Generale Disaccordo – Tommaso Di Francesco e Emanuele Giordana

Il sogno più bizzarro per un pacifista potrebbe esser quello di stare a braccetto con un generale a una marcia per la pace? C’è un «disaccordo» tra i militari sul destino delle guerre post-moderne? Passi per quei militari americani che, sconfitti, hanno dichiarato l’impossibilità di condurla sul campo, subito rimossi, com’è accaduto in Iraq. Ma un generale apertamente contrario alle motivazioni delle nuove guerre «umanitarie» è davvero un fatto nuovo, soprattutto perché vengono assunte invece di petto dai nuovi leader politici del mondo come decisione «costituente» che va a legittimare le forme del potere.

Non è un paradosso. Per quanto sorprendente possa sembrare, i migliori alleati di chi vuole la pace in Afghanistan sono in questo momento proprio i generali. E sono stati i generali ad avere le maggiori perplessità sulla guerra di bombardamenti aerei contro l’ex Jugoslavia – antefatto in casa delle guerre d’Oriente. Non tutti e con accenti diversi. Ma se si mettono in fila le dichiarazioni di diversi comandanti militari ne viene fuori un quadro ben lontano dallo stereotipo. E c’è un perché. I generali, e i soldati che comandano, sono «sul terreno» e vedono il conflitto in modo assai meno sfumato che dai palazzi della politica. Si capisce se ha una ligittimità rispetto al diritto internazionale com’è accaduto per il Kosovo nel 1999, se può o meno essere vinto, se è combattuta per finta o davvero e soprattutto se l’opzione militare, fin qui sbandierata come l’unica necessaria a stabilizzare un paese come l’Afghanistan, funziona oppure no. A quanto sembra, no.

Sul Kosovo, il pronunciamento più in controtendenza è stato quello del colonnello Marco Bertolini, capo di stato maggiore della Nato presso l’Osce che monitorava il sud dell’ex Jugoslavia. Mancavano due giorni all’attacco della Nato che durò 78 giorni di bombardamenti aerei su Serbia e Kosovo, con una sequenza ininterrotta e sanguinosa di effetti collaterali, vale a dire stragi, tra i civili. A 48 ore da quell’inferno, Bartolini in una intervervista al Corriere della Sera, semplicemente diceva: «I raid non risolveranno il problema, una guerra combattuta nei Balcani, a pochi chilometri da casa nostra, sarebbe la peggiore eredità possibile da lasciare alla prossima generazione», e aggiungeva: «l’azione diplomatica non potrà mai essere soppiantata dall’uso della forza. Una società che crede di poter delegare i propri problemi internazionali a una spedizione militare si sbaglia. Per quanto numerosi e potenti siano quei soldati. Si sbaglia di grosso». Bartolini, medaglia d’oro per la missione in Libano del 1982-83, venne subito richiamato «per spiegazioni». Era premier Massimo D’Alema che non esitò a rimuovere un anno dopo il vicecomandante della Kfor-Nato Silvio Mazzaroli, generale degli alpini, reo di avere dichiarato: «L’Italia non ha politica estera, i nostri soldati sono abbandonati» ad una guerra fatta con la finta della pace.

Sempre sulla crisi dei Balcani e la guerra Nato in Kosovo, vale la testimonianza e l’analisi del generale Heinz Loquai, consigliere militare tedesco presso la rappresentanza dell’Osce che a pochi mesi dal conflitto, denunciò in un libro «Il conflitto del Kosovo. Percorsi di una guerra evitabile» (Der Kosovo Konflikt. Wege in einen vermeidbaren Krieg, Badeb Baden 2000) come la scelta della guerra fosse da tempo precostituita con l’imbroglio del vertice di Rambouillet. Testimonianza ben più cogente toccò al generale Luke Neimann, capo dell’intelligence Kfor, colonnello dei servizi segreti tedeschi che intercettò la telefonata dell’Uck al «mediatore» dell’Onu Martti Ahtisaari con tanto di offerta in denaro se appoggiava – come accadde – l’indipendenza del Kosovo. Fu subito richiamato.

