITA di lasciare che le parti si definiscano semplicemente citando le posizioni e richieste dei loro capi.

INVECE investiga gli obiettivi più profondi. Le domande fatte possono servire alle parti per rendere più chiari i loro obiettivi e riuscire così ad elaborare delle soluzioni creative.

6.EVITA di concentrarsi sempre su cosa divide le parti e sulle differenze su quello che dicono di volere.

INVECE cerca di porre delle domande che possano rivelare un terreno comune. Indirizza il suo articolo con domande che suggeriscano obiettivi comuni o almeno compatibili.

7.EVITA di riportare solo gli atti violenti e gli orrori. Se si esclude qualsiasi altra cosa, si suggerisce che l’unica spiegazione per la violenza sia una violenza precedente (vendetta), e l’unico rimedio, maggiore violenza (punizione).

INVECE mostra come le persone siano state bloccate e frustrate o private della loro vita normale, come un modo per spiegare la violenza.

8.EVITA di dare la colpa a qualcuno per aver incominciato.

INVECE cerca di guardare a come problemi condivisi abbiano portato conseguenze che nessuna delle parti aveva previsto e voluto.

9.EVITA di concentrarsi esclusivamente sulle sofferenze, le paure, e le lamentele di una parte. Questo modo di procedere divide le parti in cattivi e vittime e suggerisce che punire i cattivi rappresenti una soluzione.

INVECE tratta come ugualmente degne di rispetto le sofferenze, le paure e le lamentele di tutte le parti.

10.EVITA il linguaggio vittimizzante, quindi parole come bisognoso/a, devastato/a, indifeso/a, patetico/a e tragedia. Questi termini sottolineano solo cosa è stato fatto e cosa potrebbe essere fatto da un gruppo di persone. Questo toglie loro potere e limita le occasioni di cambiamento.

INVECE racconta cosa è stato fatto e cosa può essere fatto dalle persone. Non chiede solo cosa sentono, ma anche come ce la stanno facendo e cosa pensano. Possono anche suggerire qualche soluzione?

11.EVITA l’uso impreciso di parole che destano emozione per descrivere cosa è successo alle persone.

Genocidio significa l’annullamento di un intero popolo.

Decimato (di una popolazione) significa la riduzione ad un decimo del numero originario.

Tragedia è una forma di dramma, originariamente greca, nel quale la colpa di qualcuno o la sua debolezza provoca la sua rovina.

Assassinio è l’omicidio di un capo di stato

Massacro è l’uccisione deliberata di persone che si sa essere disarmate o indifese (siamo sicuri? O queste persone potrebbero essere morte durante una battaglia?)

Sistematico (per esempio violenza sessuale o mandare via forzatamente persone dalla loro casa) significa che le azioni sono state organizzate seguendo uno schema ben preciso (è questo il caso effettivo o si tratta di un numero di brutti incidenti non collegati tra loro?)

INVECE è sempre preciso riguardo a quello che conosce. Non minimizza le sofferenze, ma riserva il linguaggio più duro alle situazioni più gravi, se no aiuterà la giustificazione di risposte sproporzionate che faranno crescere la violenza.

12.EVITA aggettivi demonizzanti come cruento, brutale e barbarico. Queste parole descrivono sempre il modo di vedere di solo una parte riguardo a quello che un’altra parte ha fatto. Usarle mette automaticamente il giornalista a favore di quella parte e aiuta a giustificare una crescita della violenza.

INVECE riporta quello che sa riguardo le malefatte e dà tutta l’informazione che può riguardo all’affidabilità delle altre cronache.

13.EVITA etichette demonizzanti come terrorista, estremista, fanatico e fondamentalista. Siamo sempre “noi” che le diamo a “loro”. Nessuno le ha mai usate per descrivere se stesso/a e quindi per un giornalista descriverle vuol sempre dire mettersi da una delle due parti. Significano che la persona è irragionevole, e quindi sembra avere meno senso ragionare o trattare con lei.

INVECE cerca di chiamare le persone con i nomi che si danno da sole. E di essere il più preciso possibile nelle descrizioni.

14.EVITA di concentrarsi esclusivamente sugli abusi dei diritti umani, sulle malefatte e sulle azioni malvagie di un’unica parte.

INVECE cerca di nominare TUTTI i malfattori e tratta come ugualmente serie tutte le accuse fatte da tutte le parti in un conflitto.

15.EVITA di far sembrare un’opinione o una richiesta un fatto riconosciuto.

INVECE dice ai lettori o agli ascoltatori chi l’ha affermato. In questo modo evita di mettersi al servizio delle accuse di una parte verso l’altra.

16.EVITA di salutare la firma dei documenti da parte dei capi, che segue la vittoria militare o il cessate il fuoco, come necessariamente creatrice della pace.

INVECE cerca di raccontare riguardo a quanto si deve ancora raggiungere e che potrebbe portare le persone a commettere ulteriori atti di violenza in futuro. Chiede: cosa è stato fatto per rafforzare i mezzi che servono ad affrontare e risolvere i conflitti in modo nonviolento e per creare una cultura di pace?

17.EVITA di aspettare che i capi della “nostra” parte suggeriscano o offrano delle soluzioni.

