Novità libri – Ivan Illich – Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità – Recensione di Marco Scarnera

Ivan Illich, “Pervertimento del cristianesimo. Conversazioni con David Cayley su vangelo, chiesa, modernità”, Quodlibet, Macerata 2008, p. 154

“L’apocalissi della modernità”
Nel giugno del 1988 Ivan Illich venne intervistato da David Caylay per una trasmissione radiofonica diffusa l’anno successivo col titolo Part Moon, Part Travelling Salesman [In parte luna, in parte commesso viaggiatore]. Da quei giorni l’intesa fra i due crebbe e si riverberò ancora in un programma che seleziona brani delle loro conversazioni registrate tra il 1997 e il 1999. Di recente ne è stata tradotta la trascrizione che per la coesa varietà dei temi toccati e per la semplice scorrevolezza del linguaggio dialogico sembra adatta a chi desideri avvicinarsi per la prima volta alla figura dello studioso. Solo la postfazione di Fabio Milana, pur competente ed approfondita, potrebbe sollevare qualche difficoltà ai lettori meno preparati.
Le analisi di Illich accreditano la tesi che il cristianesimo costituisca un fenomeno dirompente nella storia delle religioni. Infatti i misteri dell’incarnazione, della risurrezione e dell’ascensione permettono di accostarsi a Dio nella carne, in particolare nel corpo di Cristo, ossia la Chiesa. Nel cuore del Nuovo Testamento pulsa la compassione del Samaritano (v. la celebre parabola in Luca 10, 25-37), attraverso la quale si accede alla possibilità di oltrepassare le convenzioni morali e legali del proprio popolo. Grazie ad essa la fiducia in ciò che il prossimo rivela di sé, sopravanza la virtù che poggia sull’autosufficiente comprensione dell’altro. Si tratta della risposta ad una persona, non dell’obbedienza ad un precetto; il cui rinnegamento consiste nel tradimento di un rapporto singolare, non nell’infrazione di una norma generale. Pertanto il fine ultimo della nostra esistenza si manifesta nella misericordia reciproca.
Purtroppo l’apertura all’amore universale comportò forme inedite di dominio, in base al principio che il meglio, qualora si corrompa, si tramuta nel peggio. Secondo Paul Kennedy, “dal Medioevo in poi, la Chiesa ha cercato di costruire un ordine cristiano sulla terra, rafforzando la fede col potere, nel tentativo di regolare la carità, garantire la speranza e assicurare la salvezza. E questo tentativo, che Illich chiama ‘il pervertimento del cristianesimo’, è stato il modello delle principali istituzioni della vita moderna” (p.87).
Sul piano politico le radici del deterioramento affondano nell’Editto di Milano emanato da Costantino nel 313, quando i vescovi incominciarono a ricoprire incarichi analoghi a quelli dei magistrati. Solo molto più tardi, nel 1075, Gregorio VII proclamò la superiorità della gerarchia ecclesiale sulle autorità laiche con il Dictatus Papae. Ma la tendenza ad esercitare un controllo pervasivo sui fedeli si consolidò soprattutto tramite l’obbligo della confessione annuale, sancito nel IV Concilio Lateranense nel 1215. “Fu un primo passo verso l’organizzazione pratica della Chiesa come realizzazione dell’idea di societas perfecta”, commenta Illich, “un’entità perfettamente costituita, dal punto di vista giuridico, intorno a un’idea del peccato dipendente dall’atto della confessione: una confessione privata di fronte a un giudice [cioè il sacerdote, n.d.r.], e non una confessione pubblica con una pena espiata pubblicamente, come si era fatto fino a quel momento” (p. 33). Così la degenerazione del perdono in atto giuridico predispose l’isolamento della coscienza individuale che si afferma completamente nell’età moderna, caratterizzata dall’affievolimento dei legami comunitari e dalla regolamentazione contrattuale delle relazioni interpersonali.
Sul piano gnoseologico in Occidente l’icona dipinta decadde dal rango di soglia, orientata verso il divino, ad espediente didattico, destinato a trattenere lo sguardo sull’immanenza. Lungo questa linea i metodi di rappresentazione scientifica si prefissero di esibire l’oggettività e di eliminare l’apparenza sensibile. Però la riduzione della verità a certezza misurabile sfociò nell’identificazione della realtà con l’immagine degli schermi televisivi ed informatici, che da un lato impedisce l’esperienza diretta e sottrae le illusioni ideologiche al vaglio della critica, dall’altro sgombera il campo al soggettivismo e al relativismo dei valori.
