INDIGNAZIONE O OPPOSIZIONE? – Jake Lynch

Sono arrivate parecchie obiezioni importanti al mio ultimo articolo (Popolazioni Civili http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1231 ) da osservatori di provata conoscenza ed esperienza secondo i quali pronunciarsi in favore dei diritti civili dovrebbe comportare opposizione alla guerra. Uno di essi è il professor George Kent dell’Università delle Hawaii, il quale dice:

“Penso che sia importante non mischiare il risentimento per fatti accidentali in ambito di guerra con l’opposizione alla guerra in quanto tale. I due comportano strategie del tutto diverse.

Le prospettive per affrontare violazioni specifiche di norme umanitarie e di diritti umani sembrano migliori di quelle tese all’abolizione completa della guerra. Servono nuove disposizioni istituzionali per garantire la rendicontazione di tali violazioni. Non basta che i loro autori proclamino: ‘Stiamo indagando’ ”.

Ci fu un movimento per il bando totale della guerra nel lontano 1928, quando il Segretario di Stato USA Frank Kellogg e il Ministro degli esteri francese Aristide Briand concordarono il Patto di Parigi, successivamente noto come Patto Kellogg-Briand. Fu ratificato dal Senato USA, che vi introdusse clausole per proteggere il diritto d’auto-difesa e sollevare l’esecutivo da qualsiasi obbligo di far valere il trattato intraprendendo l’azione contro quelli che lo violassero. Vige tuttora e – in virtù dell’Articolo VI della Costituzione USA – rappresenta la “legge suprema del paese”.

Le sue disposizioni furono recepite più tardi dalla Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 2 paragrafo 4, il quale asserisce che:

“I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”

Ecco perché l’Ufficio Legale Internazionale dell’ONU era così fiducioso nell’opinione citata nell’articolo della settimana scorsa, che fosse ormai superflua una norma umanitaria separata sulla condotta di guerra, essendo stata effettivamente bandita la guerra stessa. Ma ne illustra altresì i limiti di un approccio legalistico di per sé, in quanto non tiene (abbastanza) conto delle relazioni di potere.

Se le norme legali che dovrebbero prevenire la guerra aggressiva vengono violate, chi le farà rispettare? Chi ne punirà gli autori? Forse la Corte Penale Internazionale (ICC)? Il problema è che i contraenti statuali allo Statuto di Roma, che istituiva l’ICC, hanno mancato finora di concordare una definizione di guerra aggressiva. In effetti, sono stati invitati a ri-concordarla, giacché c’è già una definizione abbastanza semplice e funzionale, adottata dall’Assemblea Generale ONU nel 1974: “Il primo uso della forza armata da parte di uno Stato in contravvenzione alla Carta costituirà una prova prima facie di un atto di aggressione”.

E’ ovviamente una formula semplice senza essere facile, poiché molti paesi firmatari dello Statuto sono alleati militari degli Stati Uniti, e devono pertanto restare disponibili a venir coinvolti in impegni militari che rientrerebbero in questa definizione – la Jugoslavia nel 1999 e l’Iraq nel 2003 per dirne due soli. Così, l’ICC è confinato per ora a emettere imputazioni contro leader africani accusati di crimini contro l’umanità. Non c’è prospettiva a breve termine da parte della Corte Penale di incentivare i leader di quei paesi che dispongono di forze possenti a non schierarle quando garbi loro, anche se non attaccati per primi.

Risposte normative

Ci sono state due risposte normative alle guerre mondiali del 20° secolo: una in favore della sicurezza collettiva, mediante disposizioni istituzionali – la Lega delle Nazioni, poi l’ONU – e l’altra in favore della pace. Nell’immediato dopoguerra si sovrapponevano, ma ora stanno divergendo. Un grande giornalista, Patrick E. Tyler del New York Times (che rivelò il famigerato memorandum del Pentagono, Defense Planning Guidance, Guida per la programmazione della difesa, il piano neo-conservatore per il dominio post-Guerra Fredda, nel 1992, vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Wolfowitz_Doctrine), coniò un concetto importante in un articolo che caratterizzò le diffuse dimostrazioni contro la guerra del febbraio 2003, in 660 città del mondo.

In esso, postulò l’emergere di una seconda superpotenza: “l’opinione pubblica globale”, da contrapporre alla potenza armata del Pentagono (“A New Power in the Streets”, http://www.nytimes.com/2003/02/17/international/middleeast/17ASSE.html?pagewanted=print , ndt). Qui Tyler ha messo in evidenza qualcosa di significativo. Johan Galtung ha fatto notare che gran parte della gente, nel maggior numero di paesi, era contraria sia alla guerra di Saddam Hussein al Kuwait iniziata nell’agosto 1990 sia alla guerra all’Iraq sotto la guida USA, a partire dal gennaio 1991, ma che questa opposizione aveva trovato nessuna o poca risonanza nei media mondiali. Fino al 2003, il pubblico in alcuni paesi partecipanti all’invasione dell’Iraq era a favore dell’intervento, benché cambiasse rapidamente opinione, come in GB, appena percepì che non c’erano mai state ‘armi di distruzione di massa’. Altri paesi sostennero la scappatella militarmente (l’Australia) o politicamente (l’Ungheria) nonostante l’opposizione dell’opinione pubblica.