Per quello che riguarda l’Afghanistan – primo scalino della «guerra infinita» di Bush, unica risposta all’11 settembre – la madre di tutte le dichiarazioni è del britannico Mark Carleton-Smith, combattente tutto d’un pezzo e «guerriero» che è difficile tacciare di disfattismo o scarsa conoscenza del terreno. Intervistato in Afghanistan da Christina Lamb, esperta giornalista del Times, il generale dice la sua verità: spiega che, per come va, la guerra coi talebani non può essere vinta e che l’opinione pubblica britannica si deve aspettare non una «vittoria militare decisiva» ma un possibile dialogo col nemico: un accordo, senti senti, coi talebani. È il 5 ottobre e forse sta soltanto lavorando allo stesso quadro che in quei giorni, a La Mecca, si dipana faticosamente nel primo incontro tra inviati del mullah Omar e di Karzai. Ma il generale non è solo. Cinque giorni dopo l’ammiraglio Michael Mullen, a capo dello stato maggiore, dice davanti al Congresso degli Stati Uniti che, per vincere la guerra in Afghanistan (e in Pakistan), non ci si potrà basare solo sulla soluzione «più truppe». Aggiunge che si può essere ottimisti solo a patto che vi sia un maggior impegno nella ricostruzione del paese e in una nuova iniziativa verso la regione tribale del Pakistan. Mullen non può essere contrario al mantra che va per la maggiore, da Bush a Obama, e cioè che in Afghanistan ci vogliono più uomini: 3.500 per adesso ma forse 20mila entro il 2009. Eppure mette in guardia sul solo far conto nell’aumento dei soldati. Che non può essere l’unica strada.

Com’è noto tutto riposa in un trasferimento della strategia del «surge» dall’Iraq all’Afghanistan, affidata al generale David Petraeus al comando del CentCom, che dall’Asia centrale al Golfo Persico, ai mari africani, dovrà tentare un’unica strategia per far uscire dalla palude la «guerra al terrore». Ma anche Petraeus ha già i suoi critici: Francis West detto «Bing», un altro militare: veterano del Vietnam che ha servito al ministero della Difesa all’epoca di Reagan, autore di saggi sulla guerra in Iraq, pensa che Petraeus avrà parecchie difficoltà ad adattare all’Afghanistan quanto fatto in Iraq. E così anche il responsabile britannico dello staff di difesa. A un «surge» in Afghanistan il Regno unito, dice Sir Jock Stirrup, non prenderebbe parte. Il 20 di ottobre intanto, anche il generale della Nato John Craddock protesta. Gli sforzi occidentali in Afghanistan gli appaiono «disarticolati» e, seppure anche lui, come da sempre la Nato, insista sull’aumento delle truppe, spiega che la «battaglia» con il solo strumento militare non può essere vinta.

Se non ce ne fosse abbastanza, si possono aggiungere le dimissioni del capo delle forze speciali britanniche in Afghanistan che ha lamentato l’abbandono al proprio destino dei suoi ragazzi che continuano a morire: sotto equipaggiati, tanto da obbligarlo moralmente a gettare il cappello. Il maggiore Sebastian Morley non è stata l’unica voce fuori dal coro tra i militari di grado più basso, preceduto almeno da un altro ufficiale tedesco che ha denunciato l’incoerenza dell’operazione afghana pensata a Berlino.

Sono uomini che sembrano usciti da Soldati (Ed. Einaudi), il bel libro del generale italiano Fabio Mini che racconta, nell’intercalare «la cosiddetta guerra umanitaria», un esercito reale, non quello fantasioso che piace alla retorica. E dove Mini fa intendere che le uscite di questi soldati colmano un vuoto. Perché – mutuando Buzzati – sono coscienti di essere le sentinelle del «Deserto dei tartari» occidentale. Così i militari più consapevoli, che rischiano la loro vita e quella dei loro uomini – buoni «per essere vittime o eroi» – stanno sostituendo con le loro parole l’assordante silenzio dei politici che hanno scelto la «guerra costituente». Suggeriscono alla politica di dare un segnale e, alcuni fra loro, addirittura che si tolga la supremazia all’opzione militare come «mezzo per risolvere le crisi», per restituirla alla diplomazia e, dunque, alla politica.

Fonte: Il Manifesto, 11/18/2008

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