Sul piano cosmologico la visione del mondo come ordine della totalità fu sostituita dalla teoria della materia come meccanismo contingente che si muove secondo leggi matematiche, ma è privo di ragione intrinseca, dunque arbitrariamente manipolabile. Al contempo sul piano antropologico svanirono la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo e la convinzione che l’uomo giunga alla pienezza unicamente nell’armonia con gli altri. Inoltre il corpo, dissociato dall’io, venne interpretato sulla base di parametri quantitativi che solo il medico sa decifrare, a prescindere dal rispecchiamento empatico e dal vissuto consapevole dell’infermo. In tale maniera la cura si svilisce in prestazione professionale che si concentra sulla malattia, ma ignora il volto del sofferente. Quindi si svuotarono di significato l’incarnazione e la risurrezione e si impoverì la concezione tradizionale che il bene coincida con la persona concreta.
Questo processo culmina nell’epoca odierna sotto l’insegna della cibernetica, ora che l’uomo non persegue più le proprie intenzioni intervenendo sull’ambiente tramite strumenti dai quali si mantiene autonomo, bensì il mondo, l’operatore e i suoi mezzi sono incorporati in un medesimo sistema, immune da influssi esterni e fine a se stesso. “Il mondo oggi ci si presenta come qualcosa di non gestibile, come un sistema complesso e caotico del quale non possiamo mai formarci un’idea esauriente perché siamo inscritti in esso”, osserva Cayley.  “Illich suggerisce una strada diversa, un ritorno a quella che chiama conspiratio. La conspiratio era il bacio con il quale i membri delle comunità cristiane mescolavano il loro spirito e suggellavano la loro reciproca comunione. Era praticata all’epoca in cui i cristiani cercavano ancora di imitare l’assoluto rifiuto del potere da parte del loro Signore, l’epoca in cui la Chiesa non aveva ancora fatto di se stessa il prototipo dello Stato moderno. Per Illich la conspiratio simboleggia la via dell’amore senza potere; l’amore che è dono gratuito di sé, che non incrocia alcun bisogno e non si aspetta alcuna garanzia” (pp. 94-5).
Tuttavia non si può parlare di nostalgia del passato o di resistenza all’evoluzione storica. “Il miglior servizio che ancora posso rendere è quello di portare le persone ad ammettere che viviamo in un mondo fatto così”, dichiara Illich. “Accettalo, non cercare di umanizzare l’ospedale o la scuola, ma chiediti sempre: che cosa posso fare io, in questo preciso momento, in questo hic et nunc assolutamente unico, qui e ora, in cui mi trovo, per uscire da questo mondo di soddisfacimento di bisogni e sentirmi libero di ascoltare, sentire, intuire che cosa l’altro vuole da me” (p. 92).
Allora nell’inferno della spersonalizzazione si spalanca lo spazio per l’amicizia come condizione della ricerca della verità oltre il perimetro accademico e come creazione di un “noi” al di fuori della sfera etnica e nazionale: è il rovesciamento del pensiero classico che fondava la philia (l’amicizia) sulla virtù civica, ossia sul terreno dei costumi e delle leggi della polis (la città Stato). Quindi ci inganneremmo, qualora presagissimo la fine del cristianesimo dai segni del suo pervertimento. Al contrario, se le strutture costrittive che si espansero a livello globale furono edificate in nome del Vangelo, ma ne custodirono la fede, per quanto distorta, dal Vangelo sono smascherate nella loro natura di opere dell’Anticristo, “il principe del mondo”, come viene chiamato in Giovanni (v. ad es. 14,30 e passim).
Perciò è sulla libertà dal mondo, ovvero sulla povertà, sulla rinuncia alla ricchezza, alla forza e al potere, che dobbiamo fare affidamento per emanciparci dall’oppressione delle istituzioni. In questo senso la descrizione della modernità proposta da Illich si può definire apocalittica, ossia, alla lettera, rivelativa (dal greco apokalýptein: svelare), ma non catastrofica o postcristiana. Giacché il mondo non merita di essere negato con la violenza, bensì di essere conservato con l’amore. “Da che vivo in questo mondo, non ho potuto trovarne uno migliore per vivere con coloro che amo”, spiega Illich. “Costoro sono davvero persone assolutamente consapevoli del fatto che ci troviamo al di là di una soglia, persone non più immerse tanto profondamente nello spirito di utilità e di strumentalità da non poter capire che cosa intendo quando parlo di gratuità”. E conclude: “Il messaggio del cristianesimo è vivere insieme lodando il fatto che siamo dove siamo, e siamo quello che siamo, e il pentimento e il perdono sono parte di ciò che celebriamo dossologicamente [cioè nel modo in cui glorifichiamo Dio nella liturgia, n.d.r.]” (pp. 103-4)

I commenti sono chiusi.