Il Premio Nobel per la Pace – Johan Galtung

Il premio Nobel per la Pace a un presidente per la retorica, senza ancora alcun conseguimento effettivo, è come un premio per la pace per un film a un ex-vice-presidente, con altrettanto pochi meriti.
Sì, la gente è rimasta toccata da una retorica sentita da tutti, e anche da un film visto da pochi; ma né l’una né l’altro corrispondono ai criteri stabiliti da Nobel nel suo testamento: comprensione fra le nazioni, riduzione degli eserciti effettivi, e conferenze di pace. Sì, c’è stato un cambiamento nel clima internazionale giusto all’inizio della presidenza Obama, in attesa di fatti corrispondenti alle parole. C’è stata una magia di Obama; a quel tempo nessun comitato olimpico avrebbe negato a Chicago la sede dei giochi.
Ma la magia cominciò a svanire non solo per i così pochi fatti concreti, ma anche perché Obama, incontrando resistenza, pareva lasciare la scena aperta a un’apparenza elusiva di consenso, di appartenenza bipartitica, tradendo milioni fra i suoi elettori. Una persona guidata piuttosto che alla guida.
Michael Moore lo loda nelle sue congratulazioni perché:
* chiuderà Guantanamo. Davvero? Allora perché non farlo?
* ritirerà le truppe dall’Iraq. Davvero? Tutte?
* ha ammesso che gli USA rovesciarono un primo ministro democraticamente eletto in Iran nel 1953. Ma abbiamo sentito chiedere scusa?
* ha fatto quel bel discorso al mondo islamico al Cairo. Sì, proprio un bel discorso. I palestinesi sono prevalentemente musulmani: ne è seguito qualcosa?
* ha eliminato quell’inutile termine “guerra al terrorismo”. Che ne direbbe di eliminare la guerra, cercando di capire, entrare in un dialogo?
* ha posto fine alla tortura? Davvero? Sotto sorveglianza ONU?

Il comitato Nobel citava discorsi su diplomazia multilaterale e un mondo libero dalla minaccia nucleare. In quanto alla prima, l’azione avrebbe potuto essere di sostenere il rapporto Goldstone, multilateralizzando la tematica. Invece, Washington ha fatto pressioni sull’Autorità Palestinese affinché lo rifiutasse, annientandolo poi al Consiglio di Sicurezza.
In quanto al secondo, occorrerebbe un ordine esecutivo di distruggere il 10% dell’arsenale nucleare USA, invitando i russi a fare altrettanto, e invitando la IAEA a ispezionare gli impianti di produzione USA, sospettati di stare architettando una nuova generazione di armi nucleari.
Però ha cancellato lo scudo missilistico ceco-polacco contro un attacco russo! Sì, ma da sostituire con che cosa? Per di più, cancellare una scellerata, stupida misura di Bush è come riscuotere un premio per aver smesso di picchiare la propria  moglie.
La giustificazione per il premio è così fiacca che ci devono essere altri motivi. Ne è stato proposto uno: così si incoraggia Obama, lo si aiuta a seguire i punti esposti nei suoi discorsi. Ma questo rende ancor più problematico il premio. Adesso è ancor più sotto pressione per guadagnarselo, ma la resistenza contro quasi tutto quel che fa sembra insormontabile.
Non possiede una sicura maggioranza al parlamento data la divisione tradizionale fra i Democratici. La mobilitazione della dissennata destra USA, anche contro l’assicurazione sanitaria, è indicativa; parte di essa razzista, parte reazionaria, in larga misura per reazione di un pubblico profondamente frustrato che vede lo status del proprio paese sotto l’ala di Dio scivolar via come sabbia fra le dita, economicamente, militarmente, politicamente. E peggio ancora: culturalmente, non sostenuta da Lui, perché gli americani non ne hanno rispettato il patto dal canto loro? Obama verrà strizzato quanto mai per guadagnarsi il premio, ma il suo potere si fonda sulla sabbia.
C’è una soluzione: tradurre le parole in ordini esecutivi, contrastando le critiche in un secondo tempo. Il consenso in ogni caso non c’è. Il sogno di cavalcare un’onda bipartitica dopo gli otto anni del disastro Bush si è già schiantato al primo voto. Il che lo esporrebbe ai pericoli di una lotta aperta, ma perché no? Il presidente ha un ampio potere di veto. O è il combattere che non gli va tanto? Non ha un capitale politico del livello di Franklin Delano Roosevelt cui attingere?
Oltre un eventuale impeachment al parlamento, fa capolino il rischio di attentati omicidi. Ma qui il premio Nobel può venirgli in soccorso, dandogli quella gloria che può trattenere il dito già sul grilletto dell’aspirante assassino. Una certa invulnerabilità, buona di per sé, ma non di pertinenza del premio.
Se il comitato non sa fare altro, cerchi in ambito politico mondiale presidenti che abbiano concluso qualcosa di indubbio. Operare per la pace è operare per l’equità, che può comportare di lavorare contro l’iniquità, che può basarsi sulla frammentazione; collegare tra loro paesi emarginati benché vicini è un passo verso l’equità, e quindi verso la pace. Il che indica due altri presidenti, Lula per l’America Latina e Gheddafi per l’Africa. Entrambi hanno fatto più progressi per tradurre le parole in fatti che Obama.
Ma il problema è un premio tradizionalmente dato da un piccolo paese cliente in Occidente a lode dell’Occidente, con la speranza disperata di poter essere mediante Obama “leader del mondo libero” ancora parte della soluzione piuttosto che una parte più rilevante del problema. L’idea che Obama possa sistemare tutto è effettivamente carica di mancanza di rispetto per la democrazia USA, come se Obama fosse un dittatore.
A molti, ai più, in Occidente piace avere affetto per l’America. Bush l’aveva reso impossibile, e con la fascinazione occidentale con il numero 1, il cambiamento aprì le chiuse dell’affetto. Il premio dovrebbe diventare una profezia auto-realizzantesi: gli si dia il premio e ne seguirà la pace.
Ma usare il premio per un’auto-terapia collettiva non va un po’ troppo in là nell’abusare della volontà di Nobel? E una persona che aumenta le forze armate invece di ridurle? E che si basa sulla fiducia e le parole invece che sui fatti, non si fida troppo dell’ampia contrarietà protestante del paese scelto da Nobel per l’esecuzione del suo testamento?
Il premio Nobel probabilmente non può più essere salvato. Possa il mondo trovare altri premi per effettivi conseguimenti nel campo della pace.

05 ottobre 2009
Traduzione di Miky Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Titolo originale: THE NOBEL PEACE PRIZE
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1903

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