INVECE cerca ed esamina tutte le iniziative di pace, indipendentemente da dove provengano. Fa domande ai ministri, per esempio, riguardo alle idee arrivate da organizzazioni popolari. Non ignora delle proposte di soluzione solo perché non coincidono con le posizioni prestabilite.

ESISTONO DEI GIORNALISTI DI PACE?

La pratica del giornalismo di pace non ha ancora ottenuto la diffusione che meriterebbe, e sono pochi i giornalisti che seguono, almeno in modo esplicito, questa pratica.

Jake Lynch e Annabel Mc Goldrick sono i due più importanti esponenti del giornalismo di pace, ed inoltre hanno descritto la teoria e la pratica di questo tipo di giornalismio in un libro e molti articoli.

Anche altri nomi si sono ispirati a questo modello in modo più o meno evidente. Si tratta più spesso di un giornalismo che non segue, nel riportare le guerre, lo schema dominante di limitarsi a riferire quanto diffondono le fonti ufficiali, rimanendo comodamente seduti in un albergo destinato appositamente alla stampa.

Sempre facendo riferimento a quanto sostenuto da Lynch e McGoldrick, i due autori indicano in modo particolare due grandi nomi del giornalismo inglese, i cui reportage si possono almeno in parte ricondurre a un giornalismo di pace.

Si tratta di Robert Fisk e John Pilger.

Robert Fisk, giornalista britannico, è corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico The Independent. Da circa 25 anni risiede nella capitale libanese Beirut. Dal 1976 lavora in Medio Oriente, prima come corrispondente del The Times e successivamente come corrispondente per il quotidiano The Independent. I suoi maggiori lavori riguardarono la guerra civile libanese (1976), l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979), la guerra Iraq-Iran (1980-1988), l’invasione israeliana del Libano (1982), la guerra civile in Algeria e le guerre balcaniche. Seguì il conflitto israelo-palestinese, fu sul fronte della Prima Guerra del Golfo Persico (1990-1991) e la Seconda Guerra del Golfo Persico (2003). Considerato come uno dei più grandi esperti in materia di conflitti in Medio Oriente, ha contribuito alla diffusione internazionale delle notizie riguardanti i massacri della guerra civile algerina, degli omicidi di Saddam Hussein, delle rappresaglie israeliane durante l’Intifada palestinese e le attività del governo degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Il New York Times lo descrive come “probabilmente il più famoso corrispondente estero britannico”.

John Pilger è un giornalista e documentarista australiano, di Sidney, ma che attualmente vive a Londra. La sua carrriera di giornalista iniziò nel 1958 e divenne famoso sia per i molti libri che per i documentari prodotti. Il suo giornalismo investigativo, che i conservatori hanno preteso ridicolizzare, gli ha fatto meritare per due volte il premio di Giornalista dell’Anno inglese e il Premio della Pace nei Media dell’ ONU. Nel regno Unito è più conosciuto per i suoi documentari, in modo particolare quelli girati in Cambogia e Timor Est. Ha lavorato come corrispondente durante le guerre di Vietnam, Cambogia, Egitto, India, Bangladesh e Biafra. Pilger ha scritto in molte pubblicazioni, tra cui: Daily Mirror, The Guardian, The Independent, The New York Times, The Los Angeles Times. Ha anche scritto per alcune testate francesi, italiane, scandinave, canadesi e giapponesi, e ha contribuito alla realizzazione di notiziari della BBC.

Anche senza avvicinarsi esplicitamente alla prospettiva del giornalismo di pace, nel panorama internazionale molti giornalisti hanno intrapreso una scelta di giornalismo d’inchiesta, di ricerca di verità scomode e non condivise dai poteri “forti”, che in buona parte delle situazioni riescono a controllare i mezzi di comunicazione. Questo tipo di giornalismo è però sempre meno diffuso all’interno del mondo dell’informazione, e molto spesso chi ha fatto scelte “scomode”, soprattutto in situazioni di guerra o di scontro violento, paga con la vita la propria indipendenza di pensiero e di parola. In ambito internazionale due nomi di giornalisti assassinati negli ultimi anni hanno in modo particolare attirato l’attenzione. Innanzi tutto Anna Politkovskaïa, giornalista russa nota per la sua opposizione al regime di Putin e alle autorità del Caucaso, trovata morta il 7 ottobre 2007; inoltre Christian Povera, regista e fotoreporter, che aveva da poco girato un film sulle “maras”, le gang giovanili che contano migliaia di aderenti, ucciso il 2 settembre 2009 in Salvador. Due parti del mondo e due situazioni molti diverse, un unico destino, prevedibile e possibile. Il timore di un finale violento non ha fermato i due giornalisti dal compiere le loro inchieste sempre in modo indipendente.

Per quanto riguarda l’Italia, a partire dal secondo dopoguerra, ben ventitre giornalisti sono stati uccisi mentre seguivano la verità. Undici di loro si trovavano all’estero. Un’ opera interessante per scoprire le storie di alcuni di questi personaggi esemplari è quella di Daniele Biaccessi Passione reporter, che descrive attraverso articoli, testimonianze e ricostruzioni le vicende che hanno portato alla morte di sei giornalisti, tutti uccisi negli ultimi quindici anni mentre investigavano su guerre internazionali.

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