Stiamo arrancando verso una caratterizzazione di questi fenomeni, che ho cominciato a chiamare – in mancanza di termini più eleganti – “l’irreattività bruta delle strutture istituzionali”, applicabile a livello globale, nazionale e locale indifferentemente. L’ONU ha attinto abbondantemente alla gran massa di ostilità mondiale verso la ‘Operation Iraqi Freedom’ per negarne il sostegno al Consiglio di Sicurezza, ma è stata impotente a fermarla. Qui in Australia, l’opinione è divisa in parti uguali sulla continuazione della presenza di proprie truppe in Afghanistan, e ne ha preteso il ritiro da compiti al fronte in Iraq, ma ciò non impedisce alla forza di Difesa di proseguire con le manovre congiunte biennali con gli USA, l’Operation Talisman Sabre, una prova simulata di invasione di un altro paese.

La speranza di indurre un cambiamento rimane in noi stessi. Se non può essere disciplinato legalmente, il ricorso alla violenza deve allora essere disciplinato socialmente come contravvenzione al diritto  internazionale e/o in violazione dei principi umanitari. Questo è il punto in cui la ‘teoria binaria di Kent’ si presta ad essere decostruita. Le tecniche di gestione dei media, parte integrante della guerra post-moderna, attestano ciò che l’articolista del Chicago Tribune Bob Koehler chiama “la vulnerabilità di Golia… la verità” (http://www.huffingtonpost.com/robert-koehler/goliaths-vulnerability-is_b_203564.html?view=screen ). La guerra è politicamente sostenibile solo nella misura in cui mantiene la verità su specifiche violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani lontano dal bagliore dell’esposizione pubblica. Quella in corso è una lotta sulle definizioni e sulla rappresentanza, e lo strumento concettuale chiave di tale lotta è il contestualizzare. Secondo l’influente definizione di Robert Entman:

“L’analisi dei contesti illumina il modo preciso in cui si esercita influenza su una consapevolezza umana con il trasferimento (o la comunicazione) di informazione da un punto – discorsi, espressioni, riferimento di notizie, o romanzo – a tale consapevolezza… Contestualizzare vuol dire scegliere taluni aspetti di una realtà percepita rendendoli più rilevanti in un testo comunicativo, in modo da favorire una specifica definizione di problema, interpretazione causale, valutazione morale, e/o raccomandazione di trattamento”.

Questo spiega la centralità dei media nei conflitti – i meccanismi per selezionare e rendere rilevanti certi aspetti della realtà sono meccanismi di guerra o di pace: quindi, giornalismo di pace. Parte della realtà che il giornalismo di pace rende visibile è la struttura del diritto internazionale, e i limiti che esso dovrebbe porre alla condotta delle parti in conflitto; un’altra è l’indignazione per le violazioni che risultano in morti e sofferenza di civili. Ciò da cui trae origine deriva in parte dalla stessa inadeguatezza delle strutture istituzionali esistenti nel garantire una rendicontazione.

In quanto alla creazione di strutture nuove, bene, anche questo è in parte pane per i nostri denti. Lo stesso intrico di interessi nazionali che impedisce all’ICC di affrontare la guerra come crimine in sé inibisce anche il Consiglio di Sicurezza ONU nel trattare la triste condizione dei civili Tamil in Sri Lanka. Impedisce l’istituzione di una corte penale per indagare sugli eccessi dell’attacco a Gaza del 2008/9 e induce disgraziatamente gli stati a ignorare il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia sull’illegalità del muro d’apartheid di Israele che arraffa per di più altro territorio palestinese.

In quest’ultimo caso, il punto è che Israele non dovrebbe essere in grado di fruire di normali relazioni con il resto del mondo fintanto che tali violazioni rimangono ignorate. La nota autrice Naomi Klein ha guidato l’appello a sanzioni contro Israele non, come ha detto, perché sia il peggior violatore di diritti umani (cosa che non è), ma perché dipende in larga misura da relazioni commerciali. Il che costituisce strategicamente un punto di influenza. Di conseguenza, la campagna internazionale Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) si è sviluppata rapidamente, specialmente in Europa, e la campagna di boicottaggio accademico delle università israeliane (benché non i contatti fra singole persone) sta crescendo costantemente. Ehi, che sia il caso di smettere di giocare a cricket con lo Sri Lanka?

Questi sono sforzi per sviluppare ordinamenti istituzionali ‘dal basso’. Il Consiglio di Sicurezza ONU, l’ICC e così via sono forme di diplomazia, note in gergo come “track one” (diplomazia ufficiale) poiché nascono e agiscono a livello inter-statale. Nell’opinione pubblica globale, il movimento contro la guerra è considerato un esempio di ciò che nello stesso gergo si chiama “diplomazia multi-track” (diplomazia parallela), qualcosa in cui possiamo impegnarci tutti. E si concentra sullo sforzo d’instillare una nuova norma nella gestione dei conflitti: pace con mezzi pacifici, come unico modo di far arrivare veri diritti umani ai popoli della terra.

Prossima settimana: “Intervento Umanitario”, e l’obiezione al mio articolo originario da parte di Bob Zimmerman (autore di un libro importante, The American Challenge [La sfida americana], che propone una piattaforma popolare per una governance alternativa negli USA). Bob dice: “Si può fare opposizione a gran parte delle guerre per vari motivi, ma ugualmente essere a favore di interventi contro dittatori genocidi ed espansionisti territoriali”.

18.05.09
Traduzione italiana a cura di Miky Lanza per il Centro Sereno Regis
Titolo originale:  OUTRAGE OR OPPOSITION?
http://www.transcend.org/tms/article_detail.php?article_id=1